bonaccia…

La saggezza del re Qoelet ci ricorda che “tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

Ebbene sì: nonostante la nostra voglia di una perenne vicinanza e di una perpetua compagnia, la sapienza biblica ci educa ai sani tempi del distacco, della solitudine e della lontananza. Accanto ai tempi della lotta, della presa, del presidio, della difesa e dell’azione, viene pure il tempo della resa, della marginalità e dell’irrilevanza. Sono i giorni in cui l’euforia dell’impresa e l’entusiasmo dell’iniziativa lasciano il passo al grigiore della quiete, alla banalità della calma e alla seria fatica del silenzio. Sono i giorni in cui sulla tua barca soffia un vento debole e fiacco, incapace di gonfiare le vele e di mettere la barca in navigazione. Sono i giorni in cui la bonaccia rende pigro lo scorrere del tempo, come imprigionato in una gabbia di inutilità.   

Sono giorni che disorientano ed interrogano, spesso che turbano e inquietano, giacché vedi la tua esistenza come finita su un binario morto di una di quelle stazioni di periferia che nessuno considera. Il tempo è abitato da un vuoto che interpella e scuote. L’anima si gonfia di domande: che fare? Come uscirne? Come rientrare nel flusso scomposto e impetuoso della vita? Come ritrovare significanza e peso, presa e valore? Come recuperare protagonismo e centralità, orizzonti d’azione e di impegno? Sono molti i dubbi e gli interrogativi che ti frulla dentro… dove avrò sbagliato? In cosa avrò fallito? Cosa mi ha condotto qui?

Non trovi facili risposte pronte all’uso in questi tempi stanchi e monotoni. Nessuna replica, nessuna contromisura…

Eppure, nonostante tutto, una cosa ti appare chiara ed indiscutibile: ogni fuga sarebbe un errore, ogni tentativo di evasione da questo tempo “morto” una sconfitta ed un abbaglio. Non si fugge, non si scappa dal tempo della resa, non ci si sottrae alla fatica del silenzio. Non comprendi esattamente le ragioni della tua ostinazione e caparbietà, ma l’istinto ti suggerisce di non indietreggiare, di non mollare la presa, di non rinunciare alla lotta.

E così resisti, come una sentinella in attesa dell’alba, come una vedetta che attende il nemico comparire all’orizzonte, come quei naviganti che scorgono il cielo in attesa di venti nuovi e impetuosi.  

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