Non mi piace chi non dorme, dice Dio…

L’estate è ormai alle porte e siamo onesti: dopo questi mesi faticosi di restrizione, non vedevamo l’ora che arrivasse. Estate significa vacanza, mare e montagna, passeggiate, serate con gli amici, pausa di riposo ed, in fondo, la sospensione di quella lunga lista di impegni, responsabilità e occupazioni che la vita “ordinaria” esige da noi ogni giorno, con inflessibile puntiglio. Quindi viva le vacanze? Senza dubbio, ma non senza qualche “nota a margine”…

Il riposo, così come il sonno, è qualcosa di cui ciascuno di noi ha radicalmente bisogno, come spazio prezioso di rigenerazione, di pace e di serenità. Eppure i tanti disturbi che accompagnano la fase dell’’addormentamento testimoniano che esso, benché atto necessario e vitale, non manca di celare un tratto “problematico” della nostra umanità. Il riposo, alla stregua del sonno, chiede la capacità di mollare la presa, di sospendere il controllo, di lasciare incurate quelle cose a cui, durante tutto l’anno o tutto il giorno, abbiamo dedicato fatica, impegno e sollecitudine. Il riposare implica la capacità di lasciar andare: se da una lato questo è fonte di sollievo, dall’altro esso rischia di generare quel vago senso d’ansia che si origina ogni qualvolta percepiamo l’assenza di controllo sulla nostra vita.  È bello andare in vacanza, ma in quei giorni di assenza il vostro mondo (il lavoro, gli affetti, i problemi, le situazioni…) continuano senza di voi, che lo vogliate oppure no. Ogni riposo, così come l’esperienza del sonno testimonia ogni giorno, è una esperienza che esige un atto di fiducia: la fiducia di “lasciare tutto” affinché le cose possano continuare anche in vostra assenza. Il riposo, per quanto anelato e desiderato, è atto assai esigente e, per certi versi, faticoso: esso esige l’umiltà di chi sa di non essere indispensabile, di chi sa che può affidare ad altri l’oggetto della propria fatica e della propria cura. 

Mi è capitato sotto mano uno straordinario testo di C. Peguy  tratto da “Il portico del mistero della seconda virtù”.  Si tratta di un monologo nel quale Dio rimprovera all’uomo la sua indisponibilità al sonno. «Non mi piace chi non dorme, dice Dio.. Chi ha il cuore puro, dorme. E chi dorme ha il cuore puro. E’ il grande segreto per essere instancabili come un bambino». Dio irride la pretesa dell’uomo di avere tutto sotto controllo: «Governano benissimo i loro affari durante il giorno. Ma non vogliono affidarmene il governo durante la notte. Come se io non fossi capace di assicurarne il governo durante una notte. Chi non dorme è infedele alla Speranza.(…) Poveri ragazzi, amministrano nella giornata i loro affari con saggezza. Ma venuta la sera non si risolvono, non si rassegnano ad affidarne il governo alla mia saggezza per lo spazio di una notte ad affidarmene il governo. E l’indomani mattina li ritrovereste forse non troppo sciupati. L’indomani mattina non starebbero forse peggio. Sono forse ancora capace di condurli un po’».

Vi sono un sonno ed un riposo che sono pigrizia, svogliatezza, indifferenza e torpore. E poi vi è un riposo che è abbandono, fiducia, affidamento alla vita, nella speranza che essa sappia custodire con cura e competenza ogni cosa. Riposare può significare fuga, dimenticanza, disinteresse, pura voglia di evasione; oppure il riposo può trasformarsi in quella occasione in cui facciamo i conti con la nostra finitudine, col il senso del nostro limite, con quella fiducia radicale che, sola, ci permette di abitare il mondo con speranza.

«La saggezza umana dice: Disgraziato chi rimette a domani. E io dico Beato, beato chi rimette a domani. Beato chi rimette. Cioè Beato chi spera. E che dorme.» Buon riposo!

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Luglio di LodiVecchioMese

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