Affetti e Legami

cosa resta?

Cosa resta dei legami spezzati, degli amori finiti, delle amicizie inaridite, degli affetti che si sono spenti, di quelle passioni che hanno perduto vigore ed energia?Che cosa resta di un cuore deluso, di un animo ferito, di un mondo che è crollato o che, più modestamente, ha smarrito il suo centro?

Cosa resta quando il dolore si attenua, quando la ferita della perdita inizia a cicatrizzare e quando il respiro si fa meno affannato ed inquieto? Cosa resta dopo la tempesta, quando sulla riva scorgi le imbarcazioni frustate dal vento e rigettate come vecchie zavorre sulla spiaggia? Cosa resta dopo il passaggio del temporale, nell’attimo in cui il cielo, tornato sereno, getta una spietata luce sui rami spezzati, sulle case scoperchiate, sulle foglie spazzate dal vento?

Resta, forse, solo il senso della propria identità ferita e guarita, malata e ora convalescente, persa ed in qualche modo ritrovata. Resta il valore di se stessi, della propria singolare unicità, la consapevolezza del radicamento che viviamo verso la vita. Resti tu, con la pelle ancora lacerata dalla passata malattia e tuttavia vivo, intero, presente. Resta il tuo volto come ridisegnato dal dolore, come trasformato dal buio che hai attraversato e dalle oscurità che ti hanno abitato.

Resti tu, più stanco ma più vero, affaticato ma autentico, provato ma cresciuto.

Ti guardi indietro e comprendi che hai una scelta da compiere: quella di trattenere quel dolore come la fonte di un perenne risentimento oppure abbracciare la tua solitudine e farla diventare un luogo accogliente per la sofferenza altrui. Il dolore, l’abbandono, la solitudine possono diventare la tomba della fiducia, il covo del rancore, la fonte del livore; oppure possono trasformarsi in un luogo ospitale, accogliente, cordiale verso la sofferenza di chi ti sta attorno, di chi incrocia la tua strada, di chi percorre il tuo stesso sentiero. Il dolore, mai benedetto, mai benvenuto, ospite sempre indesiderato, tuttavia può farsi spazio per scoprire l’umanità che ci abita e la carne di cui tutti siamo fatti.

Ogni legame spezzato è come un antenna capace di captare i tanti legami doloranti di chi ci sta attorno. Ogni piccola sofferenza fa di noi dei fratelli, compagni di quello strano viaggio che è la vita.

Parole di carta

Buen Viaje!

There are those who travel to leave and those to return; some to escape from home and others to come back there.
There are those who travel for passion and those for duty; some with enthusiasm, some with a sore step; there are those who do it with joy and those who are moved by pain; some with passion, others out of desperation.
There are those who travel to know and those to forget; some for the desire to go “beyond” and some in the humble hope of finding a “where”.

There are those who travel to seek love and those after the love is over; someone sets out because he feels a hole inside and others because they attempt to fill up that hole.
There are those who travel in search of a destination and those just for the sake of the journey; some to cross a finish line and some to not stay still.
There are those who travel to meet people and those just to meet themselves.
There are those who travel to challenge themselves and those to come out of the test that life has put in their path.

There are those who travel to get lost and those to face themselves again.
There are those who travel with huge luggage and those only with the essential; some with a soul swollen with thoughts and feelings and some poor and miserable, deprived of everything and everyone.
There are those who travel having carefully planned the way and those simply putting one foot behind the other, following their star.
There are those who travel with courage and audacity and those with fear and despair.

We are all traveling, each with their own passion, following their own dreams or fleeing their own ghosts.
The journey belongs to us or maybe we belong to it.
Life is a journey, a journey to take one step at a time, sometimes towards something other times towards nothing. But always moving

Storia e Tempi

Buon 25 Aprile!

Non se è capitato anche a voi ma a me pare che questo 25 aprile abbia un sapore molto particolare, come se si trattasse di una riscoperta, di una ritrovata consapevolezza, di un ritrovamento di un ricordo prezioso e un po’ dimenticato. Forse è davvero così: la guerra a cui stiamo tutti assistendo in diretta social e TV sta risvegliando nella nostra mente e nei nostri cuori il senso di un evento che rischiava di trasformarsi in oggetto da museo, in una celebrazione un po’ retorica e tronfia.

Per quanto molti si sforzassero di parlare di liberazione, di ritrovata libertà, di evento fondativo della nostra comunità nazionale, il 25 aprile ogni anno diventava l’occasione di un dibattito “storico” e accademico, un momento attorno al quale confrontare idee politiche, posizioni ideologiche e opinioni personali. Un po’ come si parla del congresso di Vienna o della rivoluzione russa: eventi centrali nella storia europea ma tutto sommato ininfluenti sull’oggi delle nostre vite, incapaci di parlare e di trasmettere il pathos da cui erano animati. L’effetto complessivo era che la festa della liberazione tendeva ad essere qualcosa buona per i sopravvissuti a quell’evento (sempre meno a dire il vero, per via dell’età) e di una parte politica che si sentiva erede di quel grande movimento di popolo.

Il 25 aprile di quest’anno, beh, mi pare abbia ritrovato il suo appeal, il suo fascino, la sua loquacità. Il popolo ucraino ci sta mettendo davanti agli occhi la testimonianza, drammatica ed eroica, del significato del verbo resistere: resistere all’aggressione, all’ingiusta invasione, lottare per la propria libertà, per i propri valori, per il futuro del propri figli, per il valore della propria comunità nazionale. Resistere per sopravvivere.

È come se il popolo ucraino ci stesse facendo fare un viaggio nella memoria, stesse resuscitando consapevolezze perdute, pensieri dimenticati, valori un po’ obnubilati. La gente dell’Ucraina ci sta rieducando al senso della parola libertà che forse le nostre società occidentali, un po’ opulenti e stanche, avevano pensato di poter mettere in un cassetto.

Resistere è ricordare che la libertà non è una cosa guadagnata per sempre, non è un bene a lunga conservazione, non è un oggetto che si trova a suo agio nelle polverose stanze di un museo. Resistenza è anzitutto uno stile quotidiano, una pratica feriale, l’atteggiamento di chi, consapevole del carattere fragile e volatile della propria libertà, è disponibile a combattere ogni giorno perché esse sia custodita, riaffermata, celebrata.

Pur nella drammaticità degli eventi, spero che resti questa lezione a noi italiani del 2022: la lotta di liberazione, che i nostri nonni e bisnonni hanno combattuto, esige oggi di essere riassunta come una esigenza vitale, improrogabile, ineludibile. Resistere significa restare umani, non perdere il senso del proprio valore, il peso della propria identità. Resistere significa sentirsi solidali con chi, anche oggi e non lontano da casa nostra, sta resistendo, si sta sacrificando per la propria libertà ed il proprio futuro.

Buona festa del 25 aprile allora, nella consapevolezza che talvolta la storia ci chiede di resistere nella nostra umanità, anche a caro prezzo.

Pensieri e Silenzi

la resa

La Pasqua di quest’anno mi hai insegnato una cosa: il valore della resa. È una lezione dura da apprendere ed ancora più difficile da praticare.

Ci hanno sempre insegnato a resistere ai problemi, alle situazioni difficili, ai legami problematici e alle varie sfide che la vita ti mette davanti. La resistenza, talvolta, è percepita come l’unica strategia praticabile per affrontare i piccoli e grandi problemi.

La vita poi lentamente, ma con mano ferma, ti insegna che vi è una soluzione diversa per gestire quello che ti accade: sperimentare una resa incondizionata verso le cose. Credetemi, non è una cosa facile né pacifica la resa; non è rinuncia, apatia o fuga. Essa ha più a che fare con il valore dell’obbedienza che siamo tutti che siamo chiamati a maturare verso le cose che sfuggono al nostro controllo. La resa afferisce a quella dimensione di passività che ci abita, a quel senso del limite che struttura la nostra vita.

L’esperienza della resa assomiglia a quella dell’accoglienza, della docilità, della disponibilità sincera verso le cose e le persone. Arrendersi non è cedere, né acconsentire o rinunciare, ma abbracciare, pur con sofferenza, quello che eccede il nostro dominio e la nostra presa. La resa è lo stile di chi onora la concretezza e la irriducibilità delle cose e celebra la loro intrinseca alterità rispetto a chi siamo e a cosa possiamo.

L’esperienza di essere “inchiodati” alla realtà della nostra vita, di essere legati a quel “patibolo”, che talvolta pare uno strumento di morte, non è cosa da anime candide. Accogliere questa “crocifissione” come una grazia indesiderata, ma comunque una grazia, beh non è proprio un giro in giostra.

Giunge il tempo in cui – sarà l’età, sarà la maturità o la fatica – comprendi che la resa suona come un lieto annuncio, come una via d’uscita, un opzione da considerare.

La differenza sta tutta qui: assumere ciò che la vita mette sul tuo cammino indipendentemente dalla tua volontà come una violenza, una minaccia o un attacco alla volontà narcisistica di dominio;  oppure accoglierla come qualcosa da offrire, qualcosa a cui abbandonarsi e a cui obbedire. È la differenza che passa tra la condanna ed il sacrificio.

Parola e parole

spalanca i nostri sepolcri!

Signore, spalanca i nostri sepolcri, togli la pietra che chiude le nostre piccoli e grandi tombe esistenziali, rotola via quel masso che impedisce alla luce di vincere le oscurità della nostra vita.

Signore, liberaci dai nostri sepolcri, facci uscire fuori dalle tenebre che imbrattano le nostre povere giornate, fuori dalle paure che paralizzano il nostro cammino, dalle infedeltà che inquinano i nostri affetti.

Scuoti i nostri tristi ripiegamenti, le nostre voglie dolenti, i nostri capricci egoistici, i nostri silenzi autistici e le nostre pigrizie autoreferenziali.

Allontana da noi le pretese ricattatorie, le volgarità degli affetti, l’insolenza delle parole, le aspettative irrispettose e violente, i silenzi minacciosi, gli sguardi invidiosi, le prese prepotenti ed i protagonismi narcisistici.

Signore, fa entrare aria fresca nella nostra vita, illumina le nostre amicizie, riscalda i nostri amori, incoraggia le nostre passioni timide, sostieni le nostre aspirazioni incoerenti ed incostanti, spalanca il nostro cuore all’ebrezza di ogni piccolo incontro.

Rialzarci anche oggi e apri sentieri dove vediamo solo deserto e desolazione, fallimento e paura; e donaci occhi che sappiano contemplare quei piccoli i semi di futuro che ancora fioriscono nelle nostre vite.

Parole di carta

precari…

Precario fino a qualche tempo fa era l’aggettivo che definiva una persona senza un impiego a tempo indeterminato o, in altri termini, colui che non aveva ancora trovato il classico “posto fisso”, con tutte le garanzie ed i benefit annessi. La precarietà era una condizione che, nel linguaggio comune, era associata quasi esclusivamente al mondo del lavoro, giacché le società occidentali garantivano una discreta forma di protezione, di assistenza e tutela. Si era sì “precari”, lavorativamente parlando, ma dentro un mondo tutto sommato “sicuro” e stabile.

Ho la sensazione che i recenti avvenimenti abbiamo come esteso il dominio semantico di questa parola e la condizione di precarietà abbia in qualche modo abbandonato il ristretto, seppur vitale, ambito professionale. La pandemia prima e la crisi ucraina poi hanno accelerato un processo di “precarizzazione esistenziale” che aveva già segnato la cultura post-moderna della globalizzazione e che oggi ritrova espressioni assai più acute e pervasive.

C’è un senso latente di insicurezza che si insinua nella nostra società, una percezione di incertezza che ammorba il nostro sentire personale e comunitario. Un piccolo virus invisibile allo sguardo ed una violenza bellica che pensavamo ormai estirpata dal suolo europeo hanno fatto vacillare le nostre – forse apparenti – sicurezze e protezioni, lasciandoci esposti all’imprevedibilità incontrollabile della natura e agli umori aggressivi e violenti del cuore umano. Ci siamo ritrovati esposti, deboli, indifesi, insicuri, vulnerabili ed impotenti nei confronti del male che accade fuori e dentro di noi. Al mondo globalizzato, dinamico e competitivo, che aspirava a garantire quanto meno un po’ di sicurezza e di protezione, si sta ora sostituendo una situazione in cui la minaccia sanitaria, lo spettro della guerra e le inevitabili conseguenze economiche che ne potrebbero derivare, rendono il futuro assai incerto e fosco.

In questa nuova condizione di “post-modernità precaria” non sono solo i sistemi economici e sociali ad essere messi sotto pressione ma anche il senso della nostra soggettività, la consistenza della nostra vita, la permanenza della nostra persona. Stiamo diventando persone “esistenzialmente fragili”, gente che è chiamata a fare i conti con un senso profondo di insicurezza personale e familiare. Che ne sarà di me, della mia famiglia, della mia comunità? Che speranza alimenterà il futuro mio e dei miei figli? Quale coraggio saprà spronarci ad andare avanti e a lottare per un mondo migliore?

Forse, a ben vendere, la prima forma di fragilità che sperimentiamo non è quella medica, militare o economica, ma è quella che alberga nella nostra anima, che agita i nostri sogni, che segna indelebilmente le nostre vite, scosse come piccole scialuppe in un mare in tempesta. Percepiamo tutti un bisogno di stabilità che, forse, va al di là del contro in banca o della stabilità lavorativa: è una stabilità che afferisce al senso profondo che diamo alla nostra vita, all’orizzonte di significato in cui collochiamo la nostra esistenza e alla luce che è capace di illuminare il nostro futuro.

Tra pochi giorni celebreremo la Pasqua annuale, mistero di morte e di vita, annuncio di liberazione di speranza per l’uomo. Quell’evento accaduto duemila anni fa ha la pretesa di modificare il corso delle storia e di offrire all’uomo uno sguardo capace di andare oltre: oltre il dolore ed il fallimento, oltre la sconfitta e la perdita, oltre la rovina e la morte. Quell’uomo nazzareno finito in croce ha l’ambizione di offrire una chance alla nostra fama insaziabile di vita e di sicurezza, di bene e di futuro. Penso che se la nostra fede vuole avere ancora qualcosa da dire all’uomo di oggi, deve tentare non dico di rispondere, ma quanto meno di sintonizzare le proprie frequenze sulla precarietà esistenziale che attraversa le nostre vite. O la fede diviene una luce, seppure flebile, fioca e debole, tuttavia capace di illuminare le tenebre che si addensano fuori e dentro di noi, o rischia di trasformarsi in un oggetto da museo, un pezzo di antiquariato, un soprammobile inutile e, a ben vedere, sterile. 

pubblicato su Il Cittadino del 13 Marzo 2022

Pensieri e Silenzi

un gancio affidabile

Ogni dolore possiede un tratto di solitudine, una dimensione talmente intima e personale che spesso esso diviene incomunicabile. C’è qualcosa di unico in ogni dolore, un elemento che è singolare e difficilmente condivisibile.

È bello e consolante avere delle persone accanto quando si attraversano momenti faticosi ed impegnativi ma la vicinanza, per quanto benedetta, non significa immediatamente condivisione e partecipazione. Per quanto un amico stia vicino, resta un alone di inaccessibilità per ogni piccolo o grande dolore, un’ombra che non viene illuminata, un angolo che non può essere visitato.

Si viene al mondo da soli e ritorneremo alla terra da soli e forse in ogni piccolo o grande dolore riecheggia questa radicale solitudine da cui siamo abitati. Ogni patimento è un esigente richiamo alla nostra irriducibile singolarità, una memoria di come la nostra originalità viva sempre di questa irrisolvibile dialettica di autenticità e solitudine. Siamo un po’ come un pendolo, che nel suo ondeggiare muove da un punto all’altro senza mai potersi realmente riposare in alcuno.

Il dolore riverbera in modo unico nelle nostre membra, come ogni corda vibra in modo singolare ad ogni tocco. Le onde che la sofferenza crea in noi rimbombano nella nostra interiorità creando tonalità che solo le nostre orecchie riescono ad ascoltare.

La solitudine del patire ci spinge a trovare un punto interno su cui fare presa, un fulcro sul quale appoggiare la nostra esistenza. È proprio in questo momenti di smarrimento che sentiamo forte il desiderio di un porto di sicuro, di una roccia affidabile, di un gancio solido. Il dolore ci invita a trovare un riparo, un fondamento, un radicamento nella vita, capace di reggere all’urto delle cose.

Affetti e Legami

Vira, 10-11-19

Pensate a vostra figlia quando aveva tre anni, quando vi gironzolava per casa allegra e gioiosa, toccando tutto e arrampicandosi sui mobili. Ora pensate di prenderla in braccio e ti scoprirle la schiena e di scriverle sopra il suo nome, la sua data di nascita ed alcuni numeri di cellulare. Non per un gioco o per uno scherzo, ma come precauzione affinché, qualora veniate uccisi da una bomba o da un cecchino, qualcuno sappia il suo nome ed i suoi dati anagrafici.

Non so che effetto vi faccia il solo pensiero, ma questo è la drammatica condizione della mamma di Vera e, come lei, di tante mamme che vivono in Ucraina, dove la guerra è penetrata drammaticamente in ogni anfratto del cuore anche in quei luoghi reconditi che custodiscono l’amore verso i propri figli.

È angosciante la sola idea di “tatuare” la schiena di vostro figlio per garantirgli almeno una identità, un nome, un legame che la violenza degli adulti potrebbe strappargli in qualunque istante. Come si può convivere con il pensiero, assai concreto e reale, che vostro figlio, di cui siete rimasto l’unico a prendervene cura (probabilmente vostro marito è al fronte…) potrebbe restare in balia di se stesso, dentro una comunità che è stata annientata, nel cuore di un popolo devastato, senza una reta di relazioni che possano garantire un minimo di tutela e di protezione?

Non è umana la vita di coloro che, come bestie mandate al macello, devono subire un tale supplizio. Non ha nulla di umano la vita di mamme e papà costretti a incidere sulle tenera membra dei propri pargoli un flebile legame con il passato, con la loro origine, con la verità di chi sono e di chi li ha messi al mondo. L’angoscia della dissoluzione, della scomparsa e dell’oblio divora il cuore come un cancro impossibile da estirpare.

C’è un tratto di spaventosa disumanità in tutto questo; il senso di un dolore lancinante ed insopportabile; la percezione di una sconfitta della ragione e della dignità; la prova di un fallimento per chiunque possieda un briciolo di umanità.

Storia e Tempi

resistenza

Francamente non capisco come si possa da una parte ricordare e onorare la guerra di liberazione partigiana che l’Italia visse nel lontano ‘45 e dall’altra assumere una posizione di terzietà verso quello che sta accadendo in Ucraina.

Non comprendo l’appello alla neutralità e alla equidistanza che sento da diverse parti politiche e non solo, come se l’aggressore e l’aggredito, la vittima ed il carnefice fossero da trattare allo stesso modo e con uguale considerazione. Vi è una guerra di aggressione in atto, in cui un popolo viene massacrato da un violento invasore. Utilizzare l’analisi storica o geopolitica per attenuare la responsabilità di una parte rispetto all’altra lo trovo un atto, non solo poco comprensibile, ma anche ingiusto.

Sì, perché, pur condividendo convintamente gli appelli alla pace e alla cessazione delle ostilità, occorre non dimenticare che la pace esige la giustizia e che imporre una pace ingiusta è non solo immorale ma anche poco saggio. Magari mi sbaglio, ma un richiamo alla cessazione della violenza di fronte ad un invasore che non vuole cessare le ostilità rischia di essere un atto di codardia, di ingiustizia e di irresponsabilità verso l’altro.

Le armi non sono mai una soluzione e servirebbe davvero un processo di disarmo su scala mondiale, ma usare questo appello come un alibi per non sostenere l’aggredito lo trovo inopportuno.

Forse bisognerebbe davvero ricordare la lotta di liberazione che i nostri nonni e bisnonni hanno combattuto decenni fa e comprendere che, di fronte a certi fatti della storia, l’equidistanza e la terzietà sono opzioni inaccettabili e miopi. Credo ci siano situazioni in cui occorre avere il coraggio di chiamare giusto ciò che è giusto ed ingiusto quello che non lo è,  senza semplificazioni, senza atteggiamenti manichei e senza pregiudizi ideologici.

Siamo tutti consapevoli che la storia è una cosa complessa e che non è mai facile – non so neanche se sia possibile  – districare la matassa delle responsabilità, per dividere i buoni dai cattivi. Eppure la consapevolezza della complessità non ci deve far piombare in una notte in cui, come direbbe Kant, tutte le vacche sono grigie. Non è tutto uguale, non è tutto identico, le responsabilità, benché condivise, non sono simili.

La storia ci ha già insegnato cosa comporta un atteggiamento attendista ed equivoco. Nessuno vuole la guerra, nessuno qui spinge per una corsa al riarmo o per posizioni belliciste, tuttavia, di fronte alla aggressione, non ci è concesso il lusso dell’indifferenza.

Pensieri e Silenzi

come note su un pentagramma…

Vi è un potere inesplorato nel gesto dell’ascolto, una forza mite, umile, docile, eppure efficace, vigorosa e generosa. La nostra mentalità efficentista, capace di valorizzare e apprezzare solo ciò che è attivo e funzionante fatica a riconoscere il valore straordinario di un atto così passivo, indifeso e talvolta impotente.

Qualcuno ha scritto che il nostro problema è che ascoltiamo per rispondere e non per comprendere ed accogliere e temo che questo sia il vulnus del nostro atteggiamento esistenziale. In fondo vale ciò che è attivo, ciò che fa, ciò crea effetti, produce risultati, muove le situazioni. Tutto quanto afferisce ad una dimensione di radicale passività e ricettività intercetta poco il nostro interesse e, se lo fa, crea un qualche disturbo e fastidio. È il mito dell’homo faber o, in salsa più moderna, del self-made man: il soggetto che è signore del proprio destino, autore della propria esistenza, protagonista unico della propria vicenda.

L’esperienza dell’ascolto muove su binari completamente divergenti e percorre traiettorie assai distanti: ascoltare implica un gesto pacato e mansueto di accoglienza, di disponibilità, di apertura e di simpatia. Vivi l’arte dell’ascolto solo nel momento in cui sai sopire gli stimoli che vengono dal mondo esterno e dal tuo universo interiore e tutta la attenzione è posta sulle parole dell’altro, su ciò che esso dice e, soprattutto, su ciò che esso non dice. Sì perché ascoltare è assai più che udire; esso eccede il semplice fatto biologico del timpano sollecitato dalle onde sonore.

L’ascolto esige la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di tentare, per quanto ci è possibile, di vedere il mondo con i suoi occhi, di sentire le cose come le percepisce lui. È in questo sforzo che comprendi che la parola pronunciata è solo una piccola parte del mondo che l’altro sta condividendo: ci sono le pause, le intonazioni della voce, i sospiri, le smorfie della faccia, il movimento delle mani, la postura del corpo, l’intensità dello sguardo ed il silenzio tra voi. Ascoltare è come leggere una spartitura musicale, in cui il segno della singola nota acquista valore e significato nella melodia complessiva del pentagramma. Vi è anzitutto una sintonia dei cuori, un accordo dei sentimenti, un’intesa delle menti che rendono ogni gesto di ascolto un piccolo evento di incontro e di relazione.

Dio solo sa quanto oggi le gente che vive attorno a noi ha fame di persone capaci di ascolto, di quell’atto mite e disinteressato che ci fa sentire al centro dell’attenzione dell’altro, nel cuore del suo cuore, nel punto più vivido della sua mente. Vi è davvero un potere poco praticato in questo gesto tanto semplice quanto esigente, allo stesso tempo disarmato e vitale, riservato e nobile.  

Se è vero che ciascuno di noi fa esperienza della propria singolare unicità, talvolta della propria solitudine ed incomunicabilità, nell’esperienza dell’ascolto sperimentiamo la grazia di sentirci simili, affini, vicini. L’ascolto è capace di rompere quella bolla di isolamento che esclude e ci sa donare la gioia della prossimità dell’altro.