Parole di carta

precari…

Precario fino a qualche tempo fa era l’aggettivo che definiva una persona senza un impiego a tempo indeterminato o, in altri termini, colui che non aveva ancora trovato il classico “posto fisso”, con tutte le garanzie ed i benefit annessi. La precarietà era una condizione che, nel linguaggio comune, era associata quasi esclusivamente al mondo del lavoro, giacché le società occidentali garantivano una discreta forma di protezione, di assistenza e tutela. Si era sì “precari”, lavorativamente parlando, ma dentro un mondo tutto sommato “sicuro” e stabile.

Ho la sensazione che i recenti avvenimenti abbiamo come esteso il dominio semantico di questa parola e la condizione di precarietà abbia in qualche modo abbandonato il ristretto, seppur vitale, ambito professionale. La pandemia prima e la crisi ucraina poi hanno accelerato un processo di “precarizzazione esistenziale” che aveva già segnato la cultura post-moderna della globalizzazione e che oggi ritrova espressioni assai più acute e pervasive.

C’è un senso latente di insicurezza che si insinua nella nostra società, una percezione di incertezza che ammorba il nostro sentire personale e comunitario. Un piccolo virus invisibile allo sguardo ed una violenza bellica che pensavamo ormai estirpata dal suolo europeo hanno fatto vacillare le nostre – forse apparenti – sicurezze e protezioni, lasciandoci esposti all’imprevedibilità incontrollabile della natura e agli umori aggressivi e violenti del cuore umano. Ci siamo ritrovati esposti, deboli, indifesi, insicuri, vulnerabili ed impotenti nei confronti del male che accade fuori e dentro di noi. Al mondo globalizzato, dinamico e competitivo, che aspirava a garantire quanto meno un po’ di sicurezza e di protezione, si sta ora sostituendo una situazione in cui la minaccia sanitaria, lo spettro della guerra e le inevitabili conseguenze economiche che ne potrebbero derivare, rendono il futuro assai incerto e fosco.

In questa nuova condizione di “post-modernità precaria” non sono solo i sistemi economici e sociali ad essere messi sotto pressione ma anche il senso della nostra soggettività, la consistenza della nostra vita, la permanenza della nostra persona. Stiamo diventando persone “esistenzialmente fragili”, gente che è chiamata a fare i conti con un senso profondo di insicurezza personale e familiare. Che ne sarà di me, della mia famiglia, della mia comunità? Che speranza alimenterà il futuro mio e dei miei figli? Quale coraggio saprà spronarci ad andare avanti e a lottare per un mondo migliore?

Forse, a ben vendere, la prima forma di fragilità che sperimentiamo non è quella medica, militare o economica, ma è quella che alberga nella nostra anima, che agita i nostri sogni, che segna indelebilmente le nostre vite, scosse come piccole scialuppe in un mare in tempesta. Percepiamo tutti un bisogno di stabilità che, forse, va al di là del contro in banca o della stabilità lavorativa: è una stabilità che afferisce al senso profondo che diamo alla nostra vita, all’orizzonte di significato in cui collochiamo la nostra esistenza e alla luce che è capace di illuminare il nostro futuro.

Tra pochi giorni celebreremo la Pasqua annuale, mistero di morte e di vita, annuncio di liberazione di speranza per l’uomo. Quell’evento accaduto duemila anni fa ha la pretesa di modificare il corso delle storia e di offrire all’uomo uno sguardo capace di andare oltre: oltre il dolore ed il fallimento, oltre la sconfitta e la perdita, oltre la rovina e la morte. Quell’uomo nazzareno finito in croce ha l’ambizione di offrire una chance alla nostra fama insaziabile di vita e di sicurezza, di bene e di futuro. Penso che se la nostra fede vuole avere ancora qualcosa da dire all’uomo di oggi, deve tentare non dico di rispondere, ma quanto meno di sintonizzare le proprie frequenze sulla precarietà esistenziale che attraversa le nostre vite. O la fede diviene una luce, seppure flebile, fioca e debole, tuttavia capace di illuminare le tenebre che si addensano fuori e dentro di noi, o rischia di trasformarsi in un oggetto da museo, un pezzo di antiquariato, un soprammobile inutile e, a ben vedere, sterile. 

pubblicato su Il Cittadino del 13 Marzo 2022

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