Vira, 10-11-19

Pensate a vostra figlia quando aveva tre anni, quando vi gironzolava per casa allegra e gioiosa, toccando tutto e arrampicandosi sui mobili. Ora pensate di prenderla in braccio e ti scoprirle la schiena e di scriverle sopra il suo nome, la sua data di nascita ed alcuni numeri di cellulare. Non per un gioco o per uno scherzo, ma come precauzione affinché, qualora veniate uccisi da una bomba o da un cecchino, qualcuno sappia il suo nome ed i suoi dati anagrafici.

Non so che effetto vi faccia il solo pensiero, ma questo è la drammatica condizione della mamma di Vera e, come lei, di tante mamme che vivono in Ucraina, dove la guerra è penetrata drammaticamente in ogni anfratto del cuore anche in quei luoghi reconditi che custodiscono l’amore verso i propri figli.

È angosciante la sola idea di “tatuare” la schiena di vostro figlio per garantirgli almeno una identità, un nome, un legame che la violenza degli adulti potrebbe strappargli in qualunque istante. Come si può convivere con il pensiero, assai concreto e reale, che vostro figlio, di cui siete rimasto l’unico a prendervene cura (probabilmente vostro marito è al fronte…) potrebbe restare in balia di se stesso, dentro una comunità che è stata annientata, nel cuore di un popolo devastato, senza una reta di relazioni che possano garantire un minimo di tutela e di protezione?

Non è umana la vita di coloro che, come bestie mandate al macello, devono subire un tale supplizio. Non ha nulla di umano la vita di mamme e papà costretti a incidere sulle tenera membra dei propri pargoli un flebile legame con il passato, con la loro origine, con la verità di chi sono e di chi li ha messi al mondo. L’angoscia della dissoluzione, della scomparsa e dell’oblio divora il cuore come un cancro impossibile da estirpare.

C’è un tratto di spaventosa disumanità in tutto questo; il senso di un dolore lancinante ed insopportabile; la percezione di una sconfitta della ragione e della dignità; la prova di un fallimento per chiunque possieda un briciolo di umanità.


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