La cosa che più mi colpisce quando ascolto un rappresentante dello Stato di Israele o, più in generale, un sostenitore della causa israeliana, è la loro apparente incapacità di riconoscere il dolore altrui. Il popolo di Israele ha subito una violenza indicibile e un terribile dolore, e sembra che questo trauma profondo e incommensurabile lo abbia reso insensibile al dolore altrettanto immenso dei suoi “fratelli” – le popolazioni arabe, il popolo palestinese e quello libanese.
Quando ascolti chi rappresenta questo punto di vista, avverti una sorta di censura nei confronti delle sofferenze degli altri, una mancanza di volontà di capire e di empatizzare. Sembra che la tragedia abbia rinchiuso il popolo israeliano in una bolla autistica, rendendolo insensibile e refrattario alle sofferenze altrui. La sua condizione di vittima sembra, forse inconsapevolmente, trasformarlo in carnefice, poiché il dolore subito può generare un’aggressività incontrollata e cieca.
Nessuno di noi può veramente comprendere cosa significhi vivere in una regione dove si è circondati da vicini che aspirano alla propria morte. La nostra posizione di terzietà potrebbe renderci incapaci di afferrare appieno la realtà, ma proprio questa terzietà ci consente di osservare con maggiore oggettività il dolore che esiste da entrambe le parti.
È innegabile il dolore seguito all’attentato del 7 ottobre, in cui circa 1200 israeliani hanno perso la vita e oltre 250 sono stati rapiti. Allo stesso modo, è atroce la morte di oltre 40.000 persone a Gaza, la maggior parte delle quali innocenti, incluse moltissime donne e bambini. Questa insensibilità cinica, che ha caratterizzato le reazioni di gran parte del popolo israeliano, mi sorprende e mi preoccupa.
La crescente accusa di antisemitismo, che Israele esprime apertamente, sembra alimentarsi della stessa logica. Anche il presidente Netanyahu, all’ONU, ha parlato di una “palude antisemita”. Onestamente, non credo che si possa semplificare la questione in questi termini. Non nego l’esistenza di pericolosi atteggiamenti antisemiti che devono essere combattuti e debellati dal nostro tessuto sociale, ma classificare ogni critica alla politica e al governo israeliani come antisemitismo appare come un modo per ignorare la realtà e negare il riconoscimento delle ragioni altrui. Se ogni critica diventa automaticamente espressione di razzismo, ciò ci esime da ogni responsabilità nel cercare di comprendere le ragioni degli altri.
In questi tempi bui, ci troviamo di fronte a una sfida difficile e ambiziosa, ma al contempo vitale e ineludibile: mantenere la nostra umanità, preservando il senso e il valore della nostra stessa umanità. Siamo sommersi da notizie di tragedie, guerre, violenze e aggressioni che amplificano il nostro senso di incertezza e vulnerabilità, terreno fertile per rigurgiti di violenza e rabbia.
Percepire e abbracciare la carne sofferente e sanguinante del nostro prossimo mi appare un antidoto necessario a questi virus di aggressività, da cui rischiamo tutti di essere mortalmente contagiati.









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