Intervista per Il Piccolo di Trieste

Qualche giorno fa, Aeham ed io siamo stati intervistati da Elisa Russo, giornalista del quotidiano Il Piccolo di Trieste, riguardo al nostro ultimo libro scritto a quattro mani: Via da Yarmouk – storia di un uomo salvato dal suo pianoforte.

Ecco l’intervista, che trovate anche sul sito di Elisa [qui il link].

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Continua a raccontarsi, oltre che attraverso la musica, con i libri Aeham Ahmad, “Il pianista di Yarmouk” (come titolava la sua autobiografia). Dopo due lavori diffusi in Italia da La Nave di Teseo, esce ora il terzo “Via da Yarmouk – Storia di un uomo salvato dal suo pianoforte”, scritto assieme a Marco Zanoncelli e pubblicato da Le Piccole Pagine (pagg 134, 14 euro). Classe ’88, Ahmad appartiene alla minoranza palestinese in Siria, ha vissuto nel campo rifugiati di Yarmouk alla periferia di Damasco suonando il piano nelle strade della città bombardata. Nel 2015 è costretto a fuggire, il suo talento musicale rompe qualsiasi argine e diventa un concertista affermato, vincendo premi internazionali come il Beethoven per i diritti umani; in Italia è stato anche sul palco di Sanremo, dove ha accompagnato Elodie e al Premio Tenco; in regione ha già suonato alcune volte (al Miela, a Udin&Jazz). “Via da Yarmouk” vuole raccontare questa seconda fase della sua vita: dall’arrivo in Germania fino al momento in cui è divenuta lentamente e faticosamente la sua casa. 

Zanoncelli, come è strutturato il libro?

«Segue un doppio registro, quello narrativo, scritto da Aeham, e quello più riflessivo curato da me. L’idea era quella di far “risuonare” la sua storia (che è a suo modo “straordinaria”) nella normalità delle nostre vite. La singolarità e l’eccezionalità della sua esperienza in realtà parla alla nostra umanità ed intercetta quella grammatica di fondo dell’umano che ci accomuna tutti. Mi piacerebbe che il libro funzionasse un po’ come uno specchio, attraverso il quale il lettore possa conoscere, attraverso la vicenda di Aeham, qualcosa in più di sé».

L’amicizia ha un ruolo fondamentale nel racconto?

«Assolutamente. Anzitutto perché il libro è frutto dell’amicizia tra Aeham e me, ma forse per una ragione più profonda: durante i suoi concerti usa spesso questa espressione “create connection”, ossia creare connessione, tra lui e le persone che incontra. È molto in sintonia con quello che penso anch’io. Vivere significa prima di tutto abitare le nostre relazioni ed i nostri legami e l’amicizia è uno dei legami più intensi e gratuiti che possiamo sperimentare». 

Ahmad, lei nelle pagine tocca anche il tema del ricongiungimento familiare. 

«Affrontarlo è incredibilmente difficile. Ho dovuto superare tante pratiche burocratiche e dimostrare di poter mantenere la mia famiglia. Sono stato fortunato perché avevo un lavoro e ho ricevuto aiuto da molte persone. Purtroppo, tanti migranti non conoscono le procedure o la lingua e perdono la possibilità di riunirsi con i propri cari».

È arrivato dalla rotta balcanica, ne porta ancora i traumi?

«Un viaggio incredibilmente difficile ed estremo. Quando l’ho affrontata, era la via più “semplice”, anche se richiedeva ore di cammino e la lotta per attraversare i confini. Oggi è ancora peggio, con criminalità diffusa e molti che non ce la fanno, finendo dispersi senza cibo o acqua. Tante persone sono intrappolate tra Macedonia e Serbia. Ora tentano altre vie, soprattutto via mare, ma anche questi sono percorsi molto pericolosi».

Altro tema che affiora è il senso di colpa. Come gestirlo?

«È qualcosa di molto potente. Per me è importante perché mi costringe a riflettere su ciò che faccio e a non dare nulla per scontato. Vedere la mia gente che muore di fame mi fa sentire colpevole, ma mantiene viva la consapevolezza delle mie origini. Ho ancora parenti, amici e conoscenti che vivono in situazioni terribili, e quel senso di colpa mi aiuta a ricordare il mio legame con loro. Anche se può logorare, serve a smuoverci e a spingerci a migliorarci».

“Storia di un uomo salvato dal pianoforte”: c’è un lieto fine?

«La musica ha il potere di connettere le persone, creando legami profondi tra chi suona e chi ascolta. Nel mio caso è stata davvero salvifica, portando a un finale felice nella mia storia. Ho lottato duramente per questo, ma sono consapevole che molti musicisti in Siria non hanno la stessa fortuna. La musica, però, offre uno stimolo incredibile per andare avanti, anche quando tutto sembra perduto. In quei momenti difficili, la musica può essere una forza che ispira e accompagna verso un futuro migliore».   

Elisa Russo, Il Piccolo 21 Maggio 2025 

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