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C’è un verbo che, forse più di ogni altro, definisce e racconta la pienezza e la maturità dell’umano: generare.

Non si tratta soltanto di mettere al mondo un figlio. Generare è una scelta esistenziale, un modo di stare al mondo. È decidere di non percepire se stessi come il termine ultimo della propria vita, come lo scopo a cui tutto deve essere ricondotto. È scegliere di decentrarsi, di riconoscere nell’altro il senso e l’orizzonte del proprio esistere.

Chi genera dà la vita, ma, nel farlo, compie qualcosa di ancora più profondo: si sbilancia verso l’altro. Esce da sé, si apre a una forma di estasi, intesa nel suo significato più autentico, quello di «stare fuori» dal proprio centro. L’altro non è più un elemento secondario della propria esistenza, ma diventa qualcuno per cui vale la pena vivere, amare, spendersi. È così che la persona smette di essere il centro del mondo e scopre che la propria pienezza passa attraverso la presenza di qualcun altro.

Siamo abituati a pensare il generare soprattutto nella sua dimensione attiva. Chi genera sceglie, decide, agisce, crea qualcosa di nuovo. C’è un’iniziativa, un’assunzione di responsabilità, una forza che si mette in movimento. Ed è certamente una dimensione essenziale.

Ma esiste un secondo aspetto, meno frequentato e forse proprio per questo ancora più radicale: la passività.

Generare non significa soltanto produrre nuova vita. Significa, prima ancora, concedere spazio. Lasciare che qualcuno possa esistere. Accettare che la propria presenza non debba occupare tutto, che il proprio desiderio non debba essere sempre esaudito, che la propria voce non debba essere l’unica a farsi sentire.

Generare è, in fondo, una forma di ritrazione. Chi genera si ritrae, non per scomparire, ma perché qualcun altro possa emergere. Rinuncia a essere tutto affinché un altro possa essere. È un gesto che sembra sottrarre qualcosa a chi lo compie, ma che in realtà ne rivela la grandezza.

Questa dinamica trova un’espressione singolare nel corpo di una donna. La gravidanza racconta, con una forza che nessuna teoria può esaurire, come la vita possa accogliere un’altra vita lasciandole spazio. Il corpo cambia, si trasforma, si mette a disposizione. La sua stessa forma diventa accoglienza, apertura, ospitalità.

Non è una passività inerte, ma una passività feconda: un lasciare accadere che è anche cura, responsabilità e disponibilità. Una forma di attività che si compie proprio attraverso la capacità di non occupare tutto lo spazio.

Forse è questo uno dei grandi insegnamenti del generare: non siamo pienamente umani quando riusciamo a imporre la nostra presenza ovunque, ma quando diventiamo capaci di fare spazio. Quando comprendiamo che la vita non si compie nel trattenere tutto per sé, ma nel permettere a qualcun altro di esistere.

Generare, allora, non è soltanto dare qualcosa al mondo. È lasciare che il mondo si allarghi attraverso qualcun altro. È scoprire che la nostra vita diventa più grande proprio quando accetta di non essere più l’unica.

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