Donald Trump promette 5.000 dollari a ogni cittadino americano se vincerà le elezioni. Una roba talmente surreale da far pensare che, prima o poi, agli elettori verrà offerto anche il buono benzina per andare a ritirare il premio.
È una promessa delirante, con interrogativi che arrivano fin dentro i confini della legalità: usare il denaro pubblico come una mancia elettorale non è esattamente il massimo della nobiltà democratica.
Ma prima di scandalizzarci troppo, facciamo una cosa che in politica sta diventando rivoluzionaria: guardiamoci allo specchio. Perché, a pensarci bene, le recenti elezioni italiane non sono state poi così diverse. Flat tax. Abolizione della legge Fornero. Abolizione delle accise sui carburanti. 1000 euro con un click, giusto per citare le prime che mi vengono in mente. Il tutto contemporaneamente, naturalmente. Perché quando si è in campagna elettorale non bisogna farsi limitare da dettagli fastidiosi come il bilancio dello Stato.
Chiunque sapesse fare due conti capiva benissimo che quelle promesse non erano realisticamente compatibili tutte insieme con le risorse disponibili. E infatti non sono state realizzate neppure individualmente nella forma promessa.
Eppure non ricordo lo stesso livello di indignazione. Forse perché Trump ha un enorme difetto: non conosce il bon ton. Lui prende la promessa elettorale, la mette sul bancone e urla: «Cinquemila dollari per tutti!». Nessuna confezione elegante, nessun fiocco, nessuna nota a piè di pagina.
Noi, invece, siamo più raffinati. Prendiamo una promessa economicamente improbabile, la infiliamo dentro una frase con qualche riferimento alla crescita, alla famiglia, alla libertà e al futuro, e improvvisamente sembra quasi una misura di politica economica.
È il populismo con la giacca e la cravatta.
La differenza, insomma, potrebbe essere soltanto estetica. Trump promette l’impossibile in modo sguaiato. Noi lo abbiamo promesso spesso in modo più presentabile. Ma il problema è esattamente lo stesso: trasformare il voto in una specie di supermercato, dove il candidato più convincente è quello che riempie meglio il carrello.
La domanda che dovremmo fare non è «quanto mi dai?», ma «con quali soldi?». E subito dopo: «E sei davvero in grado di farlo?». Perché una promessa irrealizzabile non diventa più seria soltanto perché viene pronunciata in italiano, con un tono istituzionale. E forse dovremmo smettere di ridere quando Trump promette 5.000 dollari.
Dovremmo preoccuparci di quanto facilmente, anche noi, abbiamo imparato a credere che lo Stato sia un bancomat e la campagna elettorale il momento giusto per dimenticare la matematica. La differenza è che Trump lo fa urlando. Noi, qualche volta, lo facciamo con educazione.








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