Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 14 Ottobre 2026 sulla mostra “Lionheart: Saleh’s Story”, esposta al Festival della Fotografia Etica di Lodi. Buona Lettura!
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Ci sono immagini che non si limitano a farsi guardare. Ci raggiungono, ci interrogano, arrivano in un punto della coscienza che pensavamo di poter tenere al riparo. Non chiedono il permesso: entrano nella nostra vita e, almeno per un istante, ne spostano il centro. Il volto di Saleh, protagonista della mostra “Lionheart: Saleh’s Story”, al Festival della Fotografia Etica di Lodi, ha proprio questa forza. È come uno spillo che buca la bolla dentro la quale, spesso senza accorgercene, ci siamo abituati a vivere.
Siamo immersi nelle nostre giornate, occupati da scadenze, impegni, preoccupazioni. Ci sono le cose che non funzionano, le attese che rischiano di essere deluse, i desideri che vorremmo realizzare, le speranze che cerchiamo di proteggere. Ci sono le fatiche del lavoro, le incomprensioni nelle relazioni, le ansie per il futuro. Non sono problemi inventati, né sarebbe giusto liquidarli come insignificanti. Eppure, a volte, accade qualcosa: il mondo si restringe fino a coincidere quasi perfettamente con il perimetro della nostra esistenza. Tutto viene misurato a partire da noi, dalle nostre necessità, da ciò che ci manca, da quello che vorremmo ottenere. Persino gli altri rischiano di diventare comparse di una storia che continuiamo a raccontare soltanto a noi stessi.
È una forma sottile di autoreferenzialità. Non necessariamente nasce dall’egoismo o dalla cattiva volontà. Spesso è il risultato della stanchezza, della fretta, della necessità di tenere insieme le tante cose che compongono la nostra vita. Ma, giorno dopo giorno, può trasformarsi in una specie di bolla protettiva: vediamo ciò che ci riguarda, ascoltiamo quello che conferma le nostre preoccupazioni, ci soffermiamo su quanto interferisce con i nostri programmi. Il resto rimane sullo sfondo, come un rumore lontano. Anche la sofferenza degli altri, pur sapendo che esiste, finisce per diventare un’informazione fra le tante, una notizia che attraversa lo schermo e scompare con lo scorrere del dito.
Poi, qualche volta, compare un volto.
Emmanuel Levinas, il filosofo che ha posto l’incontro con l’altro al centro della riflessione etica, ci ricorda che davanti a noi c’è una vita irriducibile alle nostre interpretazioni, una storia che non ci appartiene e che, proprio per questo, ci chiama a uscire da noi stessi. Il volto interrompe la nostra autosufficienza: non possiamo più limitarci a guardare il mondo dal nostro punto di vista, come se fosse l’unico possibile.
Il volto di Saleh, dalla parete della mostra, arriva fino a noi e rompe la distanza rassicurante che normalmente separa chi osserva da chi soffre. Saleh era un bambino quando, durante la guerra in Iraq, un ordigno esplosivo gli provocò ferite gravissime. La sua storia, raccontata nel corso di vent’anni dalla fotografa Deanne Fitzmaurice, non si esaurisce nell’istante della tragedia. Ci conduce dentro il tempo lungo della sopravvivenza, della ricostruzione, della vita che cerca di ricominciare dopo essere stata ferita in modo irreversibile.
Ma è il suo volto a fare la differenza. Non ci troviamo semplicemente davanti a un problema da comprendere, a un conflitto da analizzare, a una statistica da ricordare. Non siamo chiamati soltanto ad aggiungere qualche informazione alle nostre conoscenze. Siamo messi di fronte a qualcuno. E quel qualcuno, con la sua presenza silenziosa, incrina la nostra tranquillità. Ci costringe a riconoscere che la storia del mondo non coincide con la nostra storia, che esistono sofferenze che non abbiamo scelto e che tuttavia ci riguardano, perché condividiamo con chi le attraversa la stessa condizione umana.
Non si tratta di sentirsi in colpa per la propria vita, né di stabilire una gerarchia fra le sofferenze. Il dolore di Saleh non rende meno reali le nostre fatiche ma chiede di non assolutizzarle, di non lasciare che occupino tutto lo spazio disponibile. Ci ricorda che il mondo è più grande delle nostre inquietudini e che, oltre il confine delle nostre giornate, esistono altre vite, altre possibilità, altre ferite. L’incontro con l’altro non cancella noi stessi: ci restituisce alla misura più ampia della nostra umanità.
Il volto di Saleh ci chiede di interrompere per qualche istante il flusso delle nostre occupazioni, di sollevare lo sguardo, di lasciare che la vita di un altro attraversi la soglia della nostra indifferenza. Ci chiede, in poche parole, di infrangere la nostra bolla. Perché ogni volto che ci raggiunge davvero ci ricorda che la vita non è soltanto ciò che accade a noi. E che la prima forma di responsabilità, prima ancora di sapere che cosa fare, è lasciarsi raggiungere.








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