Pensieri e Silenzi

deviazioni

La cultura della prestazione, dell’efficienza, della resa è divenuta talmente pervasiva che è giunta ad intaccare il mondo dei nostri affetti, dei nostri legami, dei rapporti caldi ed identificanti della nostra vita.  Sicché, quasi inconsciamente, siamo portati ad applicare i medesimi criteri che useremmo per valutare un’impresa economica anche per ciò che economico non è.

Immaginiamo (o , forse sarebbe meglio dire, ci illudiamo) che le cose della nostra vita debbano andare con una logica di perenne crescita, accumulo, avanzamento, progressione e successo. Riverberano un po’ in questi nostri pensieri il mito illuminista del dio Progresso, di quel cammino radioso verso il continuo miglioramento della nostra vita, della società e della comunità umana.

Giungiamo così a percepire come “estranee” e fastidiose tutte quelle esperienze di pausa, di fallimento, di crisi, di ripensamento che in realtà attraversano in abbondanza le nostre esistenze ed i nostri rapporti. Viviamo questi momenti “down” come se fossero degli usurpatori illegittimi del tempo dedicato alla nostra crescita, come intralci insopportabili al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Peccato che, in questa nostra precomprensione post-modernista, non ci rendiamo conto che questi fastidiosi “accidenti” sono il cuore di ogni processo formativo ed evolutivo. Non c’è crescita senza l’incidente, la deviazione, l’approssimazione progressiva, senza l’interruzione o la caduta, senza il dubbio o le incomprensioni.  Sono questi i momenti capaci di generare progresso e cambiamento: sono le crisi indigeste che patiamo il grembo da cui nascono nuove consapevolezze, nuove opportunità, identità riconciliate e serene. Nessuno cresce senza attraversare la fatica e la sofferenza di questi momenti bui, in cui ci è chiesto di riprenderci in mano, di riappropriarci della nostra consistenza, di maturare una nuova fiducia in noi stessi e nella Vita. Sono queste esperienze grigie che sanno essere grembo di novità per la nostra vita e per i nostri affetti. Con buona pace di tutti i moderni illuministi…

Pensieri e Silenzi

differenti per forza!

dedicato a Gianluigi

Qualche anno fa un noto gruppo bancario italiano aveva lanciato una campagna pubblicitaria, che suonava più o meno così: “la nostra banca è differente per forza”.
Lo slogan giocava sul doppio senso dell’espressione “per forza”: da un lato lasciava intendere che la banca era in qualche modo “costretta” ad essere diversa, a motivo della sua storia, della cultura, o dell’opzione di mercato; dall’altra faceva capire che quella diversità era un punto di forza, assegnando a tale termine un valore positivo e prestigioso.

Mi è venuto in mente questo gioco di parole pensando all’esito della prima fase del campionato di basket, che stiamo concludendo insieme ai nostri ragazzi: in fondo quello slogan si adatta a pennello anche alla nostra squadra. Anche noi possiamo dire che siamo “differenti per forza”.  Anche noi siamo diversi per storia, per valori, per stile, per estrazione, per possibilità economiche e per scelta educativa; e allo stesso tempo questa diversità è la nostra forza, il nostro asset, come si direbbe parlando di un’impresa industriale, o, se volete, il nostro fulcro.

Siamo diversi perché per noi il basket è ancora un gioco, grazie al quale, prima di tutto, ci si diverte e si fa sport, e non lo strumento con cui noi adulti celebriamo noi stessi, il nostro valore ed i nostri meriti.

Siamo diversi perché per noi i ragazzi sono ragazzi, giovani da educare e far crescere e non piccoli potenziali campioncini da spremere e lanciare verso l’olimpo del basket.

Siamo diversi perché una partita per noi è una gara a cui partecipare con impegno, fatica, determinazione e agonismo, ma non è una battaglia contro l’altra squadra, contro l’arbitro, contro il tifo, contro tutto e tutti.

Siamo diversi perché siamo ancora convinti che lo stile con cui facciamo le cose conta, eccome se conta! Non è un fattore irrilevante il modo in cui ti rivolgi all’altro, sia esso il tuo compagno di squadra, un avversario, l’allenatore o l’arbitro; e pensiamo che le parole hanno un loro peso, soprattutto quando le urli dietro qualcuno con rabbia e aggressività. Crediamo nel valore di un gesto, nella forza di un incoraggiamento, nella potenza dell’esempio e nella energia del gruppo.

Siamo diversi perché ogni giocatore non è una pedina nelle nostre mani, uno strumento per raggiungere i nostri obiettivi, ma è l’unico motivo per cui entriamo in palestra anche quando la stanchezza della giornata lavorativa consiglierebbe di fare diversamente.

Non crediate però che sia facile essere diversi! In questo mondo costa, e molto… patisci una frequente incomprensione, talvolta un isolamento, altre volte sei destinatario di quegli sguardi accondiscendenti e arroganti che feriscono ed insultano. Capita che hai la sensazione di fare un po’ come Don Chisciotte, che combatte inutilmente contro i mulini a vento.

Sì, perché quando sei diverso corri il rischio di sentirti inutile, perdente, ingenuo, incompreso, incapace, mediocre: in un parola di sentirti “out” in un mondo di persone “cool”.

Questa diversità non è qualcosa che si mostra con chiara evidenza: la forza della tua diversità è qualcosa che va riconquistato giorno per giorno, sconfitta dopo sconfitta, fatica dopo fatica, sapendo che è una consapevolezza che è facile smarrire.

Parole di carta

persone sagge

C’è una parola che è andata completamente fuori moda in questi primi decenni del terzo millennio: è la parola saggezza. Sentiamo parlare di conoscenza, di competenza, di scienza, di sapere, di preparazione ed erudizione ma la sapienza ha perso il suo fascino, ha smarrito il suo appeal sull’uomo post-moderno. Siamo tutti concentrati a “sapere” le cose ma ignoriamo il senso del nostro sapere, il significato che attribuiamo alle verità che apprendiamo ed all’utilizzo che di queste nuove abilità riusciamo a fare.

Sembra strano perché viviamo in un periodo di straordinaria esplosione scientifica e tecnologia: forse mai come oggi nel corso della storia, l’uomo possiede una comprensione così dettagliata e profonda dei fenomeni fisici, naturali, psicologici e sociali; ciononostante mai come oggi, l’uomo pare così ripiegato su se stesso, imprigionato da quanto gli accade attorno ed incapace di dare senso e pienezza alla propria vita. La saggezza è proprio quella virtù che ci consente di andare oltre il nostro ristretto mondo e le nostre visioni, oltre i nostri preconcetti ed i nostri atteggiamenti, oltre i nostri desideri personali, i pensieri e le nostre idee e tutto ciò che in qualche modo appare come definito, standardizzato e preconcetto. La saggezza esige questa capacità di allargare il proprio punto di vista, di ampliarlo e renderlo più inclusivo, più ricco e differenziato; essa invita l’individuo a superare le strettezze di una visione miope, concentrata sul proprio ombelico e incapace di scorgere ciò che sta al di là di un palmo di mano.

Ma tutto questo pare oggi interessare poco l’uomo contemporaneo, quasi completamente concentrato sulla soddisfazione immediata di bisogni e necessità, interamente dedito all’accumulo di beni, di esperienze, di conoscenze, senza che l’interrogativo sul significato di tutte queste cose sfiori mai la sua mente. Sicché avvertiamo l’impressione che l’esperienza umana stia perdendo la sua profondità, la sua consistenza, il “sapore” del vivere e che tutto si riduca ad una vita superficiale, banale, egocentrica e monodimensionale.

Pare che la massima aspirazione dell’uomo di oggi sia avere il nuovo modello dell’Iphone, un avanzamento di carriera, un sempre maggiore guadagno, un aspetto piacevole ed un corpo allenato, senza farsi mancare un’auto nuova fiammante e una vacanza di grido. È come se oggi avessimo un’infinita capacità di scelta ma non sapessimo più dove andare; abbiamo di fronte una infinità di opzioni e di possibilità ma siamo incapaci di individuare una direzione e così ci ripieghiamo tristi sui noi stessi, accudendo i nostri piccoli interessi e desideri. Abitiamo un mondo dalle mille libertà ma il nostro orizzonte esistenziale si sta riducendo anziché allargarsi, si sta rimpicciolendo fino a “stringerci” dentro ad un mondo piccolo piccolo e animato da passioni tristi.

Ecco perché il nostro tempo ha bisogno di uomini saggi, capaci di una prospettiva critica, ampia e profonda sulla realtà. La saggezza conduce ad uno sguardo critico sul mondo, ossia uno sguardo capace di prendere consapevolezza che la propria visione è sempre prospettica, mai assoluta, sempre condizionata e mai pienamente libera ed obiettiva; la saggezza ci rende capaci di smascherare quelle precomprensioni che condizionano i nostri giudizi e le nostre valutazioni. Lo sguardo critico è di chi sa non fermarsi a quanto è ovvio e noto, a quanto tutti danno per scontato, a quanto è assunto come una regola generale della vita senza essere stato sottoposto ad una valutazione rigorosa. La saggezza poi dona una visione ampia delle cose, capace di tenere insieme aspetti differenti, di considerare e conciliare fattori divergenti, spesso contraddittori, così come talvolta è contraddittoria la vita. Lo sguardo ampio sa poi generare connessioni all’interno del reale, creare legami e vincoli tra gli oggetti che compongono il mondo, scoprendo interconnessioni e mutue dipendenze. Infine la saggezza conduce verso una visione profonda della vita, sa fuggire ogni approssimazione e superficialità ma sa entrare nel cuore degli eventi, delle situazioni, delle persone, dei pensieri e dei legami, rintracciando quanto è davvero fondamentale e radicalmente necessario.  La saggezza dona uno sguardo capace di andare oltre la crosta, oltre quanto appare agli occhi, per scorgere le infinite ricchezze della vita che ci circonda, gli sconfinati tesori custoditi negli incontri, negli occhi di chi amiamo, nelle situazioni anche dolorose che attraversiamo.

L’uomo saggio è colui che, non senza fatica, sa “tenere insieme” i pezzi della sua vita; egli sa unire, in un orizzonte complessivo, le dimensioni costitutive della sua vita: gli affetti, il lavoro, le amicizie, il divertimento, gli svaghi, le fatiche e sofferenze e le perdite, i successi e i traguardi conseguiti. L’uomo saggio è colui che ha maturato una propria visione complessiva e riconciliata della vita: sa dare senso all’amore che sente così come alla sofferenza che lo colpisce; possiede una ragione per vivere e per lottare, sa sopportare la gravità e la pesantezza della vita perché ha una meta da raggiungere ed una ragione per camminare.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Novembre di LodiVecchioMese

Parole di carta

Jus Soli sul campo di basket

Juri e Luis giocano con noi a basket da diversi anni. Li ho visti crescere da bambini ed oggi sono dei simpatici preadolescenti, proprio come tutti gli altri ragazzi della squadra: curiosi, amabilmente impertinenti, sguardo vispo e un sorriso tra lo spaesato e lo scanzonato. Amano stare in palestra per gli allenamenti, si impegnano e faticano come tutti, si sfidano sul campo da basket durante le partite con un mix di timore e agonismo, passione ed impegno, coraggio e paura. Come spesso accade a questa età talvolta la fedeltà all’impegno un poco vacilla ed occorre rimotivarne la scelta. Insomma nulla di speciale, anzi una quotidiana ovvietà per chiunque sia impegnato in un cammino educativo con ragazzi di questa fascia di età. Una cosa però per Juri e Luis funziona in modo un poco diverso rispetto agli altri ragazzi della squadra: ogni volta che dobbiamo fare l’iscrizione al campionato federale occorre chiedere un particolare nulla-osta alla federazione cestistica del loro paese di origine.  Sì, perché, nonostante tutte le apparenze, i due ragazzi non sono cittadini italiani, non ancora…

Penso a questo fatto ogni volta che ascolto qualche discussione sui media sul tema dello ius soli, ossia della possibilità di concedere la cittadinanza italiana a coloro che, essendo nati in Italia ed avendo frequentato le nostre scuole, sono ormai di fatto divenuti parte della nostra comunità civile nazionale, anche se il sangue che scorre loro nelle vene, non proviene da genitori di nazionalità italiana. Penso a Juri e Luis quando sento queste controversie, perché ho l’impressione che, spesso, la questione venga approcciata come un tema talmente teorico e generale che rischia di prescindere dalla vita concreta delle persone, dalla loro consueta quotidianità e dalla loro ordinaria esistenza. Confesso che faccio fatica a parlare di ius soli senza avere sotto gli occhi i volti sorridenti o arrabbiati di Juri e Luis; trovo difficile trattare questo tema “a prescindere”, come fosse un argomento da dissertazione accademica o da talk-show televisivo.  Quando penso alla possibilità di riconoscere un diritto di cittadinanza a chi è nato qui e qui si è integrato mi passano involontariamente davanti agli occhi i tanti Juri e Luis che frequentano le classi delle nostre scuole, giocano nelle nostre squadre di calcio, basket o pallavolo, condividono le nostre stesse esperienze e bazzicano nei luoghi abituali della nostra vita.

Osservandoli giocare sul campo di basket mi interrogo: ma che cosa manca a questi ragazzi per essere pienamente italiani? O se vogliamo generalizzare la domanda: che cosa serve per essere un “italiano doc”? Juri e Luis sono nati nel nostro Paese, hanno imparato la nostra lingua che è diventata la loro lingua madre, quella in cui pensano e che usano per dialogare con i loro genitori. Hanno frequentano le scuole insieme ai nostri figli; hanno studiato la storia e la geografia del nostro bel paese, ammirato la sua arte, sono andati in vacanza nei suoi meravigliosi posti di mare e montagna; ascoltano la nostra musica, amano la nostra cucina, guardano la nostra televisione e giocano ai videogiochi come uno qualunque dei nostri figli. Conoscono ahimè parolacce e parole ambigue, sanno essere maliziosi ed irriverenti, sapendo usare le sfumature del linguaggio con sapienza e padronanza. Ma la cosa più importante è che Juri e Luis sentono l’Italia come la loro casa, l’unico Paese di cui hanno una esperienza diretta e quotidiana. Questa è la loro terra, forse l’unica che abbiano mai conosciuto davvero.  Qui ci sono i legami significativi della loro vita, qui abitano le persone che vogliono loro bene e di cui sono amici. Qui hanno trovato una comunità che li ha accolti ed integrati, accettati e valorizzati, che li ha fatti sentire parte di una comunità nazionale della quale contribuiscono alla crescita e all’avvenire. A bene vedere i loro genitori pagano pure le tasse nel nostro paese, contribuendo e sostenendo quel sistema previdenziale che senza il loro apporto resterebbe zoppicante.

Osservandoli correre insieme agli altri ragazzi “autoctoni” non riesco a capacitarmi di ciò che ci si potrebbe aspettare di più da loro… non è in fondo questo il senso dell’essere parte di una comunità civile? Rispettare le regole di convivenza, assumerne la cultura ed il linguaggio, sentirsi radicati nel suo passato e contribuire alla sua crescita e benessere. In poche parole percepirsi parte di un popolo che affonda le sue radici in un lontano passato e contribuire al suo avvenire. Non è forse vero che lo ius soli, se non vuole diventare una formula vuota e legalistica, deve tradursi in uno ius culturae? Si è cittadini italiani non solo quando uno dei tuoi genitori è tale, ma anche, e soprattutto, quando hai assunto la cultura del suo popolo come il punto di vista da cui osservi il mondo; il suo linguaggio come il principale (anche se non l’unico) strumento che utilizzi per esprimere te stesso, raccontare chi sei, da dove vieni e dove stai andando. Sei cittadino quando ti senti parte viva di una comunità civile, politica e religiosa, condividi le sue leggi, assumi i suoi valori e le tradizioni, ami la sua storia, ti riconosci nelle sue espressioni artistiche e culturali. Magari mi sbaglio ma ho il sospetto che la cittadinanza, quella vera e percepita, sia qualcosa di estremamente più ricco che un semplice dato “ematologico”, legato al tipo di sangue che ti scorre nelle vene; esso ha a che fare con i sentimenti che provi, con i pensieri che abitano la tua testa, con la bellezza che scorgi nell’ambiente in cui vivi, con la passione e l’impegno che metti a servizio della sua comunità. Essere cittadini ha forse, prima di tutto, a che fare con quel luogo in cui ti senti a casa, che riconosci come familiare, affidabile, ricco di promessa e di futuro.

È proprio per questo che, quando guardo correre sul campo da basket questi ragazzi mi convinco sempre più che sono italiani quanto lo sono tutti gli altri. Perché questa è la Patria in cui si sentono a casa, questo è il popolo a cui hanno scelto di appartenere, questa è la comunità a cui hanno deciso di legare la propria identità ed il proprio futuro.

Questo mio editoriale è stato pubblicato sul numero di novembre di LodiVecchioMese

Parole d'autore

I Dreamed a Dream

I dreamed a dream in time gone by
When hope was high and life worth living
I dreamed that love would never die
I prayed that God would be forgiving

Then I was young and unafraid
And dreams were made and used and wasted
There was no ransom to be paid
No song unsung, no wine untasted

But the tigers come at night
With their voices soft as thunder
As they tear your hopes apart
And they turn your dreams to shame

And still I dream he’d come to me
That we would live the years together
But there are dreams that cannot be
And there are storms we cannot weather

I had a dream my life would be
So different from this hell I’m living
So different now from what it seemed
Now life has killed the dream, I dreamed

(ballata tratta dal musical Les Miserables)

 

Storia e Tempi

moderni Narcisi

È diventato un gesto abituale oggi prendere tra le mani il proprio smartphone e passare lunghi minuti a contemplare il suo video. Fa parte di quei comportamenti della contemporaneità che abbiamo assimilato un po’ tutti, come gesti irriflessi e normali: vedi gente che ammira il proprio cellulare mentre aspetta il treno, mentre è in fila, quando è in metrò, spesso per strada mentre cammina e ahimè anche nei ristoranti durante una cena con amici e conoscenti. Questo movimento che, afferrando in una mano il proprio telefono, lo porta di fronte agli occhi come un libro, è diventato frequente ed ordinario quanto alzare il braccio per salutare o tenere le mani in tasca quando si aspetta. Diciamo che appartiene al nostro panorama urbano, è un tratto caratterizzante i nostri giorni.

La vulgata sostiene che questi nuovi strumenti sono la nostra finestra aperta sul mondo: ci permettono un accesso alla rete che ci spalanca orizzonti infiniti, infinite connessioni virtuali, contatti e relazioni che mai avremmo immaginato in precedenza. È il brivido della perenne connessione: trovarci straordinariamente immersi in un mondo che è tutto qui, tutto disponibile, tutto a portata di mano. Attraverso il nostro piccolo smartphone possiamo superare i limiti dello spazio e del tempo: possiamo comunicare con chi si trova dall’altra parte del pianeta e possiamo accedere ad un bagaglio di informazioni incredibili, il tutto con un semplice tocco. Seduti sul nostro treno alla mattina o in piedi in attesa del nostro turno alla posta, sperimentiamo l’ebrezza di sentirci cittadini globali, senza confini, senza limiti e senza barriere.

Il dubbio che talvolta mi assale è se quel piccolo monitor sia davvero una finestra aperta sul mondo o sia divenuto un piccolo specchio nel quale riflettiamo il nostro piccolo io, solitario e triste. Lo smartphone è uno strumento per aprirci al mondo o solo un modo per vederci restituita la nostra immagine, certo virtuale, aggraziata e “cool” ma pur sempre la nostra immagine, in un ripiegamento un po’ solitario e mesto su noi stessi? Siamo sicuri che quello sia davvero uno “strumento di comunicazione” , ossia un mezzo che amplia i nostri sensi ed i nostri legami e che ci pone in un diretto contatto con la realtà che ci sta attorno ? O che non rischi di diventare una “stanza degli specchi” in cui, da qualunque parte guardiamo, vediamo sempre restituita la nostra immagine, magari un po’ deformata e stravagante?  E che la realtà virtuale che osserviamo attraverso lo smartphone non manchi di consistenza e di verità e si trasformi in una banale proiezione dei nostri pensieri e desideri? Siamo certi che sia davvero “il mondo” quello che scorre sui nostri monitor? Quel mondo duro, complesso, imprevedibile, talvolta crudele, altre volte stupendo, e non una sua triste rappresentazione?

A volte penso che il confine che separa l’essere nuovo Ulisse o moderno Narciso sia davvero molto labile.

Parola e parole

la vita è una scommessa

La vita è una scommessa, o, meglio, un investimento a rischio. È questo uno dei tratti che mi più mi affascinano del racconto di Matteo nel Vangelo di ieri. Venendo al mondo riceviamo dei doni (dei talenti, nel linguaggio matteano) che ci vengono affidati affinché li possiamo trafficare. La Vita mette nelle nostre mani cose che nessuno di noi ha meritato ma solamente ricevuto: capacità, propensioni, interessi, disponibilità, sensibilità, passioni… forse a bene vedere il primo dono che riceviamo siamo proprio noi stessi. Ciascuno, nella propria nascita, è donato a se stesso come un dono immeritato ed eccedente. Mi scopro come un dono dato a me stesso: il mio corpo, la mia mente, i miei sentimenti sono qualcosa che accolgo come precedenti alla mia consapevolezza e autocoscienza. Io ci sono ancora prima di sapere di esserci. Sono posto nell’esistenza, prima che si attivi la forma riflessa della coscienza.

Questo patrimonio di cui mi scopro amministratore (e non proprietario) è qualcosa che sono chiamato a investire, trafficandolo, usandolo, tendando di farlo moltiplicare e fruttificare.

Ma nessuna resa è garantita, nessun interesse anticipato è concesso: la vita, con tutte le sue ricchezze, è rischio, investimento, scommessa. La vita si compie nella misura in cui trovo il coraggio e l’ardire di “mettere in gioco” quello che possiedo, anche correndo il rischio della perdita e della sconfitta. Non basta nascondere il proprio talento, immunizzarlo dal rischio, rinchiudendolo in qualche cassaforte per restituirlo tale quale. C’è un margine di incertezza, di paura, di fluidità e di imprevedibilità che accompagna ogni atto del vivere: Come sarà? Come andrà a finire? Avrò successo? Farò la scelta giusta? Impossibile rispendere a queste domande a priori.

La Fiducia nella Vita forse consiste in quella consapevolezza che la Vita stessa dona e elargisce secondo una misura che a noi può apparire incomprensibile. E che quella stessa Vita sa onorare il nostro sforzo, la nostra compromissione, senza badare alla quantità delle resa (non importa che siano due o cinque i talenti resi). La Vita sa accompagnare e accogliere non come una Padrone che raccoglie  dove non ha seminato (come sospetta timoroso il terzo dei servi a cui era stata affidato un solo talento) ma come un Padre che sa essere misericordioso con i propri figli e li sospinge al dono generoso di sé, all’esperienza dell’uscita, dell’esodo dello sbilanciamento di sé carico di rischio e di promessa. Proprio ad immagine Sua.

Parola e parole

poveri

«Per conoscere i poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato coscienza ai poveri della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di riacquistare la libertà perduta, il più delle volte, in realtà, li tradisce. I poveri, o sono il “sottoproletariato” di cui la strategia rivoluzionaria si serve come forza d’urto e di rottura, o l’”oggetto” di adescamento dei conservatori per rompere l’unità popolare.

Non basta neppure l’amore per conoscere i poveri: neppure l’amore di chi si mette generosamente e concretamente a loro disposizione, pagando di persona, e non con le parole e con i sacrifici degli altri, come troppo spesso fanno i politici. Io credo che anche questa forma di conoscenza sia incompleta e molte volte illusoria. Perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, di capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di elezione e di uscita.

I poveri sono scomodi, ingombranti, suscitano ripulsione intimidiscono. È facile dire una parola gentile a un uomo della nostra con dizione. Si sa o si può prevedere fino a che punto essa viene compresa. Ma non si sa mai che cosa il povero capisce e che cosa non capisce. È difficile misurare la profondità del suo dolore e la superficialità del suo piacere. Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio, che li ha chiamati “beati” riservando loro il suo regno.(…)

Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi: si ha bisogno di non vedere. Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri. Che strana virtù la carità! Moltiplica i poveri per la gioia di amare i fratelli, per la gioia di perdere la propria vita nei fratelli. E non sbaglia la carità, non fantastica: vede giusto, sempre. L’occhio della carità è l’unico che vede giusto. “Signore, quando mai ti vedemmo affamato, assetato, senza tetto, ignudo o in prigione?” (Matteo, XXV, 44).»

(Don Primo Mazzolari, La parola ai poveri, La Locusta, Vicenza 1960)

Parole d'autore

in cammino

“Alzarsi all’alba, recitare le Lodi, poi mettersi, con i compagni, in cammino. Questa lettera mi ha ricordato lo stupore provato percorrendo il Cammino inglese verso Santiago di Compostela. Credevo che si trattasse soltanto di camminare, di fare una fatica fisica, per aggiudicarsi una meta. Invece mi si è spalancato davanti un mondo. Quel levarsi prima del sorgere del sole e mettersi in strada alla luce delle torce: scoprendo, in aperta campagna, come i galli cantano, rochi, all’alba. Vedere il cielo che trascolora e da blu diventa rosa, mentre attorno il paesaggio, da oscuro, si fa sereno e domestico. (Scoprire per la prima volta che sollievo è, il levarsi del sole).

E poi andare per strade e sentieri fangosi, dubitando sulla giusta direzione, fermandosi, domandando ai viandanti. Ottenendone, sempre, una benedizione in galiziano: «Che andiate con Dio!». Dio, già.[…] Scorgendo, lungo la strada, cose che mai avresti notato passando in auto. Il verde delle prime foglie sulle siepi dei giardini, e certi fiori bianchi, candidi calici che spuntano, selvatici, purissimi, dal fango. Assaporando fin nel fondo dei polmoni il profumo della terra bagnata; assaggiando con la lingua le gocce fresche di una pioggia di acerba primavera. Perdersi poi, tornare indietro, cominciare a sentire i polpacci gonfi.

Fermarsi per mangiare, nell’allegria che rende prelibato il pane col salame. Conoscere i tuoi compagni di viaggio: stupirti della varietà dei mestieri e delle vite che si sono incrociate, su questo stesso sentiero. Pregare, ancora, e ridere sotto a una pioggia che non vuole finire. Accamparsi la notte in un ostello, accucciarsi a dormire, così stanchi da non badare al freddo, e al pavimento duro. Con la sensazione interiore di non aver passato la giornata invano. […]

Un pellegrinaggio è qualcosa che ci ricorda da dove veniamo, e dove andiamo. È una forma che svela in trasparenza ciò cui realmente tendiamo. La fatica, somiglia a quella delle giornate lente, o dure. Ma c’è sempre, chiara, la certezza della meta – che invece, spesso, nei nostri giorni ci dimentichiamo. Quella certezza illumina e consola, anche quando si sbaglia strada, anche quando il fango sul sentiero è tanto che fatichi a procedere. E, i compagni? Scoprire in volti sconosciuti che la stessa domanda ci anima e ci spinge. Non sentirsi più soli.

Che il pellegrinaggio, cammino del Medioevo, sia davvero la forma antica di un nuovo inizio? Noi uomini tecnologici, noi gente delle automobili turbo e degli aerei intercontinentali, scoprire che grazia è, per sentieri sperduti, semplicemente, umilmente camminare; con la letizia però di chi sa che va verso un destino buono, dove è atteso.” (Marina Corradi su Avvenire del 17 Novembre 2017)

Pensieri e Silenzi

le patatine di Samuele

Samuele adora le patatine fritte: sono, insieme alla pizza, il suo cibo preferito.  Sicché, quando il cameriere ha iniziato a servire i piatti degli altri ragazzi che erano al tavolo con noi, ha alzato la sua manina e ha indicato con vigore che anche lui le voleva mangiare. Ha accompagnato il gesto ad un suono deciso e vigoroso: onestamente non siamo riusciti a comprendere bene le sua parole, dette nel suo slang da infante, ma sono risultate a tutti chiarissime le intenzioni delle sue parole. Dato che il suo menù da baby non prevedeva le patatine, la mamma ha deciso di ordinarne un piatto tutto per lui.

Ovviamente noi adulti al tavolo ci siamo offerti di condividere qualche patatina con Samuele, nell’attesa che la cucina ne preparasse una porzione solo per lui. È in quel  momento che Maria, sua mamma, sguardo dolcissimo e testa arruffata, ci ha bloccato tutti con delle semplicissime quanto singolari parole: “ma no, facciamo che impari ad aspettare”. Mi ha colpito la saggezza di quell’invito, così stranamente inusuale sulla bocca di una mamma, soprattutto di questi tempi. Educare all’attesa, a saper pazientare, a dilazionare la soddisfazione del desiderio: non tutto ciò che desideriamo deve essere immediatamente appagato…

Ho percepito la considerazione di Maria piacevolmente “anomala” perché viviamo in una cultura che non tollera alcun differimento del desiderio: tutto ciò che desideriamo deve essere disponibile ora, qui, subito. Non possediamo più il senso dell’attesa, dei tempi lunghi, della speranza e del futuro: siamo talmente schiacciati sul presente che ogni nostra voglia richiedere una soddisfazione immediata, repentina, istantanea. È questo quello che, involontariamente, comunichiamo ai nostri figli, quando diamo loro tutto quello che chiedono senza chiedere loro una briciolo di attesa e di sacrificio. Quanti genitori “lottano” con maestri e professori perché i compiti sono troppi, le pagine da studiare eccessive, l’impegno troppo gravoso, solo perché noi adulti non sappiamo accettare che i nostri figli fatichino, sperimentino il sacrificio e la fedeltà all’impegno.

Forse Samuele non lo sa, ma sua mamma Maria gli ha insegnato una cosa preziosa per la sua vita: il senso del limite. Non tutto ciò che desideriamo è a portata di mano. A volte occorre attendere, sopportare, gestire la frustrazione della dilatazione dei tempi. È solo così che il nostro desiderio si struttura, prende forma e consistenza, non come una pulsione o una brama incontrollata ma come una volontà ed un orientamento fecondo della nostra esistenza.