Parole d'autore

l’amore non basta per amare

Però  non si può amare solo con la voglia di amare. Con il voler amare. Con il voler restare. Con il crederci. Con io lo amo. Perché poi non basta. Non regge. L’amore non basta per amare. Bisogna che c’è la storia, per amare. La vita, per amare. Non bastano le parole, per amare. Neanche quelle giuste, bastano. Neanche le parole d’amore bastano per amare.

Dobbiamo fare una passeggiata. Dobbiamo cenare insieme. Leggere un giornale. Andare a fare la spesa. Fare una cosa insieme. Che sia nostra. Che siamo noi. Non basta fare sesso per fare l’amore. Ci vogliono i baci. Ci vuole anche solo stare con la fronte appoggiata alla fronte. Per amare ci vuole una storia. Da vivere. Vissuta. Da fare e raccontarsi. Non puoi non aver voglia di parlare. Io amo solo chi fa la giornata con me.” (Mauro Leonardi)

Parole d'autore

La felicità è una scelta!

Talvolta cerchiamo parole per dire la fiducia che abbiamo nella vita, per incoraggiare, per incitare alla lotta, per spingere a non rinunciare. E poi quasi per caso ti imbatti in parole che con serena umiltà di spalancano gli occhi e si scaldano il cuore… come questa testimonianza trovata su Linkedin… che dire? Buona Vita!

23 anni fa i miei genitori e il mio medico sono entrati nella mia stanza di terapia intensiva, mi hanno tenuto le mani e mi hanno detto che avevo solo pochi mesi di vita. Avevo una malattia rara chiamata Granulomatosi di Wegener e avevo 18 tumori nei polmoni, nei reni e nelle vie respiratorie.

16 anni di chemioterapia, oltre 200.000 pillole, 34 interventi chirurgici e un milione di preghiere e sono ancora in giro per dare fastidio a tutti su LinkedIn.

Ecco alcune delle cose che ho imparato – spero che tu ne possa trovare qualcosa di buono:
– Abbiamo la capacità di trovare la gioia in tutte le cose. Un atteggiamento negativo è peggiore di un tumore. Il meglio della vita può venire dal peggio della vita.
– Ciascuno di noi affronta una prova difficile. Tutti. Sii compassionevole.
– Quando il tuo aspetto viene portato via, è meglio avere un carattere solido o sei fregato.
– Le priorità si mostrano quando le tue abilità vengono compromesse Mettili in ordine prima che la vita ti costringa a farlo.
– Nessuno impara nel bel mezzo di una crisi. Sopravvivi. Respira. Rifletti.
– La vita è troppo breve per offendersi. Prendi il meglio e vai avanti.

Un giorno i nostri figli incontreranno delle difficoltà. Dobbiamo sopportare le nostre prove in modo che, quando succederà, possiamo guardarli negli occhi con perfetta credibilità e dire: “Ho attraversato la stessa lotta, conosco il tuo dolore, puoi farlo”.

Felice anno nuovo amici miei. Grazie per tutto ciò che aggiungete alla mia vita.
Mark A. Smith
Vicepresidente vendite di Womply”

 

Ecco il testo originale:

23 years ago today my parents and doctor walked into my ICU room, held my hands, and told me I had only a few months to live. I had a rare disease called Wegener’s Granulomatosis and had 18 tumors throughout my lungs, kidneys, and airway.

16 years of chemotherapy, 200,000+ pills, 34 surgeries, and a million prayers later and I’m still around to annoy everyone on LinkedIn.

Here is some of what I’ve learned — I’ll hope you find some value:
– We have the capacity to find joy in all things. A negative attitude is worse than a tumor. The best of life can come from the worst of life.
– Everyone has a difficult trial. Everyone. Be compassionate.
– When your looks get taken away, you better have a solid character or you’re screwed.
– Priorities are revealed when abilities are stripped. Put them in order before life forces it upon you.
– No one learns in the middle of a crisis. Survive. Breathe. Reflect.
– Life is too short to take offense. Assume the best and move on.

One day our children will struggle. We must endure our own trials so that, when needed, we can look in their eyes with perfect credibility and say, “I’ve been through the same struggle. I know your pain. You can do this.”

Happy New Year, my friends. Thank you for all you add to my life.
Mark A. Smith
Vice President of Sales at Womply

Storia e Tempi

cause imperfette

E così si è conclusa (ordinatamente come ci tiene a dire il presidente del consiglio) la XVII legislatura. Da domani partirà una scoppiettante campagna elettorale, dove temo, ne sentiremo di tutti i colori.

Confessiamo che, per come si era aperta, ben pochi si sarebbero aspettati che arrivasse al traguardo della scadenza naturale, soprattutto in un periodo segnato da una profonda crisi economica, dall’affermarsi di populismi di varia natura e in un quadro internazionale non certo facile. Ebbene sì: qualche volta anche noi italiani siamo capaci di sorprendere positivamente.

Stimolato da un articolo di giornale, ho trovato nella rete questa interessante osservazione di Guy Coq, filosofo francese e studioso del pensiero personalista.  Riferendosi al padre del personalismo, Emmanuel Mounier e al suo collega Paul Louis Landsberg, Cod afferma: «Landsberg insiste pure sul fatto che dobbiamo essere solidali delle cause imperfette. In effetti, la scelta non è tra idee astratte ma “tra forze e movimenti reali che, dal passato al presente, conducono alle possibilità dell’avvenire.” Questa consapevolezza dell’imperfezione delle cause deve proteggerci dal fanatismo “cioè dalla convinzione di vivere in possesso di una verità assoluta ed integrale.” Mediante questa “consapevolezza inquieta”, possiamo condurre una “critica continua” che tende a perfezionare sempre più la causa. La riflessione di Mounier è parallela a quella di Landsberg: “Ci impegniamo sempre in lotte discutibili su cause imperfette. Rifiutare per questo d’impegnarsi sarebbe rifiutare la condizione umana.»

Fa eco a queste considerazioni Stefano Ceccanti: «c’è un’importanza etica nella battaglia per le “cause imperfette” e nel non ritrarsi rispetto alle prime difficoltà, perché nello spazio in cui ci impegniamo le cause sono necessariamente limitate e imperfette e gli strumenti lo sono ancora di più, ma questo non sminuisce la loro importanza. E, soprattutto, il metodo, è quello dell’inserimento in un processo molecolare, condiviso in cui è “l’avvenimento il maestro interiore” e non il ribadire rigidamente il punto di partenza

Mi affascina questa idea delle cause imperfette…la trovo saggiamente umana e umanamente realistica. Può essere che da domani, iniziata la campagna elettorale, ci sentiremo raccontare di futuri escatologici dietro l’angolo, frutto di idee e comportamenti puri e radicali, quasi un nuovo messianismo secolare…

A essere onesto, di fronte a tutta questa apocalittica da quattro soldi, meglio tenersi stretti tra le mani le tante “cause imperfette” per cui lottiamo tutti i giorni..

Parole di carta

a Natale ripartiamo dalle periferie

Riprendo quanto scrivevo in un precedente post (ma quale crisi!) per questo articolo pubblicato sul numero di Dicembre di LodiVecchioMese:

Leggendo il Global Wealth Report che la banca elvetica Credit Suisse periodicamente pubblica verrebbe da dire che la crisi economica è tutta una nostra invenzione. Infatti, secondo l’austero istituto finanziario la ricchezza mondiale è cresciuta del 27% dallo scoppio della grande crisi finanziaria ad oggi. Secondo il report, negli ultimi dodici mesi ben 2,3 milioni di persone hanno tagliato il traguardo, tutt’altro che simbolico, di un possesso di beni superiore al miliardo di dollari (!), portando il numero complessivo dei paperoni che vivono sul nostro pianete alla quota di 36 milioni. Praticamente è come se ci fosse uno stato delle dimensioni della Polonia che possiede nelle proprie casse qualcosa come 130mila miliardi di dollari. Una cifra niente male! E non crediate che sia solo un fenomeno che riguarda le altre nazioni: anche l’Italia si è ben collocata in questa singolare classifica. Infatti il Bel Paese è entrato nella “top ten” dei Paesi in cui la ricchezza è cresciuta maggiormente: nel 2017 da noi sono nati 138 mila milionari sicché nel nostro paese vivono circa 1 milione e 288 mila concittadini i cui averi superano la cifra del miliardo di dollari. Alla fin dei conti è italiano il 4% dei milionari del mondo.

Quindi viene da chiedersi dove nascono le continue lamentele sulla difficoltà legate alla crisi economica. La risposta arriva se si legge tra le pieghe del rapporto. Infatti, sempre secondo questo studio, se nel 2008 l’1 per cento più ricco del pianeta aveva il 42,5% del patrimonio globale, oggi questa percentuale è salita al 50,1%, con un valore assoluto di ricchezza pari a 140mila miliardi di dollari. In soldoni, una persona su cento possiede più della metà della ricchezza globale. E gli altri? Non è che se la passino molto bene: esiste un altro 30% della popolazione che sfrutta la restante metà delle ricchezze e…rullo di tamburi…un restante 70% della popolazione che si accontenta di un misero 3%.

Magari vi siete persi in tutti questi numeri ma si possono riassumere in due semplici righe: la ricchezza mondiale è esplosa in questo decennio (che tutti credevamo di crisi) e si è accumulata nelle mani di pochissime persone, in una misura tale che mentre una persona su 100 possiede metà della ricchezza, settanta uomini su cento vivono con solo il 3% dei beni del pianeta.

Succede così, stranamente, che se nell’ultimo anno il patrimonio medio pro capite tra la popolazione adulta è cresciuto del 4,9 per cento (raggiungendo un nuovo massimo storico di 56mila dollari) la distribuzione della ricchezza è ulteriormente peggiorata a sfavore dei più poveri.

La cosa poi interessante è che questa disomogeneità della ricchezza non riguarda solo il nord ed il sud del mondo, ma, paradossalmente, anche le nostre stesse società industrializzate. Infatti lo studio dedica particolare attenzione ai Millenials, come si è soliti chiamare coloro che sono nati dopo il 2000. Ebbene il report li definisce la “generazione sfortunata“: “Oltre a essere stata colpita dalle perdite di capitale dovute alla crisi finanziaria globale, questa generazione è stata infatti esposta direttamente alle sue conseguenze: disoccupazione, maggiori disparità di reddito, aumento dei prezzi degli immobili, inasprimento delle norme sulle ipoteche e, in alcuni paesi, aumento significativo del debito studentesco. Rispetto alle generazioni precedenti, avrà inoltre un accesso meno agevole alla pensione“.

Forse stride una po’ questa asciutta analisi numerica in questo periodo natalizio, in cui siamo tutti presi dalla magia del Natale, dalle luci, delle musiche suadenti e dagli acquisti pazzi. Eppure, credo che a ben vedere la celebrazione del Natale non è così distante né altra rispetto alle questioni di cui stiamo discorrendo.

Gerusalemme, nel primo secolo, era una città ricca e prosperosa, certo nulla a che vedere con le grandi capitali dell’impero, centri nevralgici dei commerci e degli scambi economici. E tuttavia, quale piccola capitale regionale di una provincia dell’impero godeva di un certo benessere. Ebbene, quando il Figlio di Dio decide di nascere, non sceglie un luogo ricco e lussuoso: niente Roma, né Alessandria; nemmeno la ricca Gerusalemme faceva al caso suo, bensì la periferica Betlemme, luogo quanto mai minimo ed irrilevante. Potremmo dire che nel Natale celebriamo un Dio che sceglie di abitare le periferie del mondo: non solo quelle fisiche e geografiche (Betlemme anziché Gerusalemme) ma anche esistenziali, umane e spirituali (il Bambino Gesù cresciuto e maturo non disdegnerà di abitare la povertà, l’emarginazione, la malattia, la sofferenza, l’esclusione e la morte). In altre parole la presenza di Dio con l’uomo parte delle periferie della vita, da quanto è considerato marginale, scartato, residuale, inutile e banale. È questo lo stile di Dio che celebriamo nel giorno di Natale, al di là dell’atmosfera, delle nenie, della musica e dei colori. Facciamo memoria di Colui che è nato al confine, che ha trovato dimora tra gli ultimi, nelle banlieue, nei sobborghi, negli hinterland della storia e dell’umanità. Forse possiamo dire che quell’uomo nato nella mangiatoia di Betlemme appartiene a quel 70% della popolazione che si nutre delle briciole che cadono dalla mensa dei moderni epuloni.

Allora forse il Natale non è poi così estraneo a quanto il Global Wealth Report racconta e denuncia. Forse anche per noi la salvezza dell’umanità parte dalla possibilità di abitare le periferie, tutte le periferie, quelle economiche, sociali, esistenziali, psicologiche, relazionali, spirituali ed umane: è da lì che occorre partire se vogliamo fare una degna memoria di quel Bambino che in Betlemme di Giudea ha posto la sua tenda.

Parole d'autore

ti auguro…

Una cara amica ha condiviso questa bella poesia di Elli Michler.
Quale migliore augurio per tutti coloro che seguono questo piccolo blog?

Ti auguro tempo
Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Storia e Tempi

verso casa

C’è una strana aria in metropolitana quando si avvicina il Natale: senti che qualcosa non è come al solito, che c’è un atmosfera di festa, c’è allegria sui volti… non saprei spiegare bene ma hai la chiara percezione che si avvicina un tempo speciale. La cosa che mi sorprende maggiormente è la quantità di valigie, borse, zaini, trolley etc. che la gente si porta appresso in questo periodo: sono persone che si mettono in viaggio per tornare a casa o per andare a trovare genitori, amici e parenti nei loro luoghi di residenza. Eh sì, perché si sa: Natale con i tuoi….

Pensavo che è bello questo “esodo verso casa” che caratterizza una città come Milano che, per ragioni di lavoro, ospita moltissime persone che provengono dalle più disparate zone di Italia. Le feste natalizie sono una buona occasione per consolidare le proprie radici, per incontrare chi, durante l’anno, si è visto poco e per tornare là dove la nostra storia ha avuto inizio. Poi la vita, per varie ragioni, professionali o sentimentali, ti ha portato altrove ma ogni tanto fa bene ricordarsi da dove si viene, dal luogo che ci ha generato e nel quale ritroviamo una parte importante di noi stessi.

Tornare a casa non è solo spostarsi fisicamente da un luogo all’altro ma è rivedere dei volti, riassaggiare dei sapori, sperimentare odori domestici che avevamo forse dimenticato; è riprendere vecchie usanze ed abitudini, dormire nel letto che ci aveva ospitati per anni, ritrovare oggetti ed ambienti familiari che sono purtroppo usciti dalla ferialità della nostra vita. In fondo tornare a casa è ritrovare un contatto con la propria storia, riabbeverarsi alla fonte della propria esistenza.

È proprio per questo che amo osservare in metropolitana queste persone “in partenza” ed immaginare gli innumerevoli posti a cui faranno ritorno: il lungo viaggio che dovranno fare, l’attesa dell’arrivo ed infine gli abbracci di benvenuto, quegli occhi che non si vedono da tempo e che ti dicono, umidi, “bentornato a casa!”

Parrà strano ma le valigie sulle metropolitana mettono una nostalgia di casa, di quel luogo in cui possiamo calare le difese ed essere, semplicemente ed umanamente, noi stessi.

Storia e Tempi

letterina a Babbo Natale

Caro Babbo Natale, non vorrei che diventasse un’abitudine (perché, sai, a me i regali piacciono molto) ma anche quest’anno non c’è più spazio sotto il mio albero per altri doni, quindi mi vedo costretto a chiederti di non portare nulla… anche quest’anno, ahimè…

In queste ultime settimane il mio albero, quello che mia moglie ed i miei figli hanno preparato con molta cura ed estro, ha accolto, sotto le i suoi rami, un’infinità di pacchi, pacchetti, scatole, omaggi, borse di ogni dimensione e colore, tanto che temo faticherò ad aprire tutto questo “ben di Dio” nel giorno di Natale. Questi singolari doni, che sono comparsi sotto il mio alberello, sono le moltissime persone che la Vita ha messo sulla mia strada, i preziosissimi legami che con loro sono nati e cresciuti, i molti sorrisi che ci siamo scambiati, gli sguardi che si sono incrociati, gli abbracci che ci hanno scaldato reciprocamente il cuore e quella umanissima compagnia che ci ha fatto sentire meno soli nel cammino.

Caro Babbo Natale, questi doni non solo sono qualcosa di unico ed impagabile, ma sono pure dei tesori inesauribili di bellezza: quando li scarti, quando ne assaggi il contenuto è come se iniziassi un viaggio che dura una vita. Vedi, caro Babbo, quando ti regalano un paio di calze o un telefono, dopo un po’ la sorpresa e la novità terminano e tutto torna come prima… con questi regali è diverso… assomigliano molto alla borsa di Mary Poppins.. non so se te le ricordi: da una normale borsa la straordinaria tata ci tirava fuori una infinità di cose, le più strane e sorprendenti, come fosse un cappello magico da prestigiatore. La scatole dei miei legami sono un po’ così: le scarti, togli i nastri ed i fiocchi e cominci a scoprire cose che non ti aspetti e così inizia un “effetto sorpresa” interminabile.

Caro Babbo Natale, arrivi ad un’età in cui le “cose” iniziano ad avere il sapore di un piacevole intralcio, un ingombro necessario ma talvolta incomodo. Impari così ad apprezzare l’impalpabilità di altre ricchezze, che magari non aumentano il conto in banca o il valore dell’ISEE ma che riempiono la vita con copiosa esuberanza. A questa età la dipartita di persone care diviene un evento frequente e in qualche modo “familiare”, sicché non è raro che ti interroghi sul quanto stai accumulando, magari un po’ inconsapevolmente, nella tua vita.  Ad essere onesto, non averne a male caro Babbo, sono di questi doni ineffabili che ho una fame radicale, un appetito insoddisfatto ed un desiderio sconfinato. È a loro che ambisco, è a loro che anelo come un assetato nomade del deserto.

Insomma, caro Babbo Natale, se vuoi passare da casa mia, le porte sono aperte: troverai una tazza di latte caldo e qualche biscotto; ma anche per quest’anno la Vita basta a se stessa.

Parole d'autore

Gabriele e il sindaco

“Ogni sera è il primo a entrare in chiesa e l’ultimo ad andare via. Si chiama Gabriele e viene dalla Romania. Non sa esprimersi nella nostra lingua e noi non conosciamo la sua. Anche l’età rimane avvolta nel mistero. Cammina zoppicando, appoggiandosi a un bastone, la barba incolta, gli occhi verdi, gli abiti trasandati. Chiede la carità senza pretendere, senza inveire; tende la mano con rispetto, discrezione. Siamo diventati amici, così, senza parlare, ricorrendo all’antico linguaggio dei gesti e del sorriso. Beve. Purtroppo, come tanti fratelli senzatetto, Gabriele beve. L’altra sera, stanco di offrirgli solamente abiti già usati, gli ho regalato un paio di scarpe nuove. Le ha calzate incredulo, con l’espressione di un bambino al quale la befana ha portato il giocattolo richiesto. Poi ha preso a camminare avanti e indietro per la navata centrale facendomi capire che le scarpe gli andavano proprio bene. Dopo diversi tentativi a vuoto per dirmi la sua gratitudine, stanco di cercare una parola che proprio non trovava, con gli occhi spalancati, mi ha mandato un bacio con la mano.

Questo mese di dicembre ci sta portando giornate grigie, fredde, piovose. A me piacciono: mi aiutano a riflettere, a studiare, a pregare. O, forse, mi piacevano fino a quando Gabriele, discreto, è entrato nella nostra vita. Da allora preferisco che la pioggia se ne stia rintanata tra le nubi, che il vento la smetta di sbuffare, che il tempo sia sereno. La casa di cartone di Gabriele, in mezzo alla campagna, quando piove si inzuppa, non regge, lasciandolo solo, bagnato, infreddolito. E lui il giorno dopo, deve cercare stracci e scatoloni per costruirne un’altra. A me piace essere svegliato dai tuoni in piena notte. O, meglio, mi piaceva. Adesso non più. Acqua, freddo, tuoni, lampi non vogliono bene a Gabriele, gli mettono paura, gli fanno male, gli sono nemici. A lui e alla grande schiera dei nostri fratelli e sorelle senzatetto.

Sabato sera, prima della Messa. In chiesa siamo solo noi due: Gabriele con la schiena appoggiata alla porta d’ingresso, io sull’altare a sistemare il messale. Soli, il prete e il mendicante. E nel tabernacolo Gesù vivo e vero che impazzisce di amore per entrambi. Come tante altre volte mi ritrovo a farfugliare: «Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta». Prepotente allora mi ritorna in mente la parabola del fariseo e del pubblicano. Il primo, ipocrita e impettito, che, credendo di pregare, non fa che vantarsi dei suoi “meriti” e l’altro che, umile e pentito, confessa i suoi peccati.

Lui, disse Gesù, fu giustificato, mentre il tronfio fariseo no. Gabriele non vuole andare al dormitorio, è vero; forse è anche responsabile dello stato in cui versa, non lo so. Beve molto e mangia poco, è altrettanto vero. Volendo potremmo trovare altri cento difetti che hanno fatto di lui un uomo solo, senza amici e senza casa. Eppure rimane un uomo nel quale Dio ama prendere dimora. E questa notte Gabriele e il suo Ospite divino hanno freddo. E come lui altri mille “Gabriele”, abitati dalla medesima Presenza viva, tremano, soffrono, muoiono.

Un pensiero per loro, sempre ma soprattutto in questi giorni di Natale. Un pensiero intriso di preghiera, di simpatia, di condivisione, di bontà. La monetina che lasciamo cadere nelle loro mani sporche, il pasto offerto o anche solo il bicchiere di latte caldo, la coperta per la notte che procuriamo fanno più bene a noi che a loro. Crediamolo. Questi fratelli, rimasti indietro nella pazza corsa della vita, ci aiutano a rimanere umili, grati, riconoscenti. A Dio, innanzitutto. Poi a chi ci vuole bene. Ma anche ai concittadini che ci hanno eletti e che dobbiamo guidare, se abbiamo una qualche responsabilità pubblica in una qualche parte del Paese. Per esempio se siamo il sindaco di una città in riva a un lago bellissimo come quello di Como… Gabriele e i suoi fratelli e sorelle senzatetto, se mai dovessimo averlo dimenticato, ci ricordano che tutto è dono, di tutto dobbiamo rendere grazie, tutto abbiamo l’obbligo e la gioia di condividere con i più poveri. E che se non sappiamo condividere dovremmo almeno resistere all’incredibile tentazione di impedire ad altri di farlo.”

Maurizio Patriciello

Pensieri e Silenzi

da dove mi verrà l’aiuto?

Le parole acquistano una singolare consistenza di fronte alla morte. Quando pronunci certe frasi di fronte a chi giace freddo ed immobile, avvolto dal gelido manto di sorella morte, i tuoi suoni prendono una forza particolare.

Davanti a quelle membra inermi le parole divengono pesanti come le pietre lanciate contro un nemico. Di fronte al silenzio e all’immobilità della morte, le tue parole ingaggiano un corpo a corpo tra ciò che è muto e ciò che ancora possiede una voce: la morte contro la vita, la parola contro il silenzio, la paralisi contro il movimento.

Questo vale anche quando le parole assumono la sostanza della preghiera. Quando reciti “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” così come ci invita a fare la salmodia dei vespri per i defunti, quella domanda, che in altre occasioni e contesti sarebbe suonata poetica e sentimentale, diventa dura come pietra e fredda come la roccia.

Da dove mi verrà l’aiuto?” domandi alla presenza di quel corpo freddo, quasi facendoti interprete di un lamento che a lui non è più concesso. “Da dove mi verrà l’aiuto?” dici guardando, quasi con sfida, quelle membra che aiuto paiono non averne ricevuto.

È proprio in quel mentre che ti accorgi che pronunciare quelle semplici parole, in quel posto ed in quel momento, diviene un atto di folle e scandalosa Fiducia. Il solo proferir parola di fronte al silenzio della tomba è un gesto che disvela una speranza che va Oltre, che rompe la materia, che evoca Vita anche laddove pare non esserne più.

Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.”(Sal 120)

Storia e Tempi

sotto l’albero

Ieri sera stavo distrattamente vedendo un film in tv quando ho colto di sfuggita una frase del dialogo tra due amici, che ha catturato la mia attenzione: “senza di te mi sentirei perso”. La frase mi si è stampata in testa come un chiodo ficcato nel muro, tant’è che credo di aver perso le successive battute del dialogo, tanto il mio pensiero era stato sequestrato da quella confidenza. Cavolo, che belle parole da sentirsi dire…

Pensavo che in fondo non sta tutta qui l’amicizia, quella con la A maiuscola, tra due persone? Quel legame che ti fa sentire perso senza la presenza (simbolica) dell’altro.

Abbiamo tanti amici, incontriamo molte persone ma non sono molte quelle a cui ci sentiremmo di rivolgere questa affermazione. Di tutti gli altri godiamo della compagnia, con loro condividiamo il nostro tempo scambiando una parte di noi stessi, ma non sentiamo un senso di vuoto quando non le sentiamo, non proviamo disorientamento quando mancano dalla nostra vita, quando sono giorni che non abbiamo loro notizie.

È con queste persone che viviamo l’amicizia in tutte le sue altezze e profondità; con loro sperimentiamo quasi un bisogno fisico, carnale, il desiderio di un contratto, di un abbraccio e di un tocco. A loro possiamo dire: la mia vita senza di te non sarebbe la stessa, appartieni alla mia esistenza, come io alla tua.

A quanti amici possiamo confidare “senza di te mi sentirei perso”? Pensiamoci… non sarebbe una bella idea metter sotto il loro albero di Natale il prezioso dono di una nostra confidenza?