“razza bianca”

Credo che le parole abbiano un peso ed una loro intrinseca espressività: non si possono usare con disinvoltura e superficialità, come se, in fondo, fossero solo irrilevanti dettagli del discorso. Così quando ascolto un candidato alla presidenza della regione Lombardia parlare di “razza bianca” per riferirsi al tema dell’immigrazione, penso che quella sia una parola fuori luogo e fuori tempo.

“Dobbiamo fare delle scelte: decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società deve continuare a esistere o la nostra società deve essere cancellata: è una scelta”.

Le parole veicolano una cultura, un modo di vedere la realtà, di approcciare il mondo, un modo di vivere in questa storia ed in questa geografia. Quando si parla di “razza bianca” si sottende una visione della società fondata sull’elemento etnico e raziale: come se il color della pelle ed i tratti somatici definissero, in quanto tali, la persona umana, a prescindere dal suo radicamento culturale, dalla lingua, dai suoi valori di riferimento o dal suo orizzonte simbolico.

La “razza bianca” ha a che fare con una questione squisitamente genetica, sulla natura dei cromosomi che abbiamo ricevuto dei nostri avi. Ed eleva questo elemento etnico a tratto identificativo dell’uomo, a suo profilo identitario ed individualizzante.

Non so, ma io ho la percezione di essere più dei miei tratti somatici, più del colore della mia epidermide, più del colore dei miei occhi e dei miei capelli. Se è vero che sento un attaccamento verso la mia terra e le mie origini, un debito di riconoscenza verso la storia e la mia comunità, questa legame non origina da una comunione del patrimonio genetico bensì da una familiarità di lingua, di sensibilità, di valori e di pensieri.  Sento un tratto di rozza e maldestra arroganza dietro quelle parole: un modo per creare muri, per edificare cittadelle arroccate a difesa di una comunità etnica che mi pare fuori dal tempo e dalla logica.

Quando arrivò negli Stati Uniti, anche al grande scienziato Albert Einstein gli impiegati dell’ufficio immigrazione chiesero di indicare su un modulo a quale razza appartenesse. E Einstein spiazzò tutti scrivendo: «umana». Ecco, questa è la sola razza a cui sono fiero di appartenere…

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