Disneyland

Sappiamo che la campagna elettorale, da che mondo e mondo, si nutre di promesse, impegni e lusinghe. Quindi una certa dose di demagogia fa un po’ parte dei giochi… basta non esagerare e non spararle troppo grosse perché altrimenti si diventa ridicoli.

Come ha fatto, ad esempio, il candidato premier pentastellato che ha elaborato un piano per ridurre in due legislature il debito pubblico del 40 per cento del Pil, da 130 circa, come è oggi, a 90. La cosa, di per se stessa sfidante, è accompagnata dalla promessa di cancellare la legge Fornero, che, ad occhio e croce, comporta un risparmio di 25 miliardi all’anno. Ovviamente ci si guarda bene da spiegare come tutte queste risorse verrebbero trovate, a meno di pensare di vivere a Disneyland.

Come spiegano Alesina e Giavazzi sul Corriere (diciamo due che qualche nozione di economia pare ce l’abbiamo) la cosa è raggiungibile attraverso tre possibili opzioni. La prima è attraverso una «botta di inflazione», ossia facendo perdere valore al denaro e con esso anche alla montagna di debito pubblico. Bello, peccato che come conseguenza si rischia un aumento ancora peggiore dei tassi di interessi e la frittata è fatta. La seconda opzione è quella di “cancellare il debito”, semplicemente non ripagarlo più, un po’ stile Argentina. Sfortunatamente il nostro debito pubblico è detenuto al 40% da investitori esteri: immaginate cosa succederebbe se l’Italia non pagasse i suoi debiti? Semplice: il fallimento. Terza opzione: dato che il 130% è un rapporto (quello tra debito e PIL) si può agire aumentando straordinariamente il denominatore così che il valore diminuisca. Onestamente non si vede all’orizzonte una fase di crescita così sostenuta da far considerare credibile questa opzione.

La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito

Questo è quello che sostiene la scienza economica: magari il buon candidato premier ha ricette talmente innovative da vincere un premio Nobel per l’economia, ma sarebbe il caso che, prima di mettere questa teoria alla prova dei fatti, ce ne dia qualche realistica spiegazione.

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