Telemaco e suo padre

Sono finiti i tempi delle paternità dure, rocciose, autoritarie e monumentali. Ciascuno di noi ha fatto l’esperienza della paternità (qualcuno come padre, tutti sicuramente come figli) e ha riconosciuto che l’immagine del padre-padrone è qualcosa che appartiene ad un passato che non c’è più. Era il tempo delle tradizioni forti ed autorevoli, quelle nelle quali il senso della vita e delle cose veniva trasmesso da una generazione all’altra con potere e forza, con convinzione e determinazione, quasi con una certa dose di indiscutibile certezza.

Ora questo tempo è passato, e, con esso, anche l’immagine simbolica del padre, della sua funzione normativa e della sua capacità di generare alla vita proprio ponendo limiti e circoscrivendo quanto è possibile da quanto non lo è. Il padre definisce simbolicamente il confine, la limitazione ed il vincolo: il desiderio non è illimitato godimento delle cose, non è indefinito appagamento delle pulsioni; il padre sa introdurre, come ci ricorda Massimo Recalcati, la Legge del Desiderio, quella dimensione liminare che, negando la possibilità di avere tutto, rende umana la vita.

Il padre non è più detentore della verità del mondo e della vita; non è più colui che sa dire il senso ultimo delle cose e se aprire al segreto dell’esistenza,  come fosse il detentore di arcane conoscenze.

Archiviati i tempi della paternità forte, cosa resta a noi padri? Come possiamo continuare a pronunciare la nostra insostituibile dichiarazione del limite e della norma? Forse, seguendo ancora la suggestione di Recalcati, i padri sono oggi chiamati al compito della testimonianza. Non più sacerdoti di antichi e granitici saperi, essi vivono oggi una sfida ardua, quanto radicalmente necessaria: testimoniare ai figli la possibilità di un senso della vita, annunciare, con la propria esistenza, che oggi un senso, nonostante tutto, è ancora praticabile, abitabile ed auspicabile. Essi testimoniano che, solo rinunciando ad un godimento immediato e nevrotico, è possibile accedere alla legge che struttura il nostro desiderio, rendendo la vita umana piena e consapevole

Come moderni Telemaco i nostri figli non scrutano più il mare nell’attesa del ritorno glorioso e potente del padre; essi scoprono il padre nelle spoglie di un migrante senza patria e nella testimonianza della sua presenza senza onori, senza fronzoli o poteri predeterminati.

Sulla scena non ci sono più padri-padroni ma solo la necessità di padri-testimoni . La domanda di padre non è più la domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari ed invincibili,  di gerarchie immodificabili, di una autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni, capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con il desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità.

Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita, ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso.” (Massimo Relacati, Il complesso di Telemaco, genitori e figli dopo il tramonto del padre.)

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