una difficile scelta…

Riteniamo che la cosa più giusta da fare sia capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità.”

Scriveva così il presidente della Confindustria di Cuneo in una lettera aperta rivolta a tutte le famiglie del territorio, consigliandole circa la scelta della scuola dei propri figli, scelta che in questi giorni dovranno perfezionare.  Una lettera intrisa di buon senso e spirito paterno e che tenta di indirizzare in “una scelta dalla quale dipenderà gran parte del suo futuro lavorativo, ma che spesso viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all’esame obiettivo della realtà.”.

Il suggerimento è quello di tenere bene presente le possibilità occupazionali che il territorio offrirà nei prossimi anni: “Nel 2017 le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori. Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari. Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità.”

Ovviamente di fronte a questi dati nessuno ha nulla da obiettare né da commentare: così è se vi pare, direbbe Pirandello (e anche se non vi pare, aggiungo io).

Ma…c’è un “ma”… la bella lettera del presidente dà per scontata una cosa forse per lui ovvia ma, onestamente, per me non molto: ossia che la scuola sia fatta per “creare lavoratori”, per formare persone che siano prontamente istruite per partecipare al mondo dell’economia. Vi ricordate le tre “I” di qualche anno fa? Inglese, Informatica, Impresa… il leit motive è più o meno lo stesso: la scuola “fucina” dei futuri lavoratori, pronta a produrre competenze e professionalità da spendere in ambito professionale. Certo è un modo per interpretare l’istruzione, che tra l’altro, va molto di moda ultimamemnte…

A costo di apparire uno fuori dalla realtà, resto convinto che la scuola serva ad altro e, a mio parere, a meglio: serve per formare uomini e non lavoratori, siano essi operai, impegati, quadri o fosser anche dirigenti. L’istruzione non serve per “saper fare” ma per “saper essere”: essere uomini liberi e responsabili, consapevoli di chi sono, di qual è il mondo in cui vivovo e dei problemi che dovranno affrontare; serve a formare cittadini onesti e solidali, abilitati a “prendere la parola” nella comunità degli uomini; serve a formare persone che sanno dare un senso alla vita che vivono, che sanno progettare il loro domani, che sanno interpretare la loro storia e costruire la casa del futuro.

Perché, altrimenti, che ce ne facciamo di quella infinite serie di nozioni che mandiamo a memoria nel corso degli anni, se esse non diventano degli occhiali attraverso cui osserviamo e capiamo la storia ed i suoi abitanti?

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