vita e morte low-cost

Osservo pensieroso le immagini delle pubblicità del mio vagone della metropolitana, alzando distrattamente gli occhi dal mio libro, e la mia attenzione è catturata da un cartellone pubblicitario assai singolare: quello dell’Outlet del Funerale… non so se vi è mai capitato di vederne qualcuno in giro per Milano.

Sul cartello c’è il disegno di alcune formiche che trasportano la salma di una cicala mezza stecchita sotto una grande scritta: “Vita da Cicala? Tanto poi c’è l’outlet.” La pubblicità lascia intendere che ci si può concedere una vita agiata (appunto “da cicala”) tanto poi è possibile avere un funerale parsimonioso e low-cost. Una volta ripresomi dalla provocazione, ripensando al cartello, mi accorgo che c’è una cosa che mi infastidisce: è lo stile un po’ giocoso e denigratorio con cui è raccontata la morte. La morte è fatta oggetto di una scanzonata commedia, con animaletti che, come dei cartoni animati, diventano protagonisti dello spot, quasi stessero promuovendo una marca di biscotti per la colazione o l’ultima golosità per la merenda dei più piccoli. Tutto diviene buffo, ridicolo, comico, tra il giocoso ed il farsesco.  La pubblicità pare invitare a gettare uno sguardo faceto anche verso quell’estremo atto umano che è il morire.

Ora, che la società di oggi abbia perso il senso del religioso, mi pare una triste ovvietà: si è smarrita la percezione di quella dimensione di misteriosa ed indecifrabile alterità che la Vita custodisce, quel presentimento del Sacro che irrompe nella ferialità del tempo profano di tutti i giorni. Temo, tuttavia, che in quel divertente quadretto, ci sia di più: non solo lo smarrimento del senso religioso ma anche l’oblio dell’umano. Forse abbiamo bisogno di cartoon per mascherare il nostro disorientamento di fronte alla morte, la nostra afasia nel dire qualche parola sensata su quell’atto intrinsecamente necessario della vita umana. E così non ci resta che farcene beffa, dissacrando quanto ci appare dolorosamente incomprensibile ed estraneo nell’orizzonte di senso complessivo del vivere. La morte è rimossa, derisa, dileggiata, beffeggiata come qualcosa che, strabordando l’umano, è solo un prodotto da vendere. Abbiamo, ahimè smarrito, il senso del morire, non solo come la fine del tempo, ma anche come il fine della nostra vita.

Queso mio articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio dell’inserto de “Il Cittadino” Dialogo

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