costruire cattedrali

Ci siamo lasciati alle spalle un’accesa campagna elettorale, qualcuno dice la peggiore della storia della repubblica ma direi che è inutile rivangare il passato. Anche sugli esiti lascio a voi il giudizio: sui giornali ed in televisione abbiamo letto ed ascoltato le più disparate interpretazioni e considerazioni, alcune, secondo me condivisibili, altre decisamente opinabili.  Siamo a metà del guado (per lo meno mentre scrivo questo pezzo) ed è difficile prevedere che sbocchi avrà lo scenario politico. Tuttavia di una cosa possiamo essere certi: il voto del 4 marzo scorso è stato un voto “epocale”, non nel senso di straordinario o anomalo, ma nel senso che ha segnato il passaggio ad una nuova epoca politica, quasi un nuovo ’94: nuovi protagonisti, nuovi rapporti di forza, nuove prospettive ed un nuovo modo di fare politica. Quando accadono queste cose è sempre difficile dare giudizi e valutazioni, è sempre troppo presto: lo sforzo da fare è quello di comprendere, capire, leggere l’accaduto e tentare di individuare la nuova grammatica attorno alla quale si costruisce il racconto.

Passato il rush e la frenesia della “raccolta del consenso” penso sia urgente ed indispensabile alzare lo sguardo e tentare di osservare il mondo che sta al di là del nostro naso, oltre quella spanna a cui ci costringe la nostra vista un poco miope. Dobbiamo pensare all’Italia che vogliamo nel 2040: guardate che non è così in là nel tempo, arriverà presto ed è nostra responsabilità prepararla adesso. Un po’ inevitabilmente ed un po’ colpevolmente la recente campagna elettorale ci ha spinti tutti, chi più chi meno, a contemplarci le punte dei piedi, nella ricerca di soluzioni a brevissimo termine che risolvessero nell’immediato problemi complessi e radicati.  Così si spiegano le boutade propagandistiche di difficilissima realizzazione, fatte solo per racimolare qualche voto in più e lisciare un po’ il pelo alla montante insoddisfazione.

Bene: credo che sia venuto il tempo di andare oltre, non per fuggire i problemi minuti e cocenti della quotidianità, ma per recuperare il senso di un percorso storico più ampio ed aperto, che ci sappia proiettare nel Paese che vogliamo trovare tra vent’anni e che lasceremo in eredità ai nostri figli. Di cosa parlo? Beh, di molte cose: ne accenno qui solo a quattro che mi paiono sfide irrinunciabili e feconde.

Primo: L’Istat ha confermato che la popolazione al 1 gennaio 2018 si è ridotta di quasi 100mila unità sull’anno precedente (-1,6 per mille). Si tratta della nona consecutiva diminuzione dal 2008. L’età media della popolazione supera i 45 anni: al 1 gennaio 2018, il 22,6% della popolazione aveva un’età superiore ai 65 anni, mentre solo il 13,4% aveva meno di 15 anni. Lascio a voi immaginare l’effetto a lungo termine di questa situazione: sostenibilità del sistema previdenziale, della sanità pubblica ed una ineludibile marginalità del sistema Italia (nessun Paese sa essere innovativo con una popolazione anziana…ahimè…). Il tema della natalità non può più essere relegato come “roba da esperti”: qui è in gioco la sostenibilità della nostra convivenza. Direi la nostra stessa sopravvivenza.

Secondo: la globalizzazione ha aumentato la ricchezza mondiale ma ha esasperato la disomogeneità nella distribuzione della ricchezza: chi è ricco diviene sempre più ricco e chi è povero finisce escluso, emarginato, “scartato” come ama dire Francesco. Questo non solo tra Nord e Sud del pianeta ma che nel nostro Paese. Non è immaginabile un futuro in cui pochi avranno troppo e troppi non avranno nulla…. Se non metteremo mano a questa disparità saremo destinati ad assistere a sempre crescenti migrazioni, tensioni sociali, scontri e violenze.

Terzo: l’Italia ha un enorme problema in tema di investimento per conoscenza e cultura. La competizione mondiale deve avvenire sempre più su fasce alte di competenze e professionalità: il nostro Paese non può competere con Paesi il cui costo della vita (e del lavoro) è un decimo o, addirittura, un centesimo rispetto al nostro. La chiave del nostro successo passa inevitabilmente attraverso attività di alto valore aggiunto. La capacità ed i talenti non ci mancano: manca piuttosto un “sistema Paese” che investe e sostiene ricerca, conoscenza e formazione.

Quarto: ogni bambino che nasce in Italia ha già un debito di 40.000 Euro. Ogni bambino che nasce in Norvegia ha un patrimonio di 161.000 Euro. Capite che se non si rimuove questa zavorra immensa che abbiamo ai piedi, ogni soluzione ai problemi viene compromessa, se non resa vana.  Il tema del debito pubblico non è un problema dell’Europa o dei burocrati comunitari: esso ci riguarda in prima persona. È come affrontare una corsa in cui gli altri corrono con le scarpe da ginnastica e noi con una palla da piombo ai piedi.

Ora: alzi la mano chi ha sentito parlare di una di queste questioni in campagna elettorale! La ragione è presto detta: non ci sono soluzioni semplici e a breve termine da mettere in pratica. Occorre visione, progettualità, tenacia e capacità politica. Purtroppo queste dimensioni elettoralmente non rendono, non portano voti.  Peccato che siano però quelle sfide che decreteranno il successo o il fallimento del nostro sistema Paese.

Secoli fa, i nostri avi avevano il coraggio di costruire cattedrali. Non so se ci avete mai pensato ma non era affatto una operazione semplice ed agevole: richiedeva fatica, investimento, passione, grandi sacrifici, anche perché durante la costruzione si attraversavano guerre, carestie e pestilenze. Ed i nostri progenitori mica le costruivano per loro stessi: molti di loro non l’avrebbero mai viste terminate…no, costruivano per i loro figli, i loro nipoti e chi sarebbe venuto dopo. Gli uomini del passato avevano il coraggio di investire su progetti a lungo termine, idee che avrebbero portato benessere, anche se non subito. Senza questo atto di speranza e di futuro oggi non avremmo la gioia di contemplare il Duomo di Milano, Santa Maria del Fiore a Firenze o San Pietro a Roma. Ecco, è tempo di ricominciare a costruire cattedrali, di fare progetti che oltrepassino l’angusto confine dell’immediato, del qui-ed-ora, della resa semplice ed istantanea. Dobbiamo riprendere a costruire cattedrali, per noi stessi, per i nostri figli e nipoti, per coloro a cui consegneremo questo amato Paese.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese

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