vivere in vetrina

Assisto con sconcerto e disorientamento alla perenne telenovela di Fedez e della gentile compagna, in occasione della nascita del primogenito. Puoi cercare in tutti i modi di starne alla larga ma, ahimè, il racconto infesta siti internet, pagine dei giornali ed i servizi televisivi. È una campagna metodica, battente, fatta con scientifica precisione: quella di immortalare ogni attimo della vita del pupo e dei due neo genitori… ogni giorno un gesto, uno sguardo, una diversa inquadratura. C’è il senso di una presenza costante, immobile, quasi ossessiva; un’esposizione all’obiettivo della telecamera che è talmente continua da divenire un po’ stucchevole.

Ma mi chiedo: perché uno si presta ad un tale gioco? Mi sono venute in mente diverse ipotesi. Potrebbe essere una forma di narcisismo eccessivo, un bisogno compulsivo di essere sempre al centro dell’attenzione, di mostrare e di mostrarsi, in una perenne “candid camera” che trascende ogni limite e confine. Diviene una specie di pornografia dei sentimenti: ogni gesto, ogni carezza, ogni abbraccio diviene occasione per riaccendere l’attenzione morbosa dei media sulla propria vicenda. È come vivere in una vetrina dei grandi magazzini: la tua vita diviene un prodotto da vendere, un bene di consumo, da godere finché ce n’è.

Una volta questa cosa la si sarebbe chiama in un modo solo: mancanza del pudore. Badate bene: il pudore non è affare da educande impacciate e timide. Non ha nulla a che vedere con il sentimento della vergogna: il pudore esprime il senso del proprio valore e della propria dignità che non può divenire oggetto di appetiti e voglie improprie. Il pudico è chi sa che la propria persona non è riducibile ad una certa “quantità” di carne e di pelle e che il velamento del proprio corpo serve a sancirne la irriducibile trascendenza.

Vi è pure una seconda ipotesi plausibile per tutta questa ostentazione: il denaro, il solito ed eterno dio soldo. Può essere… ma sarebbe davvero triste una coppia che “vende” il proprio figlio per aumentare le proprie entrate, quasi fosse uno spettacolo da baraccone da mostrare ed esibire.

Lo so… faccio fatica ad ambientarsi nel nuovo contesto social… Per me un abbraccio mantiene un sapore di miracolo e di estasi; il sorriso di un bambino appena nato conserva il gusto di un Accadimento di Grazia… mi disturba questa banalizzazione dei sentimenti e commercio degli affetti. Mi pare un suk deprimente e degradante da cui tutti ne usciamo, in qualche modo, sconfitti.

 

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