solidarietà

Ci sono molti modi di educare alla solidarietà, ci sono strategie e modalità differenti: si possono fare percorsi educativi, dei laboratori, lavori di gruppo, letture e attività insieme. E poi c’è un modo molto semplice e diretto: la via dell’esperienza, del fare in prima persona, senza troppe spiegazioni o teorie, semplicemente aiutando a maturare un’attenzione concreta all’altro nelle quotidianità delle cose.

Avere in classe un bambino di nove anni che soffre di crisi epilettiche può essere visto come un problema, una incombenza ed un rischio che non tutti si sentirebbero di correre a cuor leggero. Eppure la presenza del “bambino malato” può diventare l’occasione per sperimentare sulla propria pelle che la sofferenza ed il disagio appartengono alla vita e che mostrare vicinanza e solidarietà a chi è meno fortunato appartiene a quale processo di crescite personale civile a cui la scuola deve tendere.

Ce lo insegna a modo suo la maestra Elena, insegnante in una scuola elementare di Riccione. Un suo piccolo alunno soffre di attacchi epilettici, sicché la maestra, con quella sana saggezza che ancora abita le nostre scuole, sceglie di mobilitare la classe attorno al suo scolaro un poco speciale. Attraverso un cartellone stabilisce una “strategia di intervento” qualora si dovesse verificare una crisi. Ad ogni alunno (a turnazione e con i relativi sostituti) è assegnato un preciso compito. C’è chi deve prendere il farmaco salvavita dal cassetto, chi deve chiamare i bidelli, chi prendere il cuscino o allertare l’insegnate della classe vicino e così via. Insomma un vero e proprio “piano di battaglia” affinché tutti siano pronti ad affrontare l’emergenza.

Semplice organizzazione, direte voi? Non solo, mi viene da dire. Elena non ha solo pianificato l’urgenza, in modo che nessuno si spaventi e ciascuno sappia come rendersi utile. La maestra sta educando, con grande semplicità ma straordinaria efficacia, a sentirsi parte di una comunità, a percepire una radicale corresponsabilità gli uni degli altri. In modo implicito sta insegnando ai suoi alunni che “quel bambino malato li riguarda”, interpella la loro vita; ciascun ragazzino è in qualche modo corresponsabile del bambino, che non diviene un ospite problematico ma un amico fragile di cui prendersi cura.

Penso che agli alunni di quella classe non serviranno grandi discorsi o insegnamenti, lezioni a tema o attività specifiche. Quel cartellone appeso in classe ricorderà loro, ogni giorno, cosa significa la parola solidarietà ed in che modo sia possibile abitare questo mondo da fratelli.

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