in biblioteca

Tempo fa scrivevo che uno dei posti in cui amerei molto vivere è l’aeroporto, per via di quel “caos organizzato” che ci trovi, quell’atmosfera particolare che ti fa sentire cittadino del mondo, un posto in cui puoi fare gli incontri più disparati e curiosi ma anche in cui puoi sperimentare una pensierosa solitudine.

Ecco, stamattina pensavo che c’è un secondo luogo che eleggerei a mia stabile dimora: la biblioteca. È un posto che adoro, che mi fa sentire subito a casa: quelle sterminate fila di libri ben ordinati che ti osservano, che stanno li pacifici e si espongono al tuo sguardo curioso ed interessato. Non so, ma quei scaffali colorati, ricchi di frontespizi dalle diverse tonalità cromatiche, mi paiono testimoniare che, tutto sommato, il mondo sia una cosa ordinata, che esista un disposizione armonica dei fatti, delle persone, delle idee e che in fondo il sapere, tutto il sapere, goda di una sua intrinseca regolarità e precisione.

La cosa che immediatamente mi affascina della biblioteca è quel silenzio che ti accoglie quando varchi la porta di ingresso: non so se ci avete fatto caso ma ormai non ci sono più tanti luoghi in cui regna un rigido silenzio. Forse c’è solo la chiesa ma il suo silenzio è rotto da preghiere e liturgie. In biblioteca no! Il silenzio è stabile, continuo, quasi eterno. C’è come un alone di mistero, di laica liturgia nel rispetto di questo quiete: di fronte al sapere si tace, o meglio, si ascolta. Si, forse è proprio questo il bello della pace dei ogni biblioteca: è l’invito a mettersi in ascolto, a interrompere il nostro (s)parlare per udire una parola altra, detta da altri, che addita altro.

C’è una preziosa alterità racchiusa nel silenzio della biblioteca, che ti educa al riconoscimento che le tue parole non sono tutto, che le tue idee o opinioni non riempiono il mondo: c’è dell’altro, c’è molto altro. Ci sono narrazioni, storie, riflessioni, lettere, pensieri, racconti, romanzi, saggi, illustrazioni, commenti, manuali, trattati, volumi di varia natura che aspettano solo di essere uditi e letti.

Il silenzio della biblioteca ci ricorda che esistono parole di cui occorre mettersi in ascolto, che il nostro venire alla luce come uomini passa attraverso una parola detta ed ascoltata e che non esiste alcun processo di umanizzazione che possa fare a meno della forza generativa della parola. È una forza mite però quella della parola: non si impone, non urla, non violenta… è una parola che può solo risuonare in un silenzio, come la sola terra nella quale quella parola può germinare.

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