precari

Che la precarietà lavorativa sia il male dei nostri giorni mi pare cosa ormai evidente. E che questa precarietà lavorativa si porti appresso una precarietà esistenziale è, ahimè, esperienza di molti giovani del nostro tempo. Mi pare quindi sensato che un amministratore ed un politico cerchino di ridurre questa piaga dei tempi moderni, che è un elemento disfunzionale non solo per la vita dei singoli ma anche per la tenuta della società e, a lungo andare, per il bene dell’economia.

Il punto è “come” tentare di sconfiggere questo male, che strumenti legislativi ed amministratovi utilizzare, che politiche mettere in campo, affinché quella che potrebbe essere una situazione temporanea e fisiologica non diventi una condanna alla provvisorietà per tutta la vita.

Il governo ieri, nel cosiddetto “decreto dignità”, ha fatto una scelta, quella di agire sul piano normativo, scoraggiando i lavori a tempo determinato, riducendone la possibile durata, in modo tale che, dopo un certo numero di rinnovi, il datore di lavoro opti per una forma più stabile di assunzione.

Personalmente mi pare un po’ ingenua come strategia, come se certi fenomeni si potessero fermare con le semplici sanzioni (detto a margine, un po’ sulla stessa linea del “fermiamo l’immigrazione chiudendo i porti…”).

Purtroppo la maggior parte dei lavori a tempo determinato sono lavori a basso valore aggiunto, per i quali un datore di lavoro non ha interesse ad assumere stabilmente una persona, formandola ed istruendola. Si tratta di lavori o che soffrono un picco di stagionalità (ad esempio quelli legati al settore turistico) o per i quali “due braccia che lavorano” sono sufficienti. Se questo è il contesto, dubito che, a seguito delle recenti norme, il datore sceglierà di stabilizzare l’impiegato precario; piuttosto temo che deciderà di lasciarlo a casa e assumere qualcun altro. Il rischio è quello che, in nome di una auspicata stabilità, si generi maggior disoccupazione. Le intenzioni posso essere anche buone, gli effetti magari un po’ meno…

È un po’ troppo semplicistico pensare che certi problemi li si possa arginare con una grida manzoniana, bandendoli quasi per magia dalla nostra società.

Temo che la questione di fondo sia proprio questa: il pretendere di avere ricette semplici per realtà complesse. Comprendo benissimo che slogan facili e immediati paghino in una campagna elettorale (della serie “al primo consiglio dei ministri aboliremo con una riga la legge Fornero”, ricordate?) ma quando devi governare processi complessi e intricati, la semplicità e peggio ancora, la semplificazione, rendono poco. Anzi rischiano di essere addirittura controproducenti.

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