sante parole…

Una domanda che mi viene rivolta spesso è: ma perché scrivi solo di bellezza? Perché certe volte sembri un beota che si ostina a vedere il bicchiere mezzo pieno, anche quando il bicchiere non c’è e tocca bere con le mani raccolte a coppa?

Non lo so. Forse perché sono un inguaribile ottimista. Forse perché sono stanco di una certa idea di narrazione, di letteratura, che si dice degna solo quando parla di tragedie, evidenzia il male, svela la ferocia umana e la fatica del vivere come condizioni senza scampo.

Ora, lo sappiamo tutti: la vita può essere estenuante e non ci sono antidoti contro l’implacabilità del reale. Solo andare avanti e fare il meglio che.

Ma, ecco, credo che ciò di cui mi sta a cuore parlare, stia (in)consciamente tutto lì. Vedere il meglio che. Valorizzare quelle due cose, o tre. Anche perché l’autocommiserazione mi è sempre stata gran sui coglioni e penso che, alla fine, sia un atteggiamento che coglie soprattutto chi parte convinto che la vita gli debba qualcosa. Mentre invece la vita ci dà delle cose o ce le toglie, ma il punto resta sempre non tanto quel che ci accade, ma cosa scegliamo di farne. È quella l’unica responsabilità che ci spetta.

In passato, per esempio, io mi sono spesso accorto delle cose troppo tardi, quando tutto era già finito e ci ripensavo con l’aura nostalgica del rimpianto o del senso di colpa. Ma i rimpianti non servono mai a niente, e l’unica maniera di vincerli è quella di riuscire a dare valore alle cose e alle persone che abbiamo accanto, nel momento in cui le abbiamo accanto.

Poi, capiamoci, le tragedie e il male li vedo eccome, e la ferocia umana l’ho sperimentata, proprio come tutti e forse mai come oggi, e penso che per disinnescarli vada benissimo dichiarare la loro esistenza, esserne consapevoli, ma che sia più utile illuminare il resto. I piccoli gesti che danno senso alle nostre giornate, l’amore apparentemente privo di scopo, la gentilezza inattesa, la cura dove non ti aspetteresti di trovarla, perfino il dolore da cui impariamo proprio mentre non lo sappiamo, e che spesso non è altro che la strada che serve per portarci a scoprire chi siamo, o cosa vogliamo diventare. Il che, lo ridico, non significa che io non veda la merda, ma siccome trovo che la merda, là fuori nel mondo, stia facendo un bellissimo lavoro da sola, ecco, io non è che senta tanto la necessità di darle una mano diffondendola. Nemmeno nei miei libri, nemmeno qui. Cartier-Bresson, per esempio, diceva che in una fotografia, più che quel che decidi di inserire nell’inquadratura, conta ciò che scegli di lasciare fuori, nel senso che scegli di non offrirgli visibilità.

Perciò, ecco, io credo che per vincere la merda forse dovremmo ricordarci più spesso che siamo sì esseri fragili, diffidenti e pieni di paure, ma siamo anche esseri pieni di grazia, e che la realtà dipende dagli occhi che indossiamo per guardarla, così come le cose o le situazioni dipendono dalle parole che scegliamo per nominarle.

Il compito che affido alla mia scrittura è in fondo questa roba qui.
Dirmi e dirvi che alla fine dipende soprattutto da questo, che il mondo lo possiamo cambiare ogni giorno nella maniera più potente ed efficace di tutte: cambiando il nostro sguardo, scegliendo le parole con cura, mettendoci nei panni degli altri, facendo qualche chilometro nelle loro scarpe o nella loro pelle.

Cambiando il nostro punto di osservazione sul mondo. Cambiando noi.” (Matteo Bussola)

 

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