l’immigrazione senza like

Ho letto con attenzione questa lunga ed articolata riflessione di Marco Minniti, ex ministro degli interni del governo Gentiloni, sul tema dell’immigrazione. È un ragionamento pacato ma lucido sulla cosiddetta “emergenza migranti” e sulla strategia che occorre mettere in campo per gestire questo fenomeno, che l’ex-ministro definisce non come emergenziale bensì strutturale.

Certo, si può dissentire dal suo pensiero e dalle sue considerazioni, ovviamente “di parte”, come è naturale che sia,. D’altronde ogni nostra considerazione è una opinione “di parte” in quanto nasce dal particolare punto di vista che assumiamo per leggere il fenomeno e dalla particolare sensibilità che ci anima.

Tuttavia trovo sempre interessante confrontarmi con coloro che hanno un loro pensiero sulle cose, non importa se lo condivo o meno. Penso che il bello del dialogo nasca proprio dalla possibilità di conoscere pensieri e riflessioni altre, non coincidenti necessariamente con il nostro modo di pensare. Dopo tutto Minniti è stato in un ruolo chiave nella gestione dei flussi migratori per alcuni anni e credo che l’esperienza e le riflessioni che ha maturato durante questo suo servizio vadano quanto meno ascoltate. Considerando poi che, sotto la sua direzione, i flussi migratori si sono notevolmente ridotti (circa -80% rispetto al 2017), magari ha idee più chiare delle mie. Minniti poi è persona pacata e sobria, che è piacevole ascoltare perché argomenta le su posizioni con ragionevolezza e sensatezza.

Certo che si tratta di un articolo di una decina di pagine, non un tweet di 140 caratteri. Voglio dire che per raccontare ciò che sta accadendo tra Africa ed Europa serve tempo, serve spazio per articolare un pensiero, pazienza per ascoltare le considerazioni e le opinioni. Come in tutte le cose della vita, se vuoi capire, se vuoi farti un pensiero fondato e non di pancia, serve tempo, serve applicazione, costanza, pazienza ed impegno. In fondo serve la testa e non la pancia. Pensavo: quante persone avranno la pazienza e l’umiltà (sì, perché anche di questo si tratta) di spendere mezz’ora di tempo per leggere, capire ed ascoltare?

Temo che siamo ormai talmente assuefatti ad ascoltare pensieri semplici, diretti, immediati e spesso banali che fatichiamo a avvicinare qualcosa che abbia un livello di complessità leggermente superiore. Siamo diventati la generazione di Twitter e Facebook, dove tutto fluisce in modo umorale, istintivo e, in un certo quel modo, “violento”: un espressione forte, parole aggressive, un bel video con qualcuno che ci vomita addosso con arroganza paure e aggressività e pensiamo di esserci fatti una opinione, di avere un pensiero, quando invece abbiamo solo solleticato le emozioni e stimolato sensazioni epidermiche. Non funziona così, non è mai funzionato così, checché alcuni nuovi guru della comunicazione ne dicano.

La realtà è sempre qualcosa di complesso, articolato, di complicato e ogni nostro tentativo di semplificare le cose, di renderle piane e facili è un atto di violenza verso la verità delle cose. Ogni semplificazione è sempre una riduzione della ricchezza della realtà, fatta solo per far rientrare la vita nei nostri piccoli ed angusti schemi mentali.

È come pretendere di chiudere in un cassetto un vestito troppo grosso…potete anche spingere e forzare ma alla fine, se volete a tutti i costi chiudere il cassetto, un pezzo ne resterà fuori. Ecco, quando pretendiamo di avere ricette semplici per cose complicate, lasciamo sempre “fuori dal cassetto della nostra testa” un pezzo di realtà: semplicemente non la consideriamo, la ignoriamo, nell’arrogante illusione di aver messo le cose in ordine.

Magari mi sbaglio ma secondo me è urgente tornare a sperimentare ed insegnare ai nostri figli la pazienza di capire le cose complicate, senza rimuovere lo sforzo, la fatica ed il sudore. Dobbiamo tornare ad amare la complessità, le cose che non capiamo, le cose che sfidano il nostro pensiero, tutte quelle cose che, come un difficile teorema di matematica, mai ci entreranno in testa. È tempo di abbandonare la cultura dei “like” , dei “mi piace”, delle faccine sorridenti o arrabbiate e tornare alla parola, al pensiero, all’espressione ricca e poliedrica della nostra umanità. In fondo, essere uomini, non significa proprio questo?

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