un bambino è un bambino

Ieri sera mi è capitata sotto gli occhi questa notizia che ha davvero dell’incredibile: “Si toglie la vita a 9 anni perché vittima di bullismo: aveva confessato ai compagni di essere gay”.

Leggo su corriere.it: “Si è tolto la vita dopo quattro giorni di atti di bullismo e omofobia subiti nella scuola che frequentava a Denver, in Colorado. Protagonista un bambino di 9 anni, J. M., e a raccontare la storia è stata la madre, Leia Pierce, in un’intervista all’emittente televisiva KDVR-TV. La donna ha raccontato che il figlio le aveva rivelato di essere gay durante l’estate e ha spiegato che era intenzione del piccolo spiegarlo anche ai compagni di classe al ritorno a scuola, perché si diceva «orgoglioso del proprio orientamento sessuale». J. era tornato sui banchi lunedì 20 agosto alla scuola elementare Joe Shoemaker di Denver, dove frequentava il quarto anno. (…) La madre ricorda che J. le era sembrato spaventato quando le aveva confessato la propria omosessualità, ma anche confortato dal fatto che la madre gli avesse assicurato di volergli bene come sempre.”

L’articolo giustamente racconta il dramma della madre e dei compagni di scuola all’apprendere la notizia, il dolore di cui è stata partecipe l’intera comunità, condannando il bullismo ed i pregiudizi che hanno portato una persona fragile come un bimbo al sudicio, deplorando quei sentimenti omofobici che attraversano ancora le nostre società. Non si può che provare compassione per questa tragedia e concordare con il giudizio duro del giornalista.

Ma, ad essere sincero, a me ha sconvolto un’altra cosa: il fatto che sia stato accettato come “normale” che un bimbo di 9 anni dichiarasse la propria omosessualità e facesse outing con i compagni di classe. Non mi interessa qui affrontare il discorso se l’omosessualità debba essere accettata o curata, se sia un fatto biologico o legato alle esperienze vissute o una combinazione delle due motivazioni.

Quello che trovo inquietante è che un bambino di nove anni debba affrontare una tale situazione, che possa esprimere una qualche consapevolezza circa propria identità sessuale, in una età (oltretutto definita di “latenza”) in cui nessun bimbo, omossessuale o eterosessuale, ha la percezione di chi è né di che indirizzo sessuale vive.

Un bambino di nove anni è solo un bambino, senza alcun altro aggettivo, senza altra specificazione, senza altra determinazione né indirizzo. Un bambino che è chiamato a vivere la propria vita con la maturità che la sua vita gli concede, con la spontaneità e l’immediatezza che la giovane età gli regala.

Come possiamo permettere ai nostri figli di scalare montagne con le poche forze in loro possesso? In che società viviamo se non siamo nemmeno capaci di proteggere i nostri piccoli, di preservarli dagli angosciosi problemi che viviamo come adulti, permettendo a loro di essere semplicemente bambini? Come è possibile che un bimbo di nove anni debba affrontare il problema della propria identità sessuale in relazione ad una società che genera pressioni, condizionamenti, esclusioni o rifiuti?

Non mi permetto di esprimere giudizi verso coloro che sono tristi protagonisti di questa vicenda; la mamma poi, da parte sua, dovrà, già portare un fardello troppo pensate.

Però occorre che ci diciamo chiaramente che i bambini vanno protetti. Protetti non solo dalla violenza, dalla volgarità, dalla brutalità e da tutte le minacce di questo mondo. Vanno anche protetti da questa pericolosa tendenza che tende a negare il confine tra il loro mondo e quello adulto, che incita a pericolosi scivolamenti verso un infantilismo adulto o un adultismo infantile. Non possiamo, in nome di una discutibile idea della loro libertà, buttare sulle spalle dei nostri figli responsabilità e pesi che sta a noi portare. Essere genitori significa anche consentire ai propri figli di affrontare le fasi della propria crescita e tempo debito, senza forzare pericolose anticipazioni o provocare altrettanto pericolosi ritardi.

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