una candela accesa

C’è un gesto che le persone soprattutto un po’ in là con gli anni amano fare,  specialmente in momenti difficili della vita: accendere una candela, davanti ad una statua di un santo, ad un’icona, un’immagine o un altare.

È un gesto che chi di noi non è più giovanissimo ha visto compiere dei propri nonni e che magari è stato invitato a ripetere. È  un gesto che un certo razionalismo un po’ ingenuo e superficiale ha liquidato come frutto di una devozione sorpassata, legata a tempi pre-moderni, quasi un atto scaramantico o superstizioso. Insomma, qualcosa da abbandonare quando si raggiunge la “maggiore età della ragione” e quando una certa visione infantile del mondo deve essere necessariamente abbandonata.

Eppure, se avessimo la cura di leggere sotto la superficie, quel gesto semplice custodisce qualcosa di non banale, qualcosa di profondo e di prezioso.

Accendere un cero è un gesto delle mani, un’azione del corpo, nel quale si articola un atto di presa, di manipolazione e di consegna.

C’è un corpo che si muove verso una direzione, che elegge un posto come propizio ed adeguato, giacché non accendiamo ceri in qualunque luogo ed occasione. Occorre la decisione della mente e della volontà per raggiungere quel luogo che, solo, saprà “dare spazio” a quel gesto.

Vi è poi una mano che afferra e che prende un “oggetto del mondo”, una piccola candela o un cero, e lo riconosce non come “una cosa tra le cose”, ma come qualcosa che è in grado di custodire un valore simbolico ed un significato speciale. Quella candela viene sottoposta ad un’operazione che è destinata a cambiare la sua natura: il gesto dell’accensione dello stoppino. La nostra presa non lascia le cose come stanno, ma le trasforma, forse sarebbe meglio dire le trasfigura. Da un pezzo di cera inerte ad un pezzo di cera ardente, destinato a consumarsi e quindi a finire. Ecco quindi che quella “cosa”, divenuta ora un “simbolo”,  è pronta per essere consegnata, riposta davanti ad un “oggetto” che evidentemente è richiamo ad altro, o forse è meglio ad Altro.

Ma è solo in quel momento che avviene il vero “atto di culto”:  solo dopo aver afferrato, trasformato e consegnato quella candela, ciascuno di noi può vivere una sorta di “identificazione” verso quel cero ardente, dando così completo complimento a quel gesto di simbolizzazione. Quel cero sono io, mi rappresenta, sta qui davanti all’altare in mia vece, parlando di me e riferendosi a me.

Nonostante le molte candele accese tra cui la ripongo, la mia candela è unica, perché è frutto di una presa, di una trasformazione, di una consegna e di una identificazione assolutamente personali ed originali. È proprio attraverso questo rito, compiuto in obbedienza ad una successione precisa di atti, che la preghiera diviene atto pienamente umano: non solo pensiero, intenzione o intima convinzione. Quel gesto, forse banale, forse superato, condensa molto di più: c’è la mente, la volontà, ci sono il corpo e le mani, c’è una presenza voluta e ricercata, c’è l’elezione di uno spazio e di un tempo propizio, c’è un’esperienza di simbolizzazione e di identificazione, c’è un atto di affidamento personale e sincero, c’è un modo di guardare al mondo capace di trasfigurare la materialità delle cose.

Forse è così che la fede diviene vita, è grazie al “gesto” (e a questo gesto) che la fiducia nella Vita si rende presente: quella cera che arde dice molto, anzi dice “di più”. Essa sussurra dolcemente, come solo le vere preghiere sanno fare, “io sono qua, sono davanti a te, e ci sarò anche quando me ne andrò, perché quella fiammella che arde ti ricorderà sempre la mia presenza”.

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