la sorpresa di splendide bacche rosse

Lo scorso anno, o forse l’anno prima ancora, non ricordo been, la mia siepe ha patito un periodo di “fatica”: alcune delle piante che compongono il suo splendido manto si sono presentate al rifiorire della primavera spoglie e secche, decisamente diverse dalle “sorelle” sane che fiorivano rigogliose accanto a loro. La siepe è una bella pirancata, una pianta severa e robusta, con forti rami pieni di spine e delle curiose bacche rosse che verso settembre fanno capolino tra le sue fronde. Una pianta resistente, arcigna ed austera, che sopporta con dignità e fortezza tagli e potature. Con lei ti puoi permettere di lasciare da parte delicatezze e prudenze,  giacché i suoi forti rami sembrano pronti a sopportare qualunque cosa. Potete immaginare la mia sorpresa ed il mio turbamento quando alcuni arbusti non si sono presentati puntuali alla fioritura: che la piracanta non fosse così forte come pensavo? O che questo mio trattarla “ruvidamente” alla lunga le abbia nociuto? Che in fondo anche piante e persone forti rischiano, come tutti gli altri, fallimenti e cadute?

Fatto sta che, animato dalla speranza che la mia piracanta fosse capace di affrontare questa nuova sfida, ho lasciato a lei tempo e spazio perché questo processo di “riparazione” e guarigione  vedesse la luce. In pratica non ho fatto nulla: nessuna potatura né cura specifica, nessuna rimozione o intervento. Ho lasciato che la piracanta semplicemente trovasse forza ed energia per affrontare quella “secchezza” che aveva invaso le sue foglie. Una sola cosa mi sono permesso di fare: uno sguardo più attento ed interessato a quelle fronde malate.  Quando uscivo o rientravo a casa, c’era sempre una occhiata di soppiatto a quella “parte sofferente”, per capire come andavano le cose, se si intravedevano segni di miglioramento o piccole promesse di guarigione.

La guarigione, ogni guarigione, sia essa di piante, animali o persone, non ha mai dei tempi prefissati; inutile rivolgere sguardi ansiosi o insofferenti: serve il tempo che serve, in obbedienza ai ritmi che la natura ha fissato per ogni cosa, senza frette, senza corse, senza angosce eccessive. Il corso degli eventi segue ritmi misteriosi ed incomprensibili, in ossequio al movimento del Cosmo che certo non è in balia delle nostre voglie o dei nostri capricci.

Succede tuttavia che l’altra mattina, aprendo la finestra della mia camera, noto un fatto sorprendente quanto curioso: le rosse bacche autunnali iniziano a colorare i rami della mia piracanta e qua e là si vedono della splendide macchie rosse che impreziosiscono il suo manto , generalmente così arcigno e duro. Ma una cosa mi genera stupore: proprio sui rami malati, su quelli sofferenti e meno rigogliosi, le bacche sono più numerose.  Una fitta e densa chiazza rossastra copre le punte degli arbusti sofferenti. Gli occhi si fermano sorpresi in contemplazione:  quella parte “debole” e “sofferente”  è quella che è stata maggiormente generativa e feconda, quella che mostra più bacche e con essa più speranza e bellezza.

Accade così anche con la nostra vita e quella delle persone che vivono con noi: le nostre sofferenze, le fatiche che patiamo spesso diventano quel luogo in cui sono seminati piccoli germi di bene, piccole speranze che fioriranno e che apriranno al futuro. Le nostre debolezze, le cose che ci limitano e ci fanno soffrire sono spesso proprio il grembo della crescita, del rinnovamento e del progresso.  Cantava il grande De Andrè “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” e forse è proprio così.  Le cose più belle della nostra vita spesso hanno visto la luce nell’incertezza della fatica e del dubbio, nell’oscurità della sofferenza e della sterilità. Amo questa straordinaria frase di Leonard Cohen, perché racconta la logica profonda e dolorosa della vita: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.”

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Settembre di LodiVecchioMese

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