quell’abbraccio…

Commuovente quell’abbraccio inatteso che il Padre rivolge al figlio martoriato dalla vita nel racconto di Luca della liturgia di oggi. Quel figlio che qualche tempo prima aveva decretato la morte simbolica del padre chiedendone l’eredità; quel figlio che ha scelto di fare fortuna altrove, lontano dalla casa paterna che evidentemente soffocava la sua fame di libertà ed indipendenza; quel figlio che si trova alla fine del sua rivincita a magiare ghiande con i porci, solo, povero, in fondo “assoluto”, proprio come desiderava, ossia sciolto (ab-solutus) da ogni legame.

Eppure quell’ “happy-end” è reso possibile da alcuni antefatti che suonano meno dolci e garbati, forse anche meno commuoventi e toccanti. Antefatti che possiedono un tono un po’ più aspro e tagliente, corrosivo e crudele.

Quel padre pronto all’accoglienza è lo stesso che si è visto “sputare in faccia” dal proprio figlio la morte della loro relazione, la loro definitiva separazione, il loro allontanamento irrevocabile ed inappellabile. “Tu per me sei morto!” ha gridato il figlio in faccia al padre. E lui che non può far altro che incassare questo colpo allo stomaco, accettare con strazio paterno questa scellerata scelta e, come sempre ha fatto, rispettare la libertà altrui. Il padre è grande perché accetta di essere crocifisso dal figlio, di guardare con cuore dilaniato, a quel figlio amato che fa le sue valigie e se ne va.

Ma la sofferenza mica finisce lì; non si termina con la separazione fisica né con l’uscita del secondogenito dal campo visivo del genitore. Quella sofferenza prosegue, giorno dopo giorno, in modo nascosto, silenzioso, paziente e tenace. Quel padre, che ogni giorno scruta l’orizzonte per attendere il ritorno del figlio, è un uomo che in ogni istante rivive la lacerazione per quel legame spezzato. È un padre che non si da pace, che spera per il proprio figlio, che da lontano lo custodisce e lo pensa. È un padre che sente la frustrazione dell’impotenza, di quell’atto necessario di affidamento alla libertà dell’altro che non sa se sarà ripagata così come si attende.

È di questa attesa del padre che Luca ci dice poco, come per un gesto di pietoso rispetto e di benevole pietà . Ma chi è padre, non solo biologicamente, sa di cosa si parla. È quel sentimento che ti assale la mattina quando ti alzi e ti accompagna per tutta la giornata fino a quando non ti corichi al letto. È quel desiderio che turba i tuoi sogni, che agita le tue notti. È un anelito, uno slancio che non sai controllare, che sperimenti con ostinazione ed irragionevolezza. È lo sperare contro ogni speranza.

Quel figlio è tuo figlio, che lui lo riconosca o no e tu non puoi sottrarti alla passione per lui, non puoi cessare quello sguardo benigno e confidente che ti tiene in vita e che alimenta l’attesa. Il padre capace di accoglienza e di festa è lo stesso che ha attraversato l’oscurità della notte, che ha superato, un passo al volta, un dolore alla volta, il deserto dell’incertezza, della disperazione, del tradimento e dell’abbandono.

Forse è solo in forza di questa “attraversata insensata” che il padre diviene capace di festa, di giubilo inteso ed incontenibile; forse perché le sua braccia hanno sperimentato l’aridità dell’abbandono che sanno diventare luogo fertile di accoglienza.

Non c’è amore vero che non sia chiamato ad attraversare questa solitaria attesa, questa inquieta apprensione, questa penosa fiducia.  Non c’è amore che non senta nelle proprie viscere una passione travolgente ma non corrisposta, totale ma rifiutata, determinata e coraggiosa ma costretta a sperimentare i tempi amari dell’attesa e della speranza

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