Dachau. Mai più.

Varcare la soglia di Dachau è come entrare in un santuario del dolore, è come calpestare una terra sacra, resa tale dalla sofferenza di migliaia e migliaia di uomini che hanno versato il loro sangue in questo luogo.

Quella scritta “Arbett Macht Frei”, posta a sigillo del suo ingresso, appare ai nostri occhi, nella sua assurda ironia, come l’indizio di una soglia, di un passaggio, luogo liminare in cui si transita dal mondo umano a quel mondo “altro” che è il “Vernichtungslager” (campo di sterminio): passato quel cancello, la vita umana diviene qualcosa di diverso, di imponderabile e di incomprensibile; è vita che scivola ai confini dell’umanità, vita che si degrada, che evapora, che perde consistenza e valore, vita che, nel giro di pochi attimi, cessa di essere “da uomini”, sprofondando in quegli abissi di violenza e crudeltà che raramente la storia ha toccato.

Dachau appare oggi come un tranquillo giardino, in cui il verde dei campi ed il blu del cielo si mescolano in un ambiente dall’apparente serenità e pace. Eppure quel silenzio che ti accoglie all’ingresso è capace di scuotere il tuo animo e di portare inquietudine nel tuo cuore. Dachau è avvolto da un’atmosfera difficile da raccontare a parole: quelle poche pietre rimaste, testimoni di anni terribili e nefasti, è come se gridassero il dolore silenzioso di tutti coloro che hanno calpestato questa terra, per molti, moltissimi, ultimo luogo abitato prima della loro morte anonima.

Ti muovi tra le costruzioni, che ancora sorgono all’interno del recinto spinato, con un senso di timore e riverenza, come quando entri in un luogo sacro nel quale si sta officiando una qualche celebrazione. Ti muovi con circospezione e rispetto, quasi temendo di disturbare quel clima di mesto raccoglimento che sperimenti al suo interno.

E poi ascolti, guardi, osservi, lasci che quel luogo ti parli, che faccia arrivare, dopo molti decenni, il suo straziante urlo di dolore. Sì, perché Dachau ti interpella, ti scuote, ti interroga, sfida la tua ragione, minaccia la tua sensatezza ed offende il tuo buon senso.

Come è potuto succedere? Come è accaduto tutto questo? Come è stato possibile?

Te lo chiedi quando attraversi l’immenso piazzale dell’appello, dove ogni giorno i detenuti erano sottoposti a controlli e torture. Te lo chiedi quando entri nelle baracche, in cui decine e decine di prigionieri erano stipati come formiche in un formicaio. Te lo chiedi quando osservi i piccoli cimeli sopravvissuti alla morte dei loro proprietari, oggetti semplici e ordinari, come una penna stilografica o un orecchino d’oro. Te lo chiedi quando attraversi, quasi incredulo di quello che stai osservando, la “Baracke X” dove uomini inermi venivano spogliati, gassati, ammassati come vecchi cenci e poi bruciati in grossi forni. Te lo chiedi quando contempli alcuni dei volti che fanno bella mostra di sé nelle fotografie appese ai muri, sfortunati ospiti di questo inferno, costretti a questo ultimo soggiorno solo perché ebrei, zingari, omosessuali, preti oppositori politici o gente giudicata asociale.

Se pensi a quanto accaduto nel luogo in cui ti trovi resti come interdetto, incredulo, sopraffatto da un senso di nausea e di sgomento, orrore e dolore. Uomini come te, fatti della stessa carne, animati dai medesimi sentimenti, gente qualunque, anonima, normale, come il tuo vicino di casa o la donna che incontri sull’autobus, come l’anziano che ti precede in fila dal panettiere o la mamma che ti si siede accanto in treno, ebbene tutti costoro sono stati innocenti vittime di una furia cieca, assurda e disumana; sono divenuti, loro malgrado, protagonisti di una tragedia immane, spietata, cinicamente sorda e cieca ad ogni minimo senso di umanità.

Penso che mai potremmo comprendere quanto è realmente successo. Nessun libro, nessuna immagine, nessun racconto né film né opera d’arte potrà mai dare ragione della assurdità del male che a Dachau si è celebrata, come in moltissimi altri campi di detenzione. Non ci sono parole, riflessioni, ragionamenti, argomentazioni o pensieri capaci di spiegare quello che è successo e perché è successo.

Dachau resta un enigma inspiegabile della nostra storia, un abisso di dolore e violenza, impossibile da verbalizzare o narrare, perché ogni parola proferita richiede un minimo di razionalità condivisa, cosa che qui è stata completamente smarrita.

Eppure Dachau, nella sua ferocia, resta come un segno indelebile della memoria, come una piaga purulenta che non si rimargina, come testimonianza imperitura del Male del mondo, come monito a non dimenticare, a non cancellare il ricordo, a non rimuovere il delitto compiuto.

Dachau ci invita, anzi ci intima, a non dimenticare, a custodire il nostro passato, affinché non si ripeta. Mai più.

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