quel che circola tra noi

C’è un sentimento che anima le nostre società e che attraversa le nostre comunità: da quella nazionale e giù fino a quelle locali. A dire il vero questo malsano sentimento è ben diffuso anche al di là dei confini nazionali e agita popoli e nazioni un po’ ovunque sul pianeta. È un sentimento che si sta imponendo come un “rumore di fondo” della nostra convivenza, come fosse il sottofondo musicale dei nostri rapporti sociali e politici. È un sentimento talmente pervasivo che si insinua non solo nella lotta politica o nel confronto istituzionale ma che arriva a lambire anche la vita delle persone semplici, la quotidianità dell’esistenza, la ferialità delle giornate. È il sentimento della violenza.

È un brutto virus che ammorba le relazioni tra le persone a diversi livelli e che ha infettato un po’ ovunque i rapporti, il dialogo, la comunicazione, il confronto e la normale dialettica democratica. È un sentimento che si accompagna spesso ad una serie infinita di varianti e declinazioni: dall’odio all’intolleranza, dal bullismo passando per l’aggressività, l’abuso, la prepotenza, la sopraffazione, fino a diventare vero e proprio razzismo o xenofobia. E tuttavia è un sentimento che è bene chiamare con il proprio nome, per evitare il rischio di mascherarlo dietro eufemismi che ci fanno sentire più tranquilli e meno allarmati. Ho l’impressione che oggi in giro ci sia davvero molta di violenza: atti e comportamenti che tendono ad imporre la volontà di pochi, rifiutando il confronto, il dialogo, negando all’altro la possibilità di esprimersi, di vedere riconosciuti i propri diritti e legittime aspirazioni. C’è una voglia di prevaricare, di spadroneggiare, di disconoscere il valore indisponibile dell’altro, sia esso lo straniero, il vicino, l’amico sui social o il compagno di viaggio o di ufficio.

Ci sono tanti segnali che fanno propendere per questa diagnosi, tanti sintomi che lasciano intendere, a chi non vuole voltare la faccia altrove, che la malattia è seria e che non la si può più ignorare o sottovalutare. Basti pensare a quelle famiglie di italiani, aggredite mentre veniva loro consegnata una casa popolare, assegnata regolarmente, e tutto questo solo a motivo delle loro origini rom. Oppure si può pensare a quel gruppi di giovani di buona famiglia che hanno perseguitato e violentato per mesi e mesi un malato psichiatrico fino a farlo morire, solo per il gusto di un divertimento disumano ed assurdo. O se preferiamo stare più in zona, ricordiamoci di quella insegnante di una scuola di Lodi, schiaffeggiata ed aggredita da un genitore, solamente perché la propria figlia era stata sospesa alcuni giorni da scuola. E volendo casi ed episodi del genere se ne potrebbero raccontare a iosa, alcuni, magari, a cui abbiamo assistito in prima persona oppure che abbiamo letto sui giornali o ascoltato alla televisione.

Questo sentimento violento trova anche altri canali per affiorare, come un fiume sotterraneo che non riesce ad essere contenuto e che giunge in superficie non appena gli si offre l’occasione. Sono manifestazioni, da un certo punto di vista, meno plateali ed appariscenti, ma non per questo meno pervasive e preoccupanti. Mi è capitato ultimamente di leggere alcune discussioni sui social o di ascoltare certe trasmissioni radiofoniche in cui viene offerta libera parola agli ascoltatori. Confesso che si resta davvero basiti dal tasso di violenza verbale che attraversa la nostra comunicazione e che abita le nostre parole: gente che per un nonnulla offende, con cattiveria e volgarità; gente che si nasconde dietro l’apparente terzietà del mezzo informatico, per tirare fuori una dose di rabbia, aggressività e livore che c’è da restare senza parole. E non puoi non chiederti: ma perché? Che cosa provoca tutta questa veemenza? Da dove si origina questa intensa e incontenibile litigiosità e prepotenza? Perché le persone esprimono un tasso di bellicosità così malsano?

Il fatto che questa percezione non sia solo un fatto personale me lo confermano le analisi e le riflessioni di diversi sociologi e osservatori attenti della società italiana che concordano nell’identificare il sentimento della violenza come uno dei tratti più evidenti e preoccupanti della nostra contemporaneità. Cito ad esempio il prof. Andreoli, noto psichiatra ed acuto interprete di quella coscienza collettiva che sottostà ai comportamenti diffusi e alle abitudini sociali. Ebbene, la diagnosi dello studioso è impietosa: come società stiamo regredendo verso nuove forme di barbarie, certo diverse e incomparabili con quelle del passato, ma ugualmente pericolose e nocive. E trovo interessante anche le ragioni che egli pone all’origine di questa aggressività diffusa: si sta allentando il senso della norma, della regola e del limite. In fondo, pare essere la teoria del famoso psichiatra, il sentimento della violenza accompagna da sempre l’istintualità umana ma la legge della parola e della ragione fungono (o per lo meno dovrebbero) da elemento di controllo ed indirizzo. Quando tuttavia i nostri legami affievoliscono la loro dimensione normativa e si affidano all’istinto, all’impulso, allo sfogo irrazionale e primitivo, ecco allora che la violenza appare come manifestazione incontrollata di pulsionalità ancestrali. È così allora che il fastidio dell’altro, non passato al setaccio del pensiero, diviene attacco ed aggressione. Il giusto bisogno di sicurezza e protezione, se preso solo “di pancia”, rischia di trasformarsi in una voglia di chiusura e nella paura dell’altro, percepito come una minaccia incombente per la propria vita. Il normale bisogno di riconoscimento sociale può scivolare in prepotenza e arroganza, se non si riesce a mitigarlo riconoscendo che anche l’altro è portatore del medesimo diritto e della medesima aspirazione.

Forse la violenza che circola tra noi è solo l’epifenomeno di qualcosa di più profondo e radicale. Va certo combattuta e censurata ma occorre pure fare lo sforzo per individuare le cause e depotenziare le sorgenti di questa pulsione malata. Forse occorre tornare a promuovere una cultura dell’incontro, che vede nell’altro un valore e un bene indisponibile ed inalienabile; forse è necessario sostenere e favorire tutte quelle esperienza che ci mettono di fronte al volto dell’altro, alla sua destabilizzante e feconda diversità, esperienze che ci parlano di dialogo, condivisione, confronto, partecipazione, ascolto, solidarietà ed empatia; forse occorre ricominciare, soprattutto con le nuove generazioni, a risillabare l’ABC dell’umano, a pronunciare quelle parole semplici ed elementari che esprimono, in modo unico e prezioso, la nostra dignità ed il nostro valore.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Maggio di LodiVecchioMese

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