granai pieni

Non trovate che il protagonista della piccola parabola di Luca di ieri assomigli in modo straordinario a ciascuno di noi? A me, a te, ma potremmo dire all’uomo di oggi e a tutti coloro che calpestano la terra d’occidente in questo periodo di post-modernità…

Anche noi, come quel ricco agricoltore, abbiamo granai pieni ed un raccolto che non sappiamo più dove stipare. La stagione è stata benigna e ha donato molti beni, in una quantità tale che i nostri magazzini non sanno più contenerli. Anche i nostri forzieri, oggi come allora, sono stracolmi di soldi, beni e valori, tanto che alcuni uomini hanno accumulato una ricchezza che servirebbero mille vite per spenderla. Siamo onesti: anche noi “poveri cristi” non ce la passiamo male. A ben vedere non ci manca nulla (ovviamente parlo in generale) e viviamo in uno stato complessivo di benessere.

Proprio come l’uomo della parabola, la nostra preoccupazione è accumulare, conservare, riempirci di cose che ci possano garantire un futuro sereno e tranquillo. È il godimento che cerchiamo: quel bisogno di possedere cose perché esse ci assicurino futuro e pace.

Accade però che tutta questa ricchezza, come un virus morboso, infetta la nostra vita ed instilla germi maligni nel nostro cuore. È quando succede anche al ricco agricoltore della storiella Lucana. Sono molte le infezioni che ammorbano il suo animo: magari un po’ di avarizia, di autoreferenzialità, di insensibilità e di egoismo, di autosufficienza e di indifferenza verso gli altri. Ma ce n’è un altro assai più pericoloso e dannoso, il medesimo che minaccia anche le nostre coscienze bulimiche e mai sazie: è il tarlo della sterilità.

Nel piccolo, anche se apparentemente ricco, mondo dell’uomo esiste solo lui, il suo piacere ed appagamento. Non c’è traccia di alcuna alterità: nessun volto con cui entrare in relazione né mani con cui condividere. Nulla! Il suo è un mondo isolato, narcisisticamente ripiegato su se stesso, senza slanci né legami, senza passioni né comp-passioni.

Badate, è proprio quello che Dio gli rimprovera, quando si presenta per richiedergli la vita: “E quello che hai preparato, di chi sarà?” Potremmo parafrasare: PER chi sarà? Nel cuore rinsecchito dell’uomo non esistono eredi, naturali o legali, a cui consegnare i suoi beni. L’uomo (quello del Vangelo, ma anche quello del 2019) è sterile perché incapace di essere generativo, vitale ed estroflesso. “La mia ricchezza basta solo per me!” pensa lo sterile… La condivisione è per lui un gesto insensato, perché ai suoi occhi la ricchezza condivisa è sprecata, dissipata o buttata via… “Questa ricchezza non basta per me, non posso condividerla con altri…”

È generativo (dal punto di vista biologico, affettivo, relazionale, materiale, spirituale…) non solo chi è consapevole della ricchezza che possiede (la miseria non è mai generativa…) ma chi sa che quella abbondanza si moltiplica condividendola. È generativo chi sa creare spazio, nel proprio portafoglio e nel proprio cuore, perché è convinto che quello spazio condiviso non è sottratto, ma amplificato, valorizzato e potenziato.

Ogni ricchezza che possediamo (i soldi, gli affetti, i figli, gli amici, i saperi, i talenti…) non ammuffisce solo se entra nella logica del dono. Essa fruttifica se non resta ferma come l’acqua di un malsano acquitrino, ma diventa acqua corrente, capace di portare vita là dove arriva.

Il ricco agricoltore non è “maledetto” perché è ricco o felice, o perché possiede beni o perché pensa di divertirsi e di godere. E nemmeno perché è abile di trafficare i talenti e i beni che possiede. No! Il ricco non centra l’obiettivo perché, nella sua sterilità, è inetto ad uscire da sé stesso, non sa tollerare quel pensiero, perturbante ma straordinariamente vitale, che l’idea di avere un erede, qualcuno a cui destinare ciò che abbiamo faticosamente guadagnato e costruito.

Quell’uomo non solo non si riconosce figlio (rimuovendo dalla sua vita il pensiero di un Padre) ma non riconosce alcun figlio. Teme che un figlio potrebbe portargli via tutti suoi beni. Non comprende che suo figlio in realtà potrebbe donargli l’unica cosa di cui ha davvero bisogno.

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