siamo diventati razzisti?

Siamo diventati un paese razzista? Sta nuovamente attecchendo nel nostro tessuto sociale il virus dell’odio, della discriminazione e dell’esclusione? Difficile rispondere a questa domanda… soprattutto perché molto dipende dal significato che diamo ai termini. Le parole spesso chiariscono, talvolta invece confondono.

Se la domanda sottende la denuncia del pericolo di un ritorno del Fascismo, così come esso è accaduto nel primo ventennio del secolo scorso, allora penso (ma questo è un mio parere) che il responso sia negativo. Occorre fare attenzione alla risposta che diamo perché si rischia di confondere la malattia con il sintomo o, se preferite, con l’epifenomeno. Il fascismo ha tradotto l’ideologia della razza in una forma storica ben definita e riconoscibile, temporalmente e culturalmente collocata. Certo questa specifica declinazione non è né la sola possibile né l’unica che la storia abbia conosciuto.

Chiedersi quindi se siamo diventati un popolo razzista non significa evocare il ritorno di antichi fantasmi  ma interrogarsi sul fatto se quell’antico virus sia capace di contagiare il nostro corpo sociale in modo nuovo ed inatteso. Magari non ci saranno più la febbre alta e le macchie sulla pelle; magari i sintomi saranno di natura muscolare o neurologica. Tutto questo è in qualche modo secondario se la causa del male resta la stessa.

Allora, come capire se le nostre membra sono sane o ammorbate? Come “prendere la temperatura” ad una comunità sociale così complessa ed articolata? Magari mi sbaglio, ma penso che, come spesso accade, il diavolo si annidi nei dettagli. Intendo dire che per capire come stiamo, al di là dei fenomeni eclatanti che giungono sulle pagine di cronaca, occorra fare attenzione alle cose più minute e forse feriali. Proprio come facevano le nostre nonne, che misuravano la salute dei figli osservando cose da poco, come l’appetito a tavola, la vivacità degli occhi o il pallore del viso. Più che l’aggressione violenta raccontata sui giornali o gli striscioni aggressivi esposti allo stadio, potremmo forse prestare attenzione ad atteggiamenti e gesti più feriali e comuni, meno evidenti e dirompenti. Mi riferisco ad esempio a quello sguardo insofferente che compare quando un ragazzo di colore sale sul treno, solo a motivo del colore della sua pelle; o a quel ghigno indispettito per la mamma extracomunitaria che ci precede, con i suoi figli, in coda alla cassa del supermercato; o a quella battuta detta a denti stretti verso lo straniero di turno, incontrato per caso; o ancora a quel nostro modo di parlare che, sotto la superficie delle buone maniere e del buon senso, insinua una logica noi-loro, i nostri-gli altri e avvalla slogan apparentemente innocui e sensati come “prima noi”, “prima il nostro paese”, “prima la nostra comunità” o “prima i nostri poveri”.

Nutro il sospetto che proprio questa “cultura spiccia”, queste cose da niente, siano il terreno su cui attecchisce e si sviluppa il germe del razzismo; il virus del male prospera in quella terra grigia fatta di piccoli egoismi mai dichiarati, di minuscole intolleranze quotidiane, di impercettibili discriminazioni, di cattiverie gratuite, di piccolissimi sgarbi talmente invisibili da non essere colti da nessuno.

La pianta può morire tutta d’un tratto, a causa di un fulmine o di una scossa di terremoto; ma essa può seccare anche un poco alla volta, giorno dopo giorno, quando il terreno è saturo di tossine e sostanze velenose, e quando le radici non sono più in grado di assorbire il nutrimento necessario alla vita.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di novembre di LodiVecchioMese

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