ferite da curare

Quante ferite ciascuno di noi si porta dentro! Più passa il tempo più le cicatrici segnano il nostro viso ed il nostro corpo, come uno scultore fa con la sua opera d’arte. È un destino ineludibile questo: vivere significa esporsi continuamente ai “colpi” del dolore e della sofferenza, colpi così intesi e violenti che lasciano il segno, che rimangono anche quando smettono di sanguinare.

Chi non corre il rischio delle ferite non gusta la bellezza e la profondità della vita perché l’esistenza, quando è “vera” ed autentica, lascia sempre una traccia dietro di sé, un’orma più o meno profonda nella carne, un testimonianza corporea del suo passaggio.

Sicché ciascuno si ritrova spesso a dover fare i conti con le proprie zone sanguinanti, con quelle parti della propria esistenza che dolorano e disturbano. Talvolta sono dolori evidenti e alla luce del sole; altre volte sono sofferenze più intime e celate, che nessuno, se non gli amici veri, sanno intravedere e compatire. Non manca poi che queste ferite esistenziali ci impegnino in esigenti e stremanti cammini di guarigione che costano tempo, fatica e molto impegno. C’è gente a cui serve una vita intera (e spesso addirittura non basta) per fare pace con eventi del passato, così tragicamente dolorosi da lasciare cicatrici che non smettono di sanguinare.

Non appaia allora fuori luogo che anche il profeta Isaia, nella lettura di oggi, si interessi a questa dimensione di limite e sofferenza che ci abita: chi si interessa dell’uomo e del suo destino non può ignorare una parte così essenziale ed onerosa.

Stupisce invece (per lo meno a me ha fatto questo effetto) la strategia terapeutica che l’uomo di Dio suggerisce per curare questi accidenti:  «Non consiste forse il digiuno che voglio  nel dividere il pane con l’affamato,  nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,  nel vestire uno che vedi nudo,  senza trascurare i tuoi parenti?  Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto».

È curioso perché l’invito rivolto all’uomo ferito pare essere quello di occuparsi delle ferite degli altri. A dispetto di approcci intimistici o tesi ad investigare il profondo dell’animo, Isaia offre come strategia quella di de-centrarsi da sé per fare spazio all’altro, in particolare a colui che è sofferente e indigente. È solo grazie a questo “disinteresse” per le proprie ferite che esse “magicamente” potranno guarire… è occupandosi della carne dell’altro che la nostra ritrova un suo processo di guarigione. Singolare, no?

Forse c’è una sola ragione per cui tutto questo è possibile, al di là di giustificazione magiche o spiritualiste. Ed è quella che riconosce che siamo tutti una medesima Carne e che nella carne sofferente del fratello ritroviamo, misteriosamente, il medesimo patire che ci affligge.

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