il dovere della speranza

Non è facile trovare in questi giorni qualche segno di speranza che ci sproni ad andare avanti e non demordere. Questa sera ha il volto stanco e la voce gentile della la sig.ra Paola Battanolli, caposala del reparto di rianimazione dell’ospedale di Padova. Si presenta di fronte ai microfoni della RAI con la classica mascherina e il camice blu da terapia intensiva. È una di quelle donne al fronte che combattono in prima linea il virus che avanza con passione e determinazione, senza risparmiarsi.

Racconta, come se fosse una cosa ovvia per chi fa il suo lavoro, che nel suo reparto “nessuno fa più turni” e, che, per quanta riguarda lei – dopo non so quante ore di lavoro ininterrotto – “andrà a casa quando avrà finito le priorità”. Non è certo l’unica, giacché è in compagnia di tutta la categoria medica che in queste settimana sta facendo una lavoro eroico. Eppure fa bene ricordare il nome ed il cognome di questo angelo del nostri tempi, stamparsi nella memoria il viso dolce dietro la mascherina e l’energica determinazione dietro l’aspetto di una persona comune.

Forse se la comunità nazionale ancora sa “tenere botta” a questo dramma del terzo millennio, è solo merito di questi anonimi eroi in camice azzurro, che, con responsabilità, senso del dovere e professionalità, non arretrano di un millimetro sulla linea del fronte e non concedono un metro all’avanzata del nemico.

Le parole della sig.ra Paola e l’esempio di tanti altri mi inducono a pensare che forse ci è concesso il diritto di scoraggiarci ma non di arrenderci, di cadere ma non di rinunciare, di inciampare ma non di capitolare

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