la vita al tempo del coronavirus/11

*** TENACIA ***

Per parlare oggi della tenacia al tempo del coronavirus lascio la parola a Chiara e alla sua straordinaria marmellata di fichi. Buona lettura!

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L’estate scorsa ho tappato tanti vasetti di marmellata di albicocche, ma uno solo di marmellata di fichi. Adoro i fichi, ma ancor di più la marmellata di fichi.

La nostra pianta di albicocche ha prodotto una quantità straordinaria di frutti e io ho prodotto una quantità di conserve da soddisfar la gola per qualche anno. Anche la piccola pianta di fichi castigata in un angolo dietro il cancello della casa di mio papà ci ha regalato cestini di dolcezza fino a ottobre, ma andavano via come il pane e solo una volta ho dovuto metterli in pentola per salvarli dal deterioramento. Povera piantina bistrattata. Qualche anno fa mio papà l’aveva tagliata raso terra, ma in primavera aveva “sputato” fuori qualche rametto. L’anno scorso l’avevo sottoposta a una potatura tanto drastica quanto casuale.

Eppure non ha mai lesinato in generosità. Custodivo questo vasetto per il momento giusto, senza riuscire a prevederne la cornice, il contesto, i sentimenti. Lo so che siamo in quaresima e la gola andrebbe mortificata. So anche che il sacrificio che ci è richiesto in questo tempo non è nemmeno paragonabile ad altri imposti dalla storia passata, ma un nemico invisibile e inconsapevole ci sbatte in faccia le nostre fragilità e fa vacillare certezze e riferimenti dandoci in pasto alla precarietà.

Ecco, ho deciso che il momento giusto è adesso. Mi è chiaro, per esperienza, che l’incertezza, la paura e lo sconforto generano un vuoto che reclama di essere colmato, un vuoto che spesso, aimè, confondo con la fame e consolo con gli zuccheri. Eppure mi ostino a dare un significato alle cose. E a quest’unico vasetto, che celavo in dispensa per un’occasione speciale, voglio attribuire la tenacia della natura che risorge anche quando non te l’aspetti. La speranza della resilienza che fa spuntare rametti storti da un tronco tranciato, che sa restituire frutti a chi l’ha ferito.

E, niente, mi spiace, come dicevo è solo uno. (Chiara Vittaloni)

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