la vita al tempo del coronavirus/16

*** UFO ***

Che lo sport vivesse in una dimensione parallela a quella di noi comuni mortali era fatto noto a tutti da tempo. Bastava vedere i compensi dei campioni sportivi e i loro ricchissimi emolumenti per rendersi conto che costoro abitavano una realtà altra rispetto a quella di noi comuni cittadini. Anche l’alone quasi mitico che accompagna ogni loro uscita pubblica o dichiarazione li rende quasi personaggi celestiali, dei discesi dall’olimpo per divertire noi misero popolino. Non si spiegherebbe diversamente l’attenzione maniacale di cui essi godono, la capacità di muovere ingenti somme di denaro insieme ai gusti e alle preferenze di milioni di appassionati.

Eppure, ciò detto, lo spettacolo indecoroso a cui abbiamo assistito al sorgere dell’epidemia penso abbia davvero superato ogni ragionevole misura, tanto da collocarsi nell’ambito della moderna psicopatologia delle società moderne.

Mi riferisco al dibattito surreale sulla continuazione o meno del campionato di calcio, come se fosse una delle questioni emergenziali dei nostri giorni. Per non parlare (questione più recente questa, e per di più sorta quando i morti per coronavirus si contavano a centinaia…) della possibile riduzione dello stipendio dei calciatori: badate, parliamo di “lavoratori” che guadagnano quanto meno cento volte più di un comune operaio e che dubito che soffriranno per il taglio del salario.

Dulcis in fundo leggiamo sui giornali del dibattito davvero surreale sulla data delle olimpiadi e del timore da parte dei CIO di “tradire” (!?) il sogno olimpico di migliaia di atleti. Ora: o riteniamo che gli atleti abbiano la maturità di un bambino di due anni che fa i capricci quando gli si toglie il giocattolo, oppure spero che quando questi brillanti atleti accendono il televisore e vedono la situazione drammatica di crisi, magari riescono a farsi una ragione sul perché un evento che mobilita milioni di persone forse non è bene celebrarlo proprio questa estate.

Chissà che la pandemia porti tutti ad un senso più equilibrato della realtà ed ad una maggiore connessione con la “normalità” dell’esistenza.

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