la Madre ed il Figlio

Ricordando i cinquecento anni della morte di Raffaello un caro amico mi ha mandato uno straordinario dipinto dell’artista, denominato la “Pala Baglioni”. Si tratta di un’opera a olio su tavola, datato 1507 e custodita nella galleria Borghese a Roma. È uno dei tanti e meravigliosi dipinti di Raffaello, uno di quelli che ti sequestrano lo sguardo e ti coinvolgono in un corpo a corpo da cui è davvero difficile divincolarsi.

È tale la ricchezza e la sobria abbondanza del quadro che gli occhi si muovono bramosi da un punto all’altro, come desiderosi di non perdere neanche un piccolo dettaglio di quella bellissima composizione. I corpi, le membra, le vesti e i volti, il paesaggio e le calzature, il terreno e la forza dei gesti, le ombre e le luci: ogni cosa ti rapisce ed affascina e sa trasportarti dentro l’evento che in quell’immagine si celebra.

C’è una morte al centro di questo quadro: un cadavere viene trasportato dal luogo dell’uccisione a quello della sepoltura. Le altre figure ruotano attorno a quell’uomo senza vita, che, anche se ormai esanime, sa ancora muovere i cuori e le menti, anche in quell’ultimo e pietoso atto dell’inumazione.

Ma c’è una seconda scena di morte nel dipinto: è quella, forse un po’ più nascosta ma sicuramente non meno intesa, della madre del defunto. Anch’essa pare caduta in uno stato inanimato, consolata e sorretta da tre donne che la assistono. Maria, ancora viva, pare essere precipitata in un dolore senza vita, una sofferenza che “toglie il respiro” e che scuote mortalmente il cuore.

Questo bel quadro di Raffaello mi ha ricordato che in fondo la morte non è mai un fatto “solitario” ed isolato. La morte possiede sempre questa dimensione interpersonale, esattamente come la vita. Non si muore mai da solo, ma c’è sempre qualcuno che “muore con noi”: un caro, una familiare, un figlio, un compagno o un amico. Anche se non fisicamente presenti, come nel dipinto di oggi, c’è un “qualcuno” che patisce la morte di un altro come fosse la propria.

Così come non siamo venuti al mondo da soli, così anche nella morte costatiamo questo intimo legame che ci unisce agli altri.

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