Parola e parole

grande silenzio

L’immagine: Gaetano Previati, Il lavacro dell’umanità – Collezione Banco Popolare (NO)

Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme” recita un’antica omelia sul sabato santo.

È il silenzio del Sabato prima della resurrezione, un silenzio abitato dall’attesa, dal fremito incontenibile della Vita, dalla speranza per ciò che accadrà, dalla nostalgia della Pienezza e della Gioia. È il silenzio la nota che accompagna questo momento di quiete, di apparente immobilismo, di fissità innaturale. L’autore della vita dorme, come prigioniero del gelo della morte, alla stregua di molti altri uomini in questo tempo di sofferenze e di malattia.

Quanto questo sabato santo parla al tempo di silenzio e di morte che stiamo tutti attraversando! Quanto quell’attesa, allo stesso tempo incerta e fiduciosa, è capace di interpretare anche l’attesa che abita oggi i nostri cuori, che alberga nei nostri sentimenti e turba i nostri sogni!

Anche a noi oggi è chiesto di attraversare questo sabato santo della vita con lo sguardo fisso sull’orizzonte, per scorgere la prima luce dell’aurora. Anche a noi è chiesto di vigilare con fortezza e temperanza, nella fiducia che il silenzio che oggi adombra tutta la terra non sia la condanna del futuro ma il grembo che genera nuova vita. Anche a noi è chiesto di custodire il silenzio come quel salutare lavacro capace di rigenerare le nostre vite fragili e stanche.

Oggi c’è silenzio sulla terra. Un silenzio greve e profondo. Un silenzio che tra non molto sarà squarciato dall’alleluja pasquale.

Parola e parole

fino alla fine

La giornata di oggi parla di amore o meglio della misura dell’amore, della sua profondità, di quanto oltre sia capace di spingersi, di dove riesca ad arrivare.

Racconta di un amore “fino alla fine”: è questo il termine che Giovanni utilizza per presentare quel gesto tanto umile quando disorientate come può essere il lavare i piedi ad un altro.  Gesto servile, al limite dell’umiliazione; atto di riduzione, di annientamento, di abbassamento. Quel ripiegamento è la cifra di un amore “fino alla fine”, quel atto di “igiene” del corpo è il segno di una dedizione senza risparmio, senza limite, senza misura.

Quel “fino alla fine” è certo la testimonianza di una fedeltà onorata, di un impegno rispettato, di una decisione riconfermata. “Fino alla fine” dice che c’era un “prima” che va “oltre”, che giunge ad un punto di non ritorno; un scelta che non prevede vie di fuga o ripensamenti. L’espressione allude al termine di un percorso, alla fine del viaggio, al raggiungimento della meta.

Ma in quel “fino alla fine” non si va solo a fine corsa ma nella profondità della terra. È “fino alla fine” perché è compimento di un amore, dono inesigibile, largizione estrema ed ineffabile. “Fino alla fine” racconta di un “oltre” non solo nelle logica del tempo ma anche in quella dell’abisso dello spazio.

Forse quel “fino alla fine” è non solo la misura di un amore divino ma anche il termometro dell’amore umano: ogni amore, degno di questo nome, è nell’ordine della fedeltà, del per-sempre, dell’una-volta-per-tutte; eppure esso è pure appello ad un tutto da consegnare, ad una vita da regalare, ad un legame che non conosce misura.

Affetti e Legami

la Madre ed il Figlio

Ricordando i cinquecento anni della morte di Raffaello un caro amico mi ha mandato uno straordinario dipinto dell’artista, denominato la “Pala Baglioni”. Si tratta di un’opera a olio su tavola, datato 1507 e custodita nella galleria Borghese a Roma. È uno dei tanti e meravigliosi dipinti di Raffaello, uno di quelli che ti sequestrano lo sguardo e ti coinvolgono in un corpo a corpo da cui è davvero difficile divincolarsi.

È tale la ricchezza e la sobria abbondanza del quadro che gli occhi si muovono bramosi da un punto all’altro, come desiderosi di non perdere neanche un piccolo dettaglio di quella bellissima composizione. I corpi, le membra, le vesti e i volti, il paesaggio e le calzature, il terreno e la forza dei gesti, le ombre e le luci: ogni cosa ti rapisce ed affascina e sa trasportarti dentro l’evento che in quell’immagine si celebra.

C’è una morte al centro di questo quadro: un cadavere viene trasportato dal luogo dell’uccisione a quello della sepoltura. Le altre figure ruotano attorno a quell’uomo senza vita, che, anche se ormai esanime, sa ancora muovere i cuori e le menti, anche in quell’ultimo e pietoso atto dell’inumazione.

Ma c’è una seconda scena di morte nel dipinto: è quella, forse un po’ più nascosta ma sicuramente non meno intesa, della madre del defunto. Anch’essa pare caduta in uno stato inanimato, consolata e sorretta da tre donne che la assistono. Maria, ancora viva, pare essere precipitata in un dolore senza vita, una sofferenza che “toglie il respiro” e che scuote mortalmente il cuore.

Questo bel quadro di Raffaello mi ha ricordato che in fondo la morte non è mai un fatto “solitario” ed isolato. La morte possiede sempre questa dimensione interpersonale, esattamente come la vita. Non si muore mai da solo, ma c’è sempre qualcuno che “muore con noi”: un caro, una familiare, un figlio, un compagno o un amico. Anche se non fisicamente presenti, come nel dipinto di oggi, c’è un “qualcuno” che patisce la morte di un altro come fosse la propria.

Così come non siamo venuti al mondo da soli, così anche nella morte costatiamo questo intimo legame che ci unisce agli altri.

Parola e parole

la solitudine del dolore

L’immagine: Paolo Caravaggi, detto “il Morello”, Cristo porta la croce al Calvario, 1642, S. Maria Maddalena, Lodi

C’è tanta gente attorno a quell’uomo con la croce, vicino a quel condannato a morte che fatica a portare lo strumento della sua morte fino al vicino luogo della crocifissione.

C’è gente che urla, che suona, che grida, che piange. C’è rumore di zoccoli di cavalli, di bastoni che fendono l’aria, di corde che si stringono attorno al collo… c’è un gran fermento di umanità che accompagna quell’uomo provato ma dal volto deciso e paziente. Pare quasi che tutta Gerusalemme si sia raccolta attorno a quel disgraziato, a quel profeta sconfitto, a quel derelitto che dice di sé cose blasfeme.

Eppure vi è una solitudine radicale che abita questo quadro, come se le voci e le strilla del popolo fosse incapaci di capire quello che sta accadendo, di accedere al Mistero, al Kairos, a quell’attimo potente capace di ribaltare il corso della storia. Quell’uomo è solo, solo in mezzo a tanti, solo perché incompreso, solo perché la gente è tutta presa dall’imminente esecuzione cruenta ma indifferente alla sorta del prigioniero.

È la solitudine della morte, della malattia, dell’isolamento, del dolore che abita anche questi tempi difficili. In quell’uomo solo si condensano  le mille solitudini dell’umanità. Nel volto del Figlio, custodito teneramente dalla Veronica, ci sono i volti di tutti i figli che, in solitudine, affrontano la drammatica dell’esistenza.

Parole d'autore

la primavera non è una bugia

Quante cose siamo chiamati a reimparare in questi giorni! La vita è anche questo: trasformazioni, cicli di lutto, spogliamento fino alla nudità, curvature, rallentamenti, mutamenti che ci sorprendono e sconvolgono; e, non dimentichiamolo, la vita è anche l’orizzonte del nostro rifiorire.

Sì, la vita è questo appello, che può raggiungerci nelle forme più dolorose o paradossali, affinché la ascoltiamo meglio e la ascoltiamo fino in fondo come probabilmente non avevamo ancora fatto. Perché lei, la vita, è il suo parto interminabile, che è pure il nostro; è questo incessante plasmare l’incompiuto che la nostra gestazione, alla pari della gestazione del mondo, significa; è, in certi momenti, la disillusione di essere soltanto questo e, in altre occasioni, la stolta garanzia (e l’aggettivo “stolto”, per questa proposizione, fu san Paolo a inventarlo) che non può essere unicamente questo.

C’è quel proverbio, “fare buon viso a cattivo sorte”, che ha una connotazione, è vero, non sempre positiva, poiché può rappresentare una pratica di fuga dalla realtà, la difficoltà di confrontarsi faccia a faccia con i propri punti critici, rifugiandosi in una strategia di evitamento o di aggiramento dei problemi. In tal caso, suggerisco per il proverbio un senso che vada in un’altra linea: “fare buon viso” sta per sforzarsi serenamente di interpretare quanto sta avvenendo. Ogni apocalisse è una rivelazione. È questo, del resto, il senso del termine greco apokálypsis, che dobbiamo intendere (e razionalizzare) non come catastrofe enigmatica o castigo, bensì, letteralmente, come “togliere un velo”.

Se nel nostro presente storico il velo che occludeva la nostra visuale è stato rimosso in un modo così violento, che cosa, allora, noi vediamo? Credo che vengano allo scoperto tre cose.

La prima è quello che gli scienziati vanno ripetendo con insistenza, e cioè che il numero delle epidemie è cresciuto e crescerà, dal momento che i nostri modelli di sviluppo non tengono in considerazione l’equilibrio degli ecosistemi né il rispetto per la casa comune. La nostra missione è di pascere, non di sfruttare e possedere a qualsiasi costo. Abbiamo agito come se sul pianeta fossimo soli, dimenticando che con le altre creature noi condividiamo ambienti, potenzialità incredibili e… anche patologie e virus. Per questo una parola urgente che il XXI secolo deve approfondire è “connessione”. Nella profetica enciclica Laudato si’, papa Francesco per l’appunto lo ricorda: «Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola» (n. 117).

La seconda cosa è che, nel contesto di questo mondo globalizzato, i nostri stili di vita necessitano di conversione. Costruiamo società mosse dal dogma del profitto e dell’utilitarismo, che operano come mercati massificati che non dormono mai, e praticano un drammatico disinvestimento sull’umano (che è vittima frequente dell’esclusione, dell’indifferenza e dello scarto). È quello che papa Francesco dice e ridice fin dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium: «Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa» (n. 53).

La corsa che ci imponiamo è di produrre di più per consumare di più. E abbiamo così disimparato l’essenziale della vita. Ora, ci servono una nuova sapienza, dei modelli più integratori, visioni capaci di dialogare con l’interezza della personalità umana nelle sue diverse dimensioni. In queste settimane, per esempio, l’eroico impegno di tanti professionisti (a iniziare dal campo della salute, ma anche di tutti coloro che assicurano il funzionamento della società nell’emergenza), la solidarietà degli innumerevoli volontari, l’opera di tanti sacerdoti, religiosi e laici, e il senso di responsabilità che ci viene collettivamente richiesto è forse l’avvio di un tempo nuovo. Anche se, come scrisse Albert Camus, il bacillo della peste può arrivare e andarsene via senza che il cuore dell’uomo cambi.

La terza cosa è che non è sufficiente agire per la paura di morire o per il terrore che ne deriva. Dobbiamo piuttosto rilanciare la nostra alleanza con la vita. Abbiamo bisogno di scommesse di fiducia su questo dono incalcolabile e divino che la vita significa. Non cadiamo dunque nella trappola di gettare un generalizzato discredito sulla vita, sulle possibilità del presente o sui necessari discorsi sul futuro. Il peggio che ci possa accadere non è questo virus Covid-19, ma che esso, oltre a condizionare la nostra vita, allo stesso modo riduca drasticamente la nostra capacità di credere e dichiari inutili l’impegno ad amare e la passione di servire. Il peggio che ci possa accadere sarebbe aprire ogni mattina la finestra e pensare che l’azzurro del cielo è una finzione ingannevole, o che la primavera non è nulla più che una menzogna, dalla quale dobbiamo difenderci. C’è una verità nella bellezza del cuore dell’uomo, e in quella del cuore del mondo, che noi siamo chiamati a riconoscere e a ospitare.

José Tolentino de Mendonça su Avvenire del venerdì 3 aprile 2020

Parole di carta

uomini, fino in fondo

Forse aveva ragione papa Francesco quando diceva che non stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca. E temo che l’attuale pandemia non farà altro che accelerare questo processo di trasformazione e mutamento.

Quando l’emergenza si sarà un poco calmata e avremo un po’ più di lucidità per riflettere su quanto è accaduto, penso che ci verrà chiesto di valutare quanto il “tempo del coronavirus” abbia inciso sulle nostre esistenze, sia come individui sia come comunità umana e civile. Che lo si voglia o no, questo tempo, così complicato ed inedito per noi, sta segnando la nostra vita, lo stile della nostra convivenza, i valori che sono alla base della socialità e che ispirano il nostro cammino personale.

Penso, ad esempio, a livello politico: questo periodo ci sta facendo riscoprire il valore delle istituzioni come presidio di democrazia e di tutela del bene di tutti (quanta insofferenza si è vista negli ultimi anni a regole e procedure…), il valore e la centralità di uno stato sociale e di un sistema sanitario efficiente ed universale e l’importanza della competenza nell’amministrare la cosa pubblica (altro che “uno vale uno”…).

Oppure, a livello sociale, abbiamo tutti sperimentato quella dinamica d’interdipendenza che anima l’intero pianeta e come in fondo “tutto ci riguarda” perché tutto potrebbe arrivare nelle nostre case, oltrepassando muri e frontiere che ingenuamente pensavamo di erigere e tracciare; così come abbiamo provato tutti cosa si prova a “finire dalla parte sbagliata del muro”: pensavamo di poter tracciare confini, cullandoci nell’illusione di stare dalla parte “sicura” ma improvvisamente ci siamo trovati nella parte opposta e siamo diventati noi i “reietti” del pianeta.

Penso poi a livello culturale ed esistenziale quanto ci siamo tutti riscoperti fragili e deboli, esposti ad eventi che non possiamo controllare: inebriati dal mito della tecnica che ci illudeva di essere Signori del Cosmo, ci siamo ritrovati piccoli ed indifesi, vulnerabili e “limitati”, costretti a condividere con i nostri avi un senso radicale di precarietà dell’esistenza. E come, allo stesso tempo, ci siamo scoperti “comunità”, locale e nazionale, legati da vincoli di reciproca appartenenza e responsabilità. L’inno di Mameli, che così spesso risuona, non testimonia forse il senso di un “noi”, ritrovato e benedetto, e di comunità che è accomunata da un medesimo destino?

E tuttavia, in questa girandola di considerazioni, c’è un aspetto che mi ha particolarmente colpito e interessato. Nell’epoca del virtuale, dei contatti telematici, delle relazioni a distanza, delle connessioni remote, dei social come nuove piazze e luoghi di incontro, abbiamo tutti sperimentato il desiderio dei corpi, del legame fisico, carnale, concreto. Ci illudevamo di poter vivere nell’iper-spazio, in quel luogo in cui basta un “like” per essere felici ed una “richiesta di amicizia” per vivere sereni, ma improvvisamente ci siamo svegliati affamati di mani da toccare, di volti da accarezzare, di corpi da stringere e spalle da abbracciare. È avvenuto un miracolo: quello che auspica una riconciliazione del nostro corpo con lo spazio, quello che propizia una riappacificazione con la materialità delle cose, con il senso denso e pregnante che ha la realtà del mondo, la sua dura concretezza e la sua affidabile permanenza.

Speravamo di essere salvati dall’ “oltre-uomo” ma si siamo ritrovati aggrappati e felicemente custoditi dalla nostra umanità. Forse è un po’ questa la cifra sintetica di questo strano e doloroso momento: la possibilità che ci è offerta di riabbracciare, con consapevolezza nuova, la nostra umanità, di sentirci pienamente uomini. Fino in fondo, fino in cima.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di marzo di LodiVecchioMese