la primavera non è una bugia

Quante cose siamo chiamati a reimparare in questi giorni! La vita è anche questo: trasformazioni, cicli di lutto, spogliamento fino alla nudità, curvature, rallentamenti, mutamenti che ci sorprendono e sconvolgono; e, non dimentichiamolo, la vita è anche l’orizzonte del nostro rifiorire.

Sì, la vita è questo appello, che può raggiungerci nelle forme più dolorose o paradossali, affinché la ascoltiamo meglio e la ascoltiamo fino in fondo come probabilmente non avevamo ancora fatto. Perché lei, la vita, è il suo parto interminabile, che è pure il nostro; è questo incessante plasmare l’incompiuto che la nostra gestazione, alla pari della gestazione del mondo, significa; è, in certi momenti, la disillusione di essere soltanto questo e, in altre occasioni, la stolta garanzia (e l’aggettivo “stolto”, per questa proposizione, fu san Paolo a inventarlo) che non può essere unicamente questo.

C’è quel proverbio, “fare buon viso a cattivo sorte”, che ha una connotazione, è vero, non sempre positiva, poiché può rappresentare una pratica di fuga dalla realtà, la difficoltà di confrontarsi faccia a faccia con i propri punti critici, rifugiandosi in una strategia di evitamento o di aggiramento dei problemi. In tal caso, suggerisco per il proverbio un senso che vada in un’altra linea: “fare buon viso” sta per sforzarsi serenamente di interpretare quanto sta avvenendo. Ogni apocalisse è una rivelazione. È questo, del resto, il senso del termine greco apokálypsis, che dobbiamo intendere (e razionalizzare) non come catastrofe enigmatica o castigo, bensì, letteralmente, come “togliere un velo”.

Se nel nostro presente storico il velo che occludeva la nostra visuale è stato rimosso in un modo così violento, che cosa, allora, noi vediamo? Credo che vengano allo scoperto tre cose.

La prima è quello che gli scienziati vanno ripetendo con insistenza, e cioè che il numero delle epidemie è cresciuto e crescerà, dal momento che i nostri modelli di sviluppo non tengono in considerazione l’equilibrio degli ecosistemi né il rispetto per la casa comune. La nostra missione è di pascere, non di sfruttare e possedere a qualsiasi costo. Abbiamo agito come se sul pianeta fossimo soli, dimenticando che con le altre creature noi condividiamo ambienti, potenzialità incredibili e… anche patologie e virus. Per questo una parola urgente che il XXI secolo deve approfondire è “connessione”. Nella profetica enciclica Laudato si’, papa Francesco per l’appunto lo ricorda: «Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola» (n. 117).

La seconda cosa è che, nel contesto di questo mondo globalizzato, i nostri stili di vita necessitano di conversione. Costruiamo società mosse dal dogma del profitto e dell’utilitarismo, che operano come mercati massificati che non dormono mai, e praticano un drammatico disinvestimento sull’umano (che è vittima frequente dell’esclusione, dell’indifferenza e dello scarto). È quello che papa Francesco dice e ridice fin dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium: «Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa» (n. 53).

La corsa che ci imponiamo è di produrre di più per consumare di più. E abbiamo così disimparato l’essenziale della vita. Ora, ci servono una nuova sapienza, dei modelli più integratori, visioni capaci di dialogare con l’interezza della personalità umana nelle sue diverse dimensioni. In queste settimane, per esempio, l’eroico impegno di tanti professionisti (a iniziare dal campo della salute, ma anche di tutti coloro che assicurano il funzionamento della società nell’emergenza), la solidarietà degli innumerevoli volontari, l’opera di tanti sacerdoti, religiosi e laici, e il senso di responsabilità che ci viene collettivamente richiesto è forse l’avvio di un tempo nuovo. Anche se, come scrisse Albert Camus, il bacillo della peste può arrivare e andarsene via senza che il cuore dell’uomo cambi.

La terza cosa è che non è sufficiente agire per la paura di morire o per il terrore che ne deriva. Dobbiamo piuttosto rilanciare la nostra alleanza con la vita. Abbiamo bisogno di scommesse di fiducia su questo dono incalcolabile e divino che la vita significa. Non cadiamo dunque nella trappola di gettare un generalizzato discredito sulla vita, sulle possibilità del presente o sui necessari discorsi sul futuro. Il peggio che ci possa accadere non è questo virus Covid-19, ma che esso, oltre a condizionare la nostra vita, allo stesso modo riduca drasticamente la nostra capacità di credere e dichiari inutili l’impegno ad amare e la passione di servire. Il peggio che ci possa accadere sarebbe aprire ogni mattina la finestra e pensare che l’azzurro del cielo è una finzione ingannevole, o che la primavera non è nulla più che una menzogna, dalla quale dobbiamo difenderci. C’è una verità nella bellezza del cuore dell’uomo, e in quella del cuore del mondo, che noi siamo chiamati a riconoscere e a ospitare.

José Tolentino de Mendonça su Avvenire del venerdì 3 aprile 2020

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