Storia e Tempi

una repubblica fondata sul lavoro

Il primo articolo della nostra costituzione sancisce solennemente che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Non è un orpello inutile quella sottolineatura, posta dopo la virgola, sull’elemento fondante la repubblica, ossia “il lavoro”. Se la prima parte della frase sottolinea la forma costituzionale del nostro stato (la repubblica) e la fonte della sovranità (il popolo), il riferimento alla dimensione del lavoro mette in evidenza il modo ordinario con cui ciascuno cittadino può contribuire alla vita della repubblica.

La nostra repubblica non si fonda sul capitale, sul mercato, sulla finanza, sulla proprietà terriera o finanziaria, su rendite o sui privilegi, né tanto meno su classi nobiliari o aristocratiche. La repubblica si fonda sul lavoro, nella sua dimensione più popolare ed democratica, come fatto emergente della persona umana, come sua dimensione costitutiva ed imprescindibile. Come a dire: “Vuoi contribuire al bene della comunità nazionale? Compi bene il tuo lavoro, con professionalità e correttezza, passione e lealtà.”

Se il lavoro è davvero alla base della nostra repubblica, allora ogni uomo che lavora, indipendentemente dalla sua mansione e posizione, contribuisce alla sua crescita e alla sua prosperità. Non importa che tu sia un insegnante o un operaio, un imprenditore o un sindacalista, uno spazzino o uno scienziato, un sarto o un idraulico, un poliziotto o un autista: qualunque sia la tua occupazione, per lo stesso  fatto che tu lavori tu stai contribuendo alla vita della repubblica.

Vi è dietro questo principio un chiaro riferimento a valori solidaristici e socialisti: l’enfasi del lavoro appartiene al linguaggio e ai principi della tradizione operaia, nelle sue molteplici matrici. Ma vi è pure implicato una chiara allusione ad una visione personalistica dell’essere umano: il lavoro è assai più di un impiego, molto più di un fatto puramente economico e sociale. Lavorare non è solo produrre beni materiali o guadagnare uno stipendio.

Il lavoro è anzitutto un’esperienza pienamente umana, fatta di mani, di intelligenza, di ingegno , capacità, passione, professionalità, progetti e realizzazione personale. Il lavoro è ciò che consente ad un uomo di esprimere pienamente se stesso e in tal modo contribuire in modo efficace al bene comune.

Quando il lavoro manca, non si inceppa solo la macchina della produzione e dei consumi, ma si preclude ad una persona un percorso di compimento personale e di cooperazione al bene di tutti.

Parole di carta

salute, bene comune

Ci servirà tempo – molto tempo – per capire esattamente cosa sta accadendo e per comprendere in che modo adattare il nostro stile di vita, le nostre abitudini, le nostre strategie personali e collettive alla nuova situazione. Occorreranno grande fatica e pazienza per riuscire a mettere a fuoco, anche solo parzialmente, lo tsunami che ha colpito l’occidente tutto, quell’onda che, nel giro di poche settimane, ha spazzato via abitudini e consuetudini costruite nel tempo, in decenni di crescita sociale, economica e culturale.

E penso che ci servirà pure molto tempo per “poter digerire” questa esperienza, per poterla metabolizzare e comprendere come ci abbia cambiato e in quale direzione stia influenzando e condizionando il nostro futuro. Uno shock così intenso e profondo ha scosso tutti alle fondamenta con una tale profondità che non sarà né facile né scontato abitare il domani con serenità e tranquillità.

Forse oggi è un po’ prematuro tentare quest’opera di discernimento ed abbozzare valutazioni che necessariamente rischiano di essere parziali, dal momento che non siamo ancora fuori da tunnel. Eppure penso che valga la pena iniziare ad azzardare qualche idea, a lanciare qualche provocazione, a smuovere gli animi, perché il lavoro da fare è tanto e non voglia Dio che il futuro ci trovi impreparati e il domani giunga come un ladro nel cuore della notte.

Vorrei qui porre l’attenzione su un aspetto tra i tanti che si potrebbero (e che si dovranno) toccare: quello della salute, che è, con tutta evidenza, la sfida principale che oggi ci troviamo a combattere. È, infatti, quella che richiede una risposta non solo tattica, ma anche strategica, non solo nell’ottica di una risposta all’emergenza ma anche come prospettiva di intervento a lungo periodo.

L’epidemia cui stiamo tutti assistendo ci ha confermato, qualora qualcuno ancora nutrisse qualche dubbio, che la salute è un bene comune e che, come tale, va promosso e tutelato. In nessuna società – soprattutto nella nostra così interconnessa e globalizzata – la salute di una persona può prescindere dalla salute degli altri. Essa, al pari dell’acqua, della terra, dell’aria, non è solo un bene personale, ma possiede un’intrinseca dimensione pubblica, sociale, comune. La “mia” salute è un bene collettivo e che riguarda la vita di tutti, giacché la sua incuria minaccia la serena e pacifica esistenza degli altri membri della medesima comunità. Un po’ come avviene in una famiglia: quando un membro sta male, anche tutti gli altri ne sono, più o meno, colpiti, se non a livello medico, quanto meno a livello psicologico, di convivenza e di serenità. Allo stesso modo la salute – la salute di ciascuno – appartiene come un bene a tutti e solo quando a tutti sono assicurati dei livelli accettabili di cura, una comunità può vivere serena ed in pace.

La salute – bene comune – trova la sua tutela e protezione attraverso un sistema sanitario pubblico ed universale. Penso che la creazione di sistemi sanitari pubblici sia stata una delle grandi conquiste del “Welfare State” europeo. È grazie ad un sistema davvero universale e di libero accesso che è possibile garantire le cure, soprattutto in una situazione di emergenza come quella che stiamo attraversando. Solo nella misura in cui le “cure sanitarie” non sono un “prodotto” da acquistare o da vendere, è possibile assicurare assistenza ad ogni uomo, indipendentemente dal suo tenore di vita, dal suo reddito, dalla sua cultura, appartenenza sociale o etnica. Modelli alternativi – come quello statunitense basato su un sistema di stampo assicurativo – stanno manifestando tutti i loro limiti: non solo sul piano etico-morale (sono note le linee guida di alcuni stati americani, i quali scoraggiano l’intubazione a persone con disabilità fisica e mentale) ma anche su quello dell’efficacia della tutela sanitaria.

Parlare di un sistema “pubblico” non significa riferirsi necessariamente ad un sistema “statale”: le due cose non coincidono affatto. Un sistema pubblico si struttura anche grazie al contributo ed al sostegno dell’impresa privata, in un modello di integrazione e collaborazione che non fa però del profitto il primario obiettivo da raggiungere.

Il punto qui è quello di interrogarsi se il sistema capitalistico, di cui in questi anni abbiamo assistito ad una acritica celebrazione, sia davvero in grado di garantire quell’humus socio-economico nel quale non solo si persegue la crescita del profitto, ma anche la promozione della persona umana. Scriveva il Professor Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: “La lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. Fino a qualche tempo fa c’era chi ancora inneggiava al neoliberismo. O chi confondeva il globalismo con la globalizzazione, quando naturalmente si tratta di cose molte diverse. È sempre il vecchio concetto caro ad Adam Smith, secondo cui la marea quando si alza solleva tanto le imbarcazioni grandi quanto quelle piccole, la teoria secondo la quale in economia c’è sempre una mano invisibile che aggiusta  tutte le cose. (…)” La storia anche recente ha testimoniato che le cose non vanno proprio così. “Bisogna distinguere – aggiunge Zamagni – sempre fra capitalismo ed economia di mercato. Dire che bisogna accettare il primo per salvare il secondo è una grande falsità.”

Forse il tema della sanità pubblica ed universale è strettamente connesso con quello del modello di sviluppo economico che ogni società decide di adottare: in fondo il sistema sanitario e la rete di protezione della salute di tutti sono solo una rotella di un più complesso ingranaggio, che attiene al funzionamento complessivo della nostra società e della nostre economie.

Mi chiedo allora se questa crisi sanitaria non ci stia spingendo a riportare in superficie una vecchia  – e forse logora  – domanda su quale modello di sviluppo assicurerà al meglio il nostro futuro e la nostra felicità. A dire il vero, è un interrogativo che ha accompagnato la riflessione di molte generazioni nel passato ma che è uscito un po’ dall’agenda della politica attuale. Il nostro tempo di consumismo ed edonismo spinto ha un po’ rimosso questa domanda dal dibattito pubblico, relegandola nello spazio delle utopie e delle ideologie. Forse è venuto il tempo di riprendere in mano la questione e di confrontarci insieme, anche alla luce di quello che sta accadendo, su come immaginiamo la società del domani, affinché sia capace non solo di garantirci il giusto profitto, ma anche la sicurezza sociale e la tutela della salute.

Credo che sia venuto il tempo di mettere questo tema ai primi posti della nostra agenda politica: se non per un vago interesse filosofico o culturale, quanto meno per una semplice necessità di sopravviveva.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di aprile di LodiVecchioMese

 

Parole d'autore

“non ne avevamo bisogno”

Confesso che il comunicato della CEI in risposta al decreto del Presidente del Consiglio sull’inizio della fase due mi ha lasciato piuttosto perplesso, e per varie ragioni. Stavo cercando di raccogliere un po’ le idee quando mi sono imbattuto in questo post di  don Cristiano Mauri sul suo sito internet http://www.labottegadelvasaio.net. Ho trovato qui espresso esattamente il mio punto di vista. Buona Lettura!

***

Quattro premesse.

Primo. Ho apprezzato la posizione di responsabilità della CEI di queste settimane: rispettare le indicazioni pur facendo presente i disagi.

Secondo. Posso avere mille considerazioni personali sulle scelte del governo, ma non ho gli elementi né le competenze per valutarle tecnicamente. Se il CTS dice che vede pericoli mi fido, come mi fiderò quando dirà di non vederne più.

Terzo. La storiella del governo dalla gestione perfetta ed esemplare dell’emergenza, però, la lasciamo alla propaganda.

Quarto. Alla fine, comunicato CEI e replica a stretto giro del governo viene il sospetto siano concordate. Ma tant’è.

Queste le mie considerazioni.

Azione pastorale.
Nel testo della CEI si parla di «riprendere l’azione pastorale». È un’espressione fuorviante e non corrispondente alla realtà.

L’azione pastorale non si è mai interrotta, anzi, per certi versi si è perfino potenziata e molti, tra l’altro, si sono trovati a inventare modalità che difficilmente avrebbero considerato.

Libertà di culto.
Parlare di compromissione della libertà di culto è oggettivamente sproporzionato e, a mio parere, ingannevole.

A nessun italiano è proibito di manifestare pubblicamente la propria fede. Le proposte religiose si sono perfino moltiplicate in questi tempi, le messe sono state comunque celebrate e la visibilità mediatica potenziata.

Inoltre, le limitazioni poste dal governo sono temporanee e per nulla assimilabili a posizioni ideologiche; affermare, anche solo velatamente, che sono tali è scorretto.

Oltretutto, denunciare una aggressione alla libertà di culto è irrispettoso verso coloro che nel mondo realmente non ne godono.

Il vero culto.
Il culto cristiano, grazie a Dio, è ben più dell’Eucaristia e questo va detto con chiarezza, pur preservando l’importanza di quest’ultima.

La Messa non è l’unica risposta ai “bisogni spirituali” dei credenti. Chi lo sostiene dimostra una visione di Chiesa e di vita cristiana estremamente limitata e riduttiva.

Perché, altrimenti, tutti i discorsi che si fanno a chi non può ricevere l’Eucaristia, dove finiscono?

È vero che manca molto il poterci radunare a pregare insieme, ma si tratta di una situazione temporanea. In queste settimane credo si sia davvero visto che il culto cristiano non è solo l’Eucaristia e negarlo o comunque spazzarlo via con un comunicato così è disperdere un patrimonio.

Farsi servi.
Il servizio ai poveri per la Chiesa è una vocazione fondamentale e un “memoriale di Cristo”. Qui, purtroppo, viene strumentalmente usato come elemento per rafforzare una posizione. Si avverte perfino un sottile tono di minaccia veramente sgradevole.

Mi rammarica e mi ferisce. Davvero moltissimo. Usare il farsi servi per pretendere di avere un peso, in coscienza, lo trovo un significativo tradimento evangelico.

Sicurezza.
Ci si pone seriamente la questione della capacità effettiva delle comunità cristiane di garantire il rispetto dei protocolli di sicurezza eventuali?

Ci sono parrocchie che faticano a fare le pulizie settimanali della chiesa, che non hanno volontari per i servizi essenziali, che hanno parroci vecchi e soli. Chi controlla, chi garantisce, chi si prende la responsabilità?

Le proposte che i giorni scorsi ho letto anche nella mia diocesi su sanificazioni, distanze, prenotazioni, servizio d’ordine, areazione, numero celebrazioni, rilevatori di temperatura… Quante comunità sarebbero in grado di garantirle davvero? Chi verifica? Il parroco? Si prende lui la responsabilità di decidere se celebrare o meno?

Chi si appella al buon senso lo sta usando anche nel valutare le concrete e reali situazioni di tante parrocchie italiane? Dire «un qualche modo si trova» è un’affermazione responsabile?

Ci potrebbero essere ragioni per aprire e ce ne sono altrettante – almeno 26000, ma pare molte, molte di più… – per non farlo, ma chi vuole aprire è così sicuro di essere in grado di garantire la sicurezza?

Io, in tutta onestà, nel dubbio e in una condizione transitoria propendo per la salute delle persone.

Snaturare i gesti.
Parecchie delle misure che ho visto proporre per potere celebrare subito comportano, a mio parere, un reale snaturamento della celebrazione per la loro artificiosità, la banalizzazione conseguente del gesto liturgico, la contraddizione del senso.

Vale veramente la pena farlo per non saper aspettare altri 20 giorni?

Non era meglio spendere questi due mesi per sviluppare autorevolmente delle indicazioni per liturgie domestiche che avrebbero aperto spazi e percorsi nuovi di vita sacramentale ed ecclesiale?

Per non dire dell’occasione buona per cominciare a porsi domande serie sul sacerdozio ministeriale…

I toni.
I toni e le espressioni usati non sono affatto pacati come ho sentito invece dire da alcuni.

Il testo è oggettivamente aggressivo e attraversato dalla volontà di recupero e/o affermazione di una posizione di forza, da un intento di riequilibrio di poteri più che da un’intenzione di difesa di diritti.

Le proposte quali erano? Chi le aveva elaborate? Perché non sono rese pubbliche?

Si tratta di uno scontro forte ed evidentemente di potere. Con le tensioni sociali che già abbiamo ritengo fosse l’ultima cosa da fare.

Ma poi: difendere o riaffermare un potere usando i sacramenti e soprattutto giocando sulla pelle della gente? Sul serio?

Se davvero è la preoccupazione per la “sorte del popolo” a muovere le proposte, nei due mesi passati non sarebbe stato enormemente profetico invece vedere tutti i pastori rinunciare a celebrare l’Eucaristia, soffrendo le stesse pene del loro gregge, anziché celebrare ostinatamente in solitaria, salvo affermare però di farlo “per la gente”?

Le comunità cristiane ora sono ancora più disorientate e spaccate. Non ne avevamo bisogno.

E un pensiero, infine, alle altre confessioni cristiane e alle altre religioni non ci stava proprio?

Per queste ragioni non posso che esprimere il mio rispettoso ma convinto dissenso per un comunicato che considero improvvido nei modi, nei contenuti, negli intenti.

Lo faccio con estrema sofferenza e con il sincero auspicio che si possa porre rimedio al più presto alla situazione.

È certo che un percorso di ritorno alla normalità vada trovato, ma farci sopra la guerra di religione (di potere?) è la scelta a mio parere peggiore.

Nota a margine 1.

In queste settimane, di occasioni per alzare vigorosamente la voce per la difesa del bene comune ce ne sono state e, volendo, ce ne sono ancora numerosissime.

Le reali condizioni di lavoro dei medici, il caso delle RSA, le discriminazioni nei tamponi, i malati abbandonati a se stessi, la scuola a distanza che crea disparità, i lavoratori costretti a operare senza presidi di sicurezza, i bisogni dei bambini, dei disabili e molto altro ancora.

Nessuna presa di posizione ufficiale se non per le Messe?

Nota a margine 2.

Chi esulta dicendo «finalmente noi cristiani usiamo la forza» si rende conto di dire una delle frasi più anti-evangeliche che ci siano, vero?

Nota a margine 3.

Da quando sono sospese le celebrazioni col popolo non ho più celebrato, eccetto durante Settimana Santa quando l’ho fatto più per un dovere di comunione con i confratelli che per convinzione (e poi fa bene un po’ relativizzare…).

Ne soffro, molto. Non faccio l’eroe, solo penso che la Messa sine populo non si giustifichi. Attendo e cerco di essere cristiano e prete come mi è dato di poter fare.

Parole di carta

dopo…

Ho tante paure in questo periodo ed una preoccupazione.

Le paure come potete immaginare sono legate alla salute mia e delle persone a cui voglio bene: ce la faremo a superare indenni questo tempo così difficile? Avremo ancora la possibilità di abbracciarci, di stare insieme in una stanza, di prendere una pizza o un aperitivo, di andare al cinema o a teatro? I nostri figli riusciranno a vivere sereni in un mondo che non sia in continua preda di epidemie o virus mortiferi? Sapremo nuovamente nutrire fiducia nel futuro o saremo condannati ad una depressione non solo economica ma anche esistenziale? Riavremo indietro le nostre vite, non tanto nelle modalità concrete con cui le vivevamo, ma per l’intensità e la bellezza che le connotava? O saremo destinati ad un perenne distanziamento sociale che intristirà le nostre vite fino a spegnerle?

Se queste sono la paure – immagino comune a molte persone – la mia preoccupazione invece è assai più semplice ed elementare: sapremo far tesoro di quello che sta accadendo?

Stiamo tutti attraversando un periodo davvero faticoso, fatto di molte sofferenze e rinunce, tanti sacrifici e privazioni, un tempo che ci ha tolto la vita di sempre e ci ha costretto a ritmi e stili di vita inusuali e talvolta fastidiosi. Abbiamo perso amici e conoscenti, abbiamo rinunciato alle nostre amicizie, a tanti contatti sociali e lavorativi. E poi, quando sarà cessato questo tsunami, che cosa ci accadrà? Avremo imparato qualcosa da questo momento di prova o torneremo alle nostre vite abituali come se nulla fosse successo? Riprenderà il solito spettacolo, il medesimo show, la stessa programmazione di sempre o questo tempo di “intervallo forzato” ci sarà servito a diventare persone diverse? Riavvolgeremo il film della nostra vita agli ultimi giorni di febbraio quando tutto ebbe inizio e faremo finta di nulla o qualcosa d’importante e vitale sarà emerso in questa quarantena?

Vedete: non è scontano né automatico cambiare e migliorare. Non basta che le cose ci capitino perché esse ci cambino. Decisamente no! Il cambiamento, qualunque cambiamento, nasce sempre da una decisione, da una determinazione dello spirito e della volontà. Certo, sollecitato e incalzato da quanto ci accade, ma senza un nostro coinvolgimento, senza una nostra intima decisione, nulla cambia e la vita continua sempre uguale.

Vale per la nostra vita privata, per le cose che ci accadono come individui: un successo, un fallimento, una morte o un addio, una sofferenza o una gioia, un risultato raggiunto o un traguardo mancato; ogni cosa appella la nostra libertà e responsabilità e chiede di essere assunta ed interiorizzata come fattore di crescita e di cambiamento.

Lo stesso vale per la nostra consapevolezza sociale: non basta l’epidemia, la forzata reclusione in casa, la sospensione dei contatti sociali, la chiusura di luoghi di divertimento e di svago, l’affollamento di ospedali e sale di rianimazione.. ebbene non basta tutto questo per modificare il nostro stile di vita, se, insieme, non decideremo che è venuto il tempo per farlo.

Questo tempo sta colpendo in profondità la nostra vita e su vari livelli e certamente il livello più visibile è quello dei nostri comportamenti: non usciamo di casa e se lo facciamo ci dobbiamo proteggere; evitiamo i posti affollati, teniamo distanti le persone, evitiamo i contatti, rinunciamo ad appuntamenti ed incontri.

Ma questa quarantena intacca anche i nostri atteggiamenti, ossia il modo abituale con cui affrontiamo le cose della vita. Esso incide sulla nostra predisposizione verso il mondo, le cose e gli eventi: siamo tutti un po’ più sospettosi, più cauti, ma allo stesso tempo più attenti alle sofferenze degli altri, più compassionevoli; viviamo pure più stupore e meraviglia per le piccole cose che accadono sotto i nostri occhi e a cui prima davamo poca importanza.  Alcuni di noi sono diventati più cinici e presuntuosi, altri più generosi ed empatici, altri ancora più polemici ed insofferenti.

Eppure, se osserviamo più in profondità, questo tempo ha influenzato non solo comportamenti e atteggiamenti ma ha raggiunto il nucleo intimo e vitale dei nostro valori, di quelle cose che riteniamo importanti nella nostra vita, quei principi che ispirano la nostra esistenza ed illuminano come dei fari le nostre scelte. Forse quelle cose che ritenevamo “intoccabili” nella nostra vita – soldi, carriera, prestigio, ammirazione, successo – hanno perso vigore ed interesse e magari altre hanno scalato la classifica della nostra top ten. Intendiamoci: per alcuni potrebbe essere accaduto anche il viceversa, ossia che le cose di sempre si sono rivelate cose buone ed affidabili su cui fondare l’esistenza…

Ebbene, la mia preoccupazione – per me, per i miei figli ed i miei amici, per coloro che in qualche modo condividono la mia esistenza – è proprio questa: che ne sarà di noi quando tutto sarà passato? Sapremo far tesoro di quello che abbiamo vissuto, sapremo imparare da quanto ci è successo o tutto scorrerà come l’acqua sulla pietra, lasciandola asciutta dopo un’ora al sole?

Saremo all’altezza della nostra storia, sapendo cogliere quei “segni dei tempi” che la vita ha messo sul nostro cammino? Sapremo fare di questo tempo di pandemia un momento doloroso e tragico ma generatore di vita e di umanità o resterà solo un tempo sfortunato da dimenticare e cancellare dai libri di storia?

Sapremo diventare più uomini, sciogliendo la nostra libertà dalla necessità degli eventi?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Aprile di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

25 aprile di liberazione

Avete mai pensato a cosa voglia dire “celebrare”? Oggi è il 25 aprile e “celebriamo” l’anniversario della liberazione? Ma cosa significa esattamente? Perché ad esempio ricordiamo questa data e, che ne so, non il 10 gennaio del 49 a.C. quando Giulio Cesare attraversò il Rubicone?

Lo so… forse è una domanda ingenua e un po’ banale. Ma, talvolta, interrogarci sulle cose che facciamo senza pensarci troppo può aiutarci ad andare un po’ in fondo alle cose..

Celebrare – in senso liturgico, civile, politico, comunitario, sociale, etc. – significa fare memoria di un evento del passato, della liberazione della città di Milano dalla invasione nazifascista nel nostro caso. Ma non di un evento qualunque (ecco perché non ci ricordiamo del passaggio del Rubicone) ma di uno che ha avuto un potere fondativo: celebrando riconosciamo che c’è stato un avvenimento che è stato l’iniziatore di una storia nuova, un fatto che ha generato una serie successiva di eventi, una “fondazione” appunto. Nel 25 aprile quindi riconosciamo la pietra miliare della nostra storia repubblicana di libertà e giustizia. Badate: non è molto diverso da ciò che facciamo quando festeggiamo il nostro compleanno: anche in quel caso il giorno lontano della nascita è stato per noi il momento fondativo della nostra esistenza e l’iniziatore della nostra vicenda personale.

Ma non basta: se ci fermassimo qui disconosceremmo un dato costitutivo di ogni celebrazione. Ricordare quel giorno, quell’evento, ha senso perché esso parla anche all’oggi della nostra storia personale e comunitaria: in quanto “fondamento di ciò che è accaduto dopo”, quell’avvenimento riguarda anche il presente della vita di ciascuno di noi. Celebriamo quell’evento affinché esso, in qualche modo, si rinnovi e perché dispieghi la sua forza generativa anche dopo molti anni.

In altre parole: celebrare il 25 aprile è certo ricordare quello che avvenne 75 anni fa, ma soprattutto è rinnovare nell’oggi la forza di quei valori, di quei sentimenti, di quelle aspirazioni di libertà, giustizia e solidarietà, chiamate ad incarnarsi anche nell’oggi. È come se il senso di  quell’evento lontano potesse essere assunto pienamente solo nella misura in cui ciascuno di noi si impegni a sostenere e custodire il medesimo spirito, lo stesso afflato ed orizzonte di valori.

Capite perché allora è importante celebrare il 25 aprile, soprattutto in questo tempo difficile di quarantena e pandemia? Il coraggio che animò i nostri nonni per sconfiggere la dittatura chiede, anzi esige, di essere incarnata oggi in un’altra lotta, certo diversa, ma non meno difficile: quella contro il virus e tutte le conseguenze nefaste che sta causando.

Non c’è stata una liberazione “buona per sempre”. La liberazione chiede di essere scelta, difesa ed ampliata ad ogni tornante della nostra storia. Quel lontano 25 aprile di 75 anni fa la libertà non c’è stata regalata come una pianta robusta ma come un debole seme che richiede cura, sviluppo e crescita.

Forse allora, anche se parrà strano, il 25 aprile del 2020 sarà uno di quelli che resteranno nella nostra storia nazionale, anche se non faremo eventi pubblici, cortei o discorsi. Resterà perché sarà un 25 aprile vero, sentito, autentico: quello che ci farà sentire in comunione con i nostri padri durante la nostra battaglia di liberazione!

Storia e Tempi

riti al tempo del covid

L’appuntamento delle 18 con la conferenza stampa della protezione civile è diventato una specie di rito in questo tempio di reclusione.

Ogni giorno ci si collega per vedere come sono andate le cose, se i contagi, i guariti ed i deceduti sono aumentati o diminuiti rispetto al giorno precedente. Abbiamo così imparato a familiarizzare con il capo dipartimento della protezione civile, il dott. Borrelli, ed i vari specialisti che giorno per giorno si alternano sul palco.

Notavo una cosa di questa liturgia tardo-serale: il tono sempre pacato e gentile di Borrelli e dei suoi collaboratori. È vero che sono “tecnici” quindi non hanno alcun interesse a enfatizzare o polemizzare con alcuno, ma confesso che questo registro comunicativo si rileva essere non solo rassicurante ma anche incoraggiante.

I dati sono snocciolati nella loro cruda fatticità, senza esagerazione o declamazione: quando le cose vanno bene, le si fa notare; quando ci sono numeri negativi non vengono enfatizzati. L’approccio pacato e serio comunica sicurezza, non tanto perché le cose vanno bene, ma perché vengono affrontate con razionalità e senso critico.

Dico questo in riferimento alla comunicazione politica, che assume spesso toni assai diversi: lì si preferisce urlare, scandalizzarsi, polemizzare, contraddire, distinguersi e contestare. I messaggi godono di pochissima coerenza: non importa se quello che si dice sia o meno in continuità con quanto detto due o tre giorni prima. L’importante è lisciare il pelo di chi ascolta, accendere gli umori, soffiare sullo sdegno e l’insoddisfazione della gente, tanto, in periodi come questi, di certo non manca.

Non sto dicendo che sia di principio sbagliato o negativo, ma certo è che, in questo periodo, il tono della comunicazione è assai diverso tra i vari protagonisti. È pure difficile dire chi abbia davvero ragione; tuttavia la percezione che se ne trae è di qualcuno che urla e altri che ragionano; qualcuno che strilla e polemizza e altri che cercano di argomentare e di non fomentare un sentimento di panico che non serve a nessuno.

Storia e Tempi

la vita al tempo del coronavirus/23

*** INSIEME ***

Questo tempo di crisi ci ha messo di fronte ad una verità che faremmo bene a considerare con molta attenzione. Quando le cose non vanno bene, scatta immediata ed irriflessa la tentazione di pensare solo a se stessi, di preoccuparsi unicamente di chi ci sta accanto, chi coloro che amiamo, dei “nostri” ; e lo facciamo con una tale intensità che gli altri scompaiono improvvisamente dal nostro campo visivo. È una dinamica normale e quasi scontata: agli altri si pensa finché le cose vanno bene, ma quando la difficoltà si fanno prossime, ecco che il cerchio dei nostri interessi si restringe drasticamente e talvolta giunge persino a contenere un solo punto: quello dell’io.

Ebbene: questa crisi sanitaria ci ha costretto, senza troppi riguardi, a tenere alto lo sguardo e non smarrire il senso di un comune destino che ci interpella come comunità umana. In tempo pandemia non sono consentite fughe solitarie, biechi interessi egoistici, narcisistiche solitudini: in un periodo così difficile appare palese a tutti la intrinseca interdipendenza che ci abita, quel senso di mutua reciprocità che caratterizza la nostra vita da esseri viventi. Il virus, nella sua natura crudelmente democratica ed ugualitaria, non fa distinzione di censo, di cultura o di posizione sociale; non ammette barriere linguistiche, politiche o religiose. Siamo tutti sulla stessa barca e, se ci salveremo, lo faremo solo insieme.

Diceva papa Francesco: “Ora, mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio questo pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me. Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda però che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!

Mi chiedo spesso se saremo davvero altezza di alta vocazione a cui siamo chiamati e se sapremo essere fedeli a questa fratellanza universale che è iscritta nel nostro DNA.

Pensieri e Silenzi

questione di tempo

Dicono che il tempo guarisca tutto, che riempia ogni fossato, che plachi ogni sofferenza. Si, a volte il tempo agisce davvero con un dolce balsamo capace di alleviare il senso di vuoto, di sopire il dolore, di lenire un patimento.

Il tempo che scorre però è anche capace di scavare fossati ancora più profondi e di alzare muri sempre più insuperabili: il passare dei giorni e dei mesi talvolta funziona come un amplificatore del patimento, come un moltiplicatore della pena e del fastidio. Accade un po’ come le erbacce che lasci crescere nel giardino: il tempo le rende sempre più rigogliose e radicate, più floride e difficili da estirpare. Quando un dolore, una inquietudine o una ferita restano aperte per troppo tempo si genera una sorta di cancrena che rende quella piaga sempre più purulente e difficile da sanare.

Penso ad esempio a quei legami interrotti un po’ bruscamente e violentemente: non è detto che la lontananza temporale porti a una riappacificazione o ad una riconciliazione. Anzi talvolta il tempo che scorre getta sale sulle ferite, esacerbando le menti ed incattivendo gli animi.

Mi viene da pensare che talvolta l’attesa è una buona strategia, altre volte proprio no; in alcune occasioni lasciar placare gli animi porta maggior lucidità mentale, ma ci sono pure situazioni in cui il rancore è come la gramigna della mia aiuola: con il tempo cresce e si diffonde.

Occorre molta saggezza per capire il tempo della battaglia e quello dell’attesa, quello in cui è meglio affrontare di petto il nemico e quello in cui è opportuno temporeggiare. Come molto spesso nella vita, anche nei legami, il segreto è spesso una questione di tempo e di tempismo.

Storia e Tempi

certo giornalismo…

La cosa più stucchevole di questi tempi, peggio pure dei politici che non sanno che pesci pigliare, sono i commentatori di vari natura che fanno loro la morale. Forti del fatto che posso dire qualunque cosa, tanto non porteranno il peso di alcuna decisione, spiegano, ovviamente col senno di poi, come sarebbero dovute andare le cose e quello che si sarebbe dovuto fare.

E così nella lista di coloro da bacchettare, prontamente etichettati come incompetenti ed inaffidabili, ci sono non solo i politici, ma anche i virologi, i sindaci, i medici ed una lunga lunga lista, tutti responsabili degli errori fin qui compiuti. I primi non hanno preso la decisione giusta, gli altri non hanno effettuato una corretta valutazione dell’impatto epidemiologico, gli altri ancora non hanno tutelato correttamente i pazienti e via discorrendo.

Ora: a parte il fatto che la perfezione non è di questo mondo e che è evidente che di errori ne sono stati sicuramente fatti (e non pochi), sputare ora sentenze così goffe e superficiali solo perché in questo modo si liscia il malessere che inevitabilmente questa situazione sta creando, ebbene mi pare un po’ troppo.

Fa ridere – onestamente talvolta pena – leggere sui quotidiani interviste o editoriali di chi la sa sempre più lunga degli altri, di chi “sapeva lui come andavano fatto le cose”, di chi, come i più classici “leoni da tastiera”, giudica le cose dall’alto della propria torre d’avorio, sapendo benissimo che potrà permettersi il lusso di dire tutto ed il suo contrario, tanto quello che scrive servirà per avvolgerci il pesce il giorno dopo.

Ci si appella alle responsabilità, al senso civico, all’amor di patria e poi non si perde occasione per accarezzare il proprio ego e cantare fuori dal coro. Facile criticare quando altri si sono trovati ad affrontare una pandemia dalle proporzioni inaudite, quando siamo stati aggrediti da un virus che nessuno conosceva prima, quando il paese è stato invaso da un nemico subdolo e infido che ci ha coinvolti ad una guerra casa per casa a cui nessuno di noi era pronto.

Intendiamoci: ci sono stati errori e sarà bene, a tempo debito, affrontarli senza risparmiare nulla a nessuno. Ma la protervia di certo giornalismo, soprattutto quando il paese è in trincea, risulta davvero indigeribile.

Parola e parole

non è qui!

“Non è qui!” Forse sta tutto qui la sorpresa del mistero della Pasqua, forse in quelle tre parole è condensato il segreto della festa che celebriamo oggi. “Non è qui!”, come a dire: lo state cercando nel posto sbagliato, avete preso un abbaglio, l’indirizzo non è quello corretto, avete fatto male i vostri calcoli…

Eppure quelle donne lo conoscevano bene, erano state lì sotto la croce fino all’ultimo respiro; e poi lo hanno mestamente ricomposto per la sepoltura e lo hanno visto adagiare nel sepolcro nuovo di zecca. Di prima mattina si erano addirittura portate oli e unguenti per la balsamazione, interrogandosi anche su come sarebbero mai riuscite a spostare la grossa pietra di ingresso. Ed invece no! Tutto sbagliato, giacché le cose non stanno esattamente come loro pensavano. Ecco il senso del “Non è qui!” che scuote le loro menti impaurite, che svela l’inconsistenza dei loro piani, che mostra l’imprecisione delle loro previsioni.

In quel “non è qui!” c’è l’irruzione di un avvenire che non ti aspetti, l’accadere di un domani che non avevi previsto, l’avverarsi insperato di ciò che mai ti saresti immaginato.

Tutti noi programmiamo il futuro, lo riempiamo di progetti e sogni, di aspettative e speranze, di intenzioni e propositi. Ecco il futuro: ciò che desideriamo, ciò per cui lavoriamo e fatichiamo, ciò che pianifichiamo e progettiamo.

Ma il “non è qui!” non è una affermazione nell’ordine del futuro ma in quello dell’avvenire! Quelle tre parole parlano dell’avvenire, ossia dell’accadimento spaesante, dell’evento che sorprende e disorienta, del fatto che va al di là di meschine aspettative o di nobili speranze. “Non è qui!” è l’irruzione di una novità talmente nuova che fatichiamo a comprenderla e a comunicarla; è l’annuncio di una buona notizia che nessuno si sarebbe mai aspettato di sentire.

Sa solo Dio quanto abbiamo tutti bisogno oggi di ascoltare anche nella nostra vita questo grido insperato: “Non è qui!” ossia “smetti di cercare la gioia dove non c’è; smetti di leggere la vita attraverso lenti da miopi che difformano le cose; abbandona i tuoi schemi rigidi, le tue ossessioni, i tuoi riflessi incondizionati! La vita non sono i tuoi progetti e la felicità non è l’esito dei tuoi successi!”

“Non è qui!” è un annuncio che disorienta e spaventa, proprio come avvenne per le donne del racconto. Siamo tutti più tranquilli quando le cose procedono come ci aspettavamo.

Ma quella parole sono la cosa migliore che ci potrebbe accadere nella vita: come un forte folata di vento esse scombussolano le nostre carte, abbattono le nostre resistenze e ci immettono bruscamente nel tempo dell’Inatteso.

Buona Pasqua!