celebrare al tempo del COVID

Condivido questo mio articolo uscito oggi su Il Cittadino, nell’inserto Dialogo. Il testo (un po’ lungo a dire il vero) riflette su come il tempo del coronavirus ha modificato celebrazioni e liturgie. 

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L’epidemia che stiamo ancora tutti vivendo ha fortemente condizionato la vita delle nostre comunità cristiane: gli usuali incontri, gli appuntamenti, i gruppi, le celebrazioni, le iniziative ed esperienze sono tutte state messe in pausa oppure hanno dovuto riconfigurarsi a fronte della nuova situazione. Forse la dimensione che maggiormente è stata segnata da questo tempo drammatico è stata quella liturgica: fin da subito celebrazioni, messe, momenti di preghiera e adorazioni sono state, giustamente, sospesi. La celebrazione liturgica non è come una visita al museo o alla biblioteca, dove gli accessi possono essere contingentati e scaglionati: celebrare significa anzitutto radunarsi, incontrarsi, toccarsi e relazionarsi, tutti in un medesimo posto ad una medesima ora, insieme, uniti, in comunione come una sola comunità credente. Non stupisce dunque che, nel momento in cui i contatti sociali dovevano essere radicalmente ridotti, le celebrazioni liturgiche siano state  sospese.

Ma celebrare non è una banale azione tra tante altre che la comunità cristiana compie: il Concilio Vaticano II, nella sua costituzione Sacrosantum Concilium (SC), ci ricorda che la liturgia è culmine e fonte della vita della Chiesa, evento allo stesso tempo sorgivo della comunità e vertice della vita ecclesiale. La sospensione delle celebrazioni (in particolar modo di quella eucaristica) ha toccato un nervo sensibile della vita della Chiesa, giacché essa ne è esperienza fondativa e identitaria. Non stupisce quindi che la creatività ecclesiale abbia cercato di individuare strategie alternative attraverso cui tentare di mitigare il digiuno eucaristico, affinché, a causa dell’assenza della celebrazione, non venisse impoverita anche la dinamica comunitaria. Abbiamo assistito così una pluralità di azioni che le varie comunità cristiane hanno messo in campo per tentare di essere e rimanere Chiesa anche al tempo del coronavirus.

Penso sia importante tentare una rilettura critica di quanto è accaduto, non per giudicare o criticare, ma per attuare quella forma di discernimento comunitario necessaria affinché la Chiesa non cessi di scorgere i segni dei tempi anche in questo periodo difficile e inatteso. È importante tentare insieme una riflessione critica giacché, come ci insegna la tradizione, “lex credendi, lex orandi”, ossia il modo in cui si prega e si celebra esprime e corrisponde al modo in cui si crede, e viceversa. La celebrazione, ed in particolar modo quella eucaristica, non è mai un fatto “neutro” ma manifesta e sostanzia la fede di una comunità cristiana, il suo stile e la sua identità ecclesiale.

Tentando una semplificazione un po’ rozza mi pare che siano state quattro le strade che le nostre comunità hanno imboccato per rispondere all’impossibilità di celebrare comunitariamente.

La prima è stata quella della celebrazione “senza popolo”: impossibilitati a convocare la comunità, alcuni sacerdoti hanno scelto di celebrare da soli, a porte chiuse, proprio come previsto dall’ordinanza ministeriale. La dicitura “senza popolo” in realtà rischia di essere un poco equivoca. L’ordo del messale romano prevede tre forme di celebrazione: la messa con il popolo, la messa concelebrata e la messa cui partecipa un solo ministro. Ovviamente ci si sta riferendo a questa terza casistica, ma le parole hanno una loro importanza e appare evidente che le due espressioni non si equivalgono. La dicitura “senza popolo” era in uso nella Chiesa cattolica fino a Pio XII, nella quale era prevista la celebrazione “individuale” dell’eucarestia. Il grande guadagno del Concilio e in particolare di SC è stata la consapevolezza che il soggetto celebrante durante le nostre liturgie è il popolo di Dio. Sempre l’ordo del messale ci ricorda che “La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene all’intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti e dell’attiva partecipazione. In questo modo il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato», manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine. Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio, compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza”. In altre parole, è tutta la comunità riunita sotto presidenza del ministro ordinato a celebrare le opere di Dio, in nome del sacerdozio comune che a tutti è stato donato nel battesimo.

La seconda opzione messa in campo è stata quella di trasferire nella dimensione virtuale quanto nella realtà delle nostre chiese non è più possibile compiere. Abbiamo assistito ad un fiorire di dirette streaming su canali youtube e altre piattaforme, per permettere alle persone di essere presenti al rito liturgico. Questa modalità di celebrazione, certo determinata dalla particolare situazione sanitaria, non è priva di pericoli: la possibilità che la messa venga in qualche modo spettacolarizzata e colta come un evento a cui assistere rischia di snaturare l’esperienza liturgica. Alla liturgia si partecipa, non si assiste: in quell’evento si viene coinvolti con parole e gesti, con risposte e canti; in quell’atto è implicata la vita di ciascuno dei membri della comunità, in un modo radicalmente diverso da quello che può accadere assistendo, ad esempio, ad uno spettacolo teatrale o cinematografico. Va riconosciuto tuttavia un fatto assolutamente da non trascurare: come molti studiosi rilevano, il virtuale può costituire non solo una “opposizione” al reale, ma anche una sua naturale “estensione”.  Accade così anche con i nostri contatti e dialoghi tramite social: essi possono rimpiazzare i rapporti reali o possono essere una sorta di “continuazione” di tali legami, qualora lo spazio ed il tempo non permettano una presenza vis-a-vi. In fondo, il contatto “virtuale” è capace di alimentare e sostenere quello reale e concreto. Credo che qualcosa del genere sia accaduto anche per le nostre messe on-line: la celebrazione presieduta dal “nostro” parroco nella “nostra” chiesa – a differenza ad esempio di quella che si può vedere su una rete nazionale – ha la capacità di riattivare rapporti preesistenti e che rischiavano di affievolirsi a motivo della pandemia.

Una terza scelta adottata da alcuni pastori è stata quella del digiuno eucaristico: “se il mio popolo non può celebrare, scelgo liberamente di condividere la sua condizione, astenendomi dal pasto eucaristico”, questo in sintesi la logica che ha mosso alcuni presbiteri. Riconoscendo che una messa senza comunità sarebbe stata un evento intrinsecamente impoverito, essi hanno preferito partecipare alla “fame eucaristica” della comunità previlegiando altre forme di celebrazione e accompagnando la propria gente dal punto di vista liturgico in altro modo. Va ricordato che, pur riconoscendo la centralità della celebrazione eucaristica nella vita di fede, la liturgia non si esaurisce nella messa e che la tradizione mette a disposizione altri modi in cui la comunità può celebrare l’amore di Dio.

Questo ci porta a soffermarci brevemente sulla quarta opzione sperimentata: quella della liturgia familiare. Coloro infatti che hanno attuato il digiuno eucaristico, hanno spesso scelto di spostare simbolicamente il centro della comunità celebrante dalla chiesa-comunità alla chiesa-famiglia. Si tratta qui di prendere sul serio la tradizionale definizione di famiglia quale “chiesa domestica” e riconoscere il ruolo anche liturgico che essa può esercitare. Vi è stata quindi un’ampia sussidiazione da parte della comunità parrocchiale e diocesana affinché la famiglia potesse trovare ed inventare momenti in cui celebrare la fede tra le proprie mura, non in maniera privatista e individuale, ma con il respiro che abbraccia la Chiesa intera. In fondo, in questa situazione d’isolamento e di lontananza sanitaria, la Chiesa domestica è l’unica comunità che può esprimere e celebrare quella dimensione d’intimità, vicinanza e contatto che ad oggi sono precluse alla comunità ecclesiale, e che rappresentano una componente essenziale dell’esperienza liturgica.

In questi giorni siamo tutti chiamati come comunità cristiana a “inventare” una nuova modalità celebrativa, quella fatta di distanziamento e protezione: parteciperemo alla liturgia rimanendo lontani sulle panche, con mascherine e guanti, e mantenendo un distanziamento che non consenta il contagio. Anche in questo caso ci sarà chiesto di esercitare un evangelico discernimento affinché lo stile celebrativo non tradisca quanto stiamo vivendo. Bisognerà ricordarsi che la messa è “costitutivamente contagiosa”, in quanto essa è contatto, contagio, nudità e riconoscimento: le giuste accortezze sanitarie non potranno sminuire la natura intima dell’eucarestia. Essa poi è “intrinsecamente gratuita” e mal tollererebbe prenotazioni di posti o selezione dei partecipanti.

Viviamo tempi difficili e inediti che ci è chiesto di abitare con creatività e passione, ma anche con fedeltà e autenticità, sapendo discernere quanto nel nuovo che avanza possiede il sapore autentico del vangelo.

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