esclusi

Da qualche giorno, incontro un ragazzo per strada mentre mi dirigo a piedi in ufficio: è accovacciato sul marciapiede vicino ad un sottopasso ferroviario, con un bicchiere di carta davanti a lui e con un aria assai triste e contrita. Veste abiti logori e sporchi e indossa due ciabatte da spiaggia decisamente fuori misura. Ogni mattina alza lo sguardo verso i passanti chiedendo qualche soldo o qualcosa da mettere sotto i denti. È giovane ma ha un aria depressa e sconsolata e ripete la sua richiesta di aiuto con davvero poca convinzione, quasi presagendo il rifiuto e l’incuranza che riceverà dai passanti.

Siede lungo la strada come un vecchio cencio gettato e dimenticato, incapace di guadagnare l’attenzione dei suoi simili, per i quali resta invisibile, o forse persino una presenza fastidiosa e molesta.

Casualmente oggi è giorno di raccolta rifiuti nella zona di Milano in cui si trova il mio ufficio: fuori da case ed condomini stanno mucchi di sacchi di immondizia, di plastica e di altri scarti da recuperare.

Ecco: quel giovane sembrava giacere come rifiuto tra i rifiuti, uno scarto che questa società non è più in grado – o non ha più voglia – di utilizzare né di valorizzare. Sono piene le nostre città di questi “scarti”, di gente espulsa dal circolo produttivo, di persone che hanno perduto la dignità che viene riconosciuta ad ogni buon consumatore. Se non puoi consumare, se non puoi comperare o vendere, vieni immediatamente messo ai margini, dirottato su un binario morto, dove solo i disperati come te posso farti compagnia.

Non sono casi isolati o eccezionali; non sono incidenti di percorso o drammi eccezionale e episodici. La povertà sta diventando una dimensione endemica della nostra società, quasi un fatto strutturale, come fosse l’altra faccia della abbondante ricchezza delle società occidentali.

Ha ragione Francesco: le nostre società generano scarti umani allo stesso modo in cui producono rifiuti con i quali inquinano l’ambiente. Lo scarto non è qualcosa di estraneo o alieno alla nostra società, ma ne diviene come un effetto collaterale, previsto e tollerato; è qualcosa di sbagliato, lo sappiamo bene, ma è il “piccolo” prezzo che dobbiamo pagare per consentire a tutti gli altri progresso e benessere.

A volte ho come l’impressione che si stia sempre più accreditando l’idea che, in fondo, non ci possiamo permettere svantaggiose solidarietà e sdolcinati sentimentalismi: il sistema funziona nella misura in cui premia chi “funziona” ed espelle chi non ce la fa.

Guardavo stamattina quel ragazzo seduto a mendicare e mi sono interrogato per quale incomprensibile ragione lui fosse lì ed io di passaggio verso il mio posto di lavoro. Confesso che non ho trovato alcuna spiegazione convincente e ragionevole…Che si chiami fato, destino o provvidenza, sento che porto il peso di un debito che non so bene come onorare…

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