in coda per il pane

Pareva una fila infinita quella ripresa da un videoamatore in viale Tibaldi a Milano: secondi e secondi in cui la telecamera di un telefonino testimonia la lunghissima coda di persone in attesa, che avanzano un passo alla volta in un interminabile serpentone fatto di giovani e anziani, gente con il bastone e le stampelle e mamme e papà a spingere il passeggino.

È una umanità variegata quella che attende sul marciapiede della più moderna e ricca metropoli italiana: non per acquistare l’ultimo modello di hi-phone o per guadagnarsi le primissima uscita delle nuove scarpe di grido. No, quella coda nasce davanti all’ingresso della mensa della ONLUS Pane Quotidiano. Quelle persone sono molto semplicemente in attesa di poter pranzare, di mettere qualcosa sotto i denti e nello stomaco.

Vi confesso che guardare quel video, rilanciato ormai da tutti i principali siti online, è come ricevere un pugno allo stomaco: stenti a credere che nel 2020 possa esistere un così enorme popolo che non riesce a nutrirsi e che deve ricorrere alla solidarietà per poter mangiare.

Si resta sbigottiti come faccia notizia la possibile apertura o chiusura delle piste da sci per Natale e non creino un slancio di pubblica indignazione le immagini di uomini e donne in coda per il pane. Badate: non si parla di istruzione, di accesso alle professioni, di parità di diritti o che altro, ma di pura sopravvivenza. Si parla dell’atto elementare di mangiare per vivere, per poter dormire senza i crampi della fame.

Confesso che guardando quelle immagini, non mi vengono pensieri rivoluzionari o pauperistici, nessuna rabbia antisistema o disprezzo per il modello economico. Sento solo tanta amarezza ed un po’ di imbarazzo nell’assistere a questa “colonna di dannati” costretti a elemosinare un pezzo di pane. Provo un po’ di vergogna per i miei capricci e le mie continue insoddisfazioni, le mie rivendicazioni senza ragione e i miei malcontenti quotidiani.

Forse non servono rivoluzioni sociali, che, tra parentesi, nella storia non hanno mai risolto un granché, ma la capacità di restare uomini, con un cuore ed una coscienza indisponibili a voltare lo sguardo da un’altra parte. Ci serve davvero un cuore ed uno sguardo nuovi, che siano in grado di guardare ai fratelli con compassione e solidarietà e che siano capaci di osservare il bene che i nostri occhi non sono disponibili a riconoscere nella nostra vita.

Che il Natale non manchi di regalarci, tra i tanti doni che ci attendono, anche un po’ di umanità.

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