abitare l’attesa

Ci pare, tante volte, di non attendere più niente e nessuno, di essere definitivamente fuori gioco, con la vita ormai risolta, le porte e le finestre chiuse. Oppure concediamo una disponibilità soltanto fino a una certa data, quasi cronometrassimo la nostra apertura alla volontà di Dio. L’attesa, invece, è l’atteggiamento spirituale di chi comprende che la propria esistenza s’illumina solo se vissuta continuamente in relazione. È di questo che parla l’Avvento. Mi torna in mente una metafora creata da Antoine de Saint-Exupéry nel suo straordinario libro “Cittadella”. In esso lo scrittore medita a lungo circa la figura della sentinella posta sulla frontiera con il deserto profondo. Nelle sue ronde continue, non di rado segnate da dura solitudine, la sentinella capisce di non essere sola: porta dentro di sé, latente, un regno intero. Succede anche a noi, in tante tappe del nostro cammino, di vedere davanti a noi un deserto sovrano e, dietro di noi, la notte senza fine. In quei momenti il nostro cuore viene assalito da domande che lo fanno vacillare, e non sappiamo più chi siamo, che cosa stiamo lì a fare o a cosa serva tutto questo che ci tocca vivere. Eppure, tanto nelle ore felici come nelle ore dilemmatiche, il Natale viene a ricordarci che noi abitiamo l’attesa come sentinelle di un regno invisibile.

José Tolentino Mendonça su Avvenire del 12 dicembre 2020

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