l’inaudita forza dell’abbraccio

Racconta Alessandro Manzoni, a suggello di quel viaggio spirituale compiuto dall’Innominato, nel suo celeberrimo incontro con il cardinale Borromeo: “Così dicendo, stese le braccia al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.

La penna del Manzoni restituisce questo meraviglioso gesto dell’abbraccio tra i due protagonisti della vicenda, annotando sapientemente tutta quella gestualità che il movimento dell’abbraccio evoca, esplicita e, in qualche misura, richiede. La vicenda interiore dell’Innominato non può che trovare il suo compimento e la sua espressione piena nella comunicatività delle sue membra. Senza questo coinvolgimento della carne, si potrebbe dire, tale percorso sarebbe rimasto forse un po’ vago ed indefinito. Quel gesto testimonia al lettore, ma prima di tutto al protagonista stesso, che qualcosa è successo, che il confine è stato superato, che la vita ha virato per un tornante che la porterà altrove e più in alto.

Se leggiamo con attenzione la magistrale prosa del Manzoni, scopriamo come, nel gesto dell’abbraccio, sia implicata una molteplicità di sensi umani, di gesti, di movimenti, di membra e di tocchi.

L’abbraccio è anzitutto un incontro di corpi: è nel contatto concreto dei torsi degli abbraccianti che tale movimento prende forma, nella percezione “a pelle” della presenza e del calore del corpo dell’altro, nella sua solidità, consistenza ed impenetrabilità . È nel gesto di lasciare che l’altro entri nel nostro spazio vitale, in quell’area di prossimità che sentiamo come continuazione della nostra persona, che acconsentiamo all’incontro abbracciante con l’altro. L’abbraccio possiede una sua innata dimensione “dermica”: esige il contatto della pelle, il tocco dell’altro, uno sfiorare che viene percepito non come urticante o invasivo ma come una carezza benedicente . L’abbraccio possiede poi un tratto, per così dire “pneumatico”: avvicinando l’altro non incontriamo solo il suo corpo ma anche il suo respiro, il ritmo pacato o ansioso del suo inspirare; percepiamo il movimento del suo torace che si dilata e si contrare per accogliere e rilasciare ossigeno. L’abbraccio, soprattutto se prolungato e profondo, permette anche una sintonizzazione dei respiri, la creazione di una sorta di risonanza, di “accordo” come tra due corde di uno stesso violino. La stessa sorte tocca al battito cardiaco: stretto all’altro in un abbraccio capace di contenimento, la persona si sente accolta e accettata, sicché il ritmo del proprio battito diviene più regolare, pacato, lento: è l’aspetto specificamente terapeutico dell’abbraccio. Vi è poi un ulteriore aspetto che merita di essere citato, benché solitamente poco menzionato o lasciato in secondo piano: mi riferisco alla dimensione “olfattiva” del gesto. La vicinanza con la pelle dell’altro consente anche un “contatto a naso”, la percezione immediata ed irriflessa dell’odore di cui l’altro è portatore e che agisce sulla parte primariamente inconscia ed impulsiva della nostra mente: come non ricordare l’odore della pelle di nostra madre o il profumo della persona che amiamo, che abbiamo interiorizzato come un elemento prezioso della familiarità del mondo che ci circonda?

L’abbraccio istituisce una radicale ed immanente reciprocità tra i soggetti coinvolti; esso genera una circolarità di prese, di affetti e di sentimenti, capaci di generare legami, profondamente umani ed emotivamente inclusivi. È quello che racconta, più di un secolo più tardi rispetto al racconto manzoniano, questa bella pagina di David Grossman: «“Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico” spiegò la mamma “e anche io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola”. “Allora abbracciami” disse Ben stringendosi a lei. La mamma lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte. “Adesso non sono solo” pensò mentre l’abbracciava, “adesso non sono solo. Adesso non sono solo”. “Vedi” gli sussurrò la mamma, “proprio per questo hanno inventato l’abbraccio.»  

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 14 Gennaio 2021.

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