Storia e Tempi

puntare il dito: ma contro chi?

Le cosa cambiano davvero in fretta: è un attimo passare dal cercare lo spacciatore in casa altrui e trovarselo in casa propria… è il lampo di un istante, un batter di ciglia, lo schioccare delle dita.

È sempre pericoloso esercitare una morale rigida e implacabile con gli altri essere umani, giacché la fragilità ed il fallimento appartengono alla nostra carne, senza distinzione di tessera di partito, di censo o di nazionalità.

La cosa che impari presto nella vita, se solo hai l’umiltà di starla ad ascoltare, è che la miseria sta ovunque: nei luoghi dei poteri e nei sacri palazzi come nei sucidi appartamenti di periferia; sta in coloro che battono le strade di notte o che vestono ricche vesti liturgiche in una chiesa. La miseria abita il nostro cuore come una tentazione sempre possibile e come una caduta sempre in agguato. Puntare il dito verso chi ha fallito è qualcosa da fare con parsimonia e moderazione giacché dall’altra parte del dito può capitare che, prima o poi, ci finisca tu.

La purezza, il rigore, l’algido candore non sono di questa terra, benché qualcuno spesso tenda ai dimenticarselo. Chiamatelo peccato originale o umana fragilità o finitudine esistenziale o gettatezza ontologica… comunque preferiate definirlo resta la consapevolezza che la nostra è una umanità ferita, mai pienamente realizzata, mai compuntamente perfetta.

Elevare un popolo, un gruppo, un partito, una chiesa, una squadra, una associazione o una qualunque comunità umana a luogo in cui sperimentare la purezza delle cose è qualcosa di pericoloso, potenzialmente distruttivo ed disumano. Si rischiano tragedia immense o, più prosaicamente, brutte figuracce.

Parole di carta

cinquecentomila firme…

Le cinquecentomila firme necessarie per chiedere l’indizione del referendum sono state raccolte con una velocità sorprendente, complice anche la possibilità di utilizzare la firma digitale. La rapidità della sottoscrizione dice molto di quanto il tema dell’eutanasia sia sentito dal popolo italiano. Diverse proposte di legge sono state depositate in parlamento, il quale però, nonostante chiare indicazioni della Corte Costituzionale, non è ancora stato capace di legiferare in materia.

Il referendum intende abrogare la norma che punisce un soggetto che concorre a dare la morte ad un persona terza consenziente, escludendo i casi di minor età, infermità mentale e di consenso estorto con violenza. In altri termini se una persona vuole darsi la morte (e non rientra nelle tre casistiche sopraindicate), chiunque l’assista nel suo gesto non è punibile a norma di legge.

Prima che si entri nella contesa elettorale, cosa assai probabile allo stato attuale delle cose, e prima che le rispettive fazioni inizino la loro (doverosa) contesa, mi piacerebbe si facesse lo sforzo di ascoltarsi per un attimo l’un l’altro, mostrando disponibilità a comprendere le motivazioni che muovono il fronte opposto. Lo strumento referendario si presta poco ad una dinamica di confronto e mediazione: la dialettica si/no stimola più le opposizioni che le convergenze. Eppure sono convinto che lo sforzo per capire le ragioni altrui sia un passaggio necessario non solo per non trasformare la campagna in una guerra integralista, ma anche perché da chi non la pensa come noi possiamo cogliere istanze utili, anche se non necessariamente condivisibili.

Semplificando molto le cose, credo che i promotori del referendum pongano la legittima istanza dell’autodeterminazione del soggetto. Il soggetto moderno rivendica il diritto di compiere scelte autonome sulla propria vita e si rende indisponibile ad accogliere vincoli e norme percepite come estranee e potenzialmente violente. L’esperienza della morte appartiene al soggetto e spetta a lui la decisione di come vivere ed attraversare questa esperienza radicalmente umana. Un punto qui mi pare essenziale: la centralità della coscienza. L’uomo moderno non è insensibile a verità etiche o religiose ma riconosce nella propria coscienza il luogo imprescindibile di ogni scelta morale. Detto diversamente: il bene morale non può essere imposto “esternamente” ma richiede l’assunzione libera e responsabile della coscienza.  

Sul fronte opposto coloro che contestano il referendum, in prima fila la Chiesa e parte del mondo cattolico, sottolineano un’istanza altrettanto vitale: il ragionamento sotteso alle argomentazioni a favore dell’eutanasia rischiano di enfatizzare una visione individualistica e libertaria del soggetto che lo priva della sua intrinseca dimensione relazionale. L’uomo non è un’isola nel mare della solitudine. Noi siamo le nostre relazioni; i nostri legami ci costituiscono e ci sostengono. La preoccupazione è che il referendum sia l’esito finale di una concezione nichilista, che rifiuta il legame sociale e la responsabilità verso i rapporti familiari e  comunitari. La rivendicazione dell’autonomia del soggetto, se non inserita in una rete relazionale, rischia di diventare arbitrio, pulsione egoistica ed autistica.  La vita e la morte ci appartengono, vero, ma non in senso privatistico bensì relazionale e comunitario.

A breve il tema dell’eutanasia entrerà nel vivo del dibattito: il mio auspicio personale è che ci si ponga in atteggiamento di ascolto reciproco, provando a trovare e dare rilevanza anche a ciò, che in questa riflessione ci unisce.

editoriale di LodivecchioMese, settembre 2021

Affetti e Legami

semi nella terra…

Ho imparato, spesso a mie spese, che l’amicizia vive di momenti alterni: accanto ad istanti di vicinanza, complicità e persino di intimità, vi trovi momenti di assenza, di stallo, di faticosa distanza. Talvolta si tratta di momenti di stasi, di incomprensibile pausa, di una assenza irragionevole ed immotivata. Fatichi a capire come mai la relazione stia attraversando giorni di inverno, dopo le molte e calde estati che aveva vissuto.

È da lì che rischia di nascere un senso di delusione, talvolta di impotenza, altre volte di frustrazione o di rancore. Quella distanza a volte diviene grembo di un fastidioso senso di colpa, giacché cerchi ossessivamente dentro di te che cosa sia andato storto, cosa non abbia funzionato o dove tu abbia fallito.

Ho imparato con il tempo che l’ingrediente essenziale di un’amicizia è l’atteggiamento della fiducia: la fiducia in se stessi, la fiducia nell’altro e la fiducia nel legame. Senza fiducia la relazione appassisce come quei fiori cresciti troppo in fretta lungo la strada e che seccano al primo caldo primaverile. La fiducia ha bisogno di mettere radici nel cuore degli amici affinché il vincolo degli affetti si mantenga vivo nel tempo. Il seme della fiducia, come le più delicate delle piante, chiede tempo e pazienza, capacità di cura e di custodia. Esso germoglia lentamente nel cuore della terra in silenzio, con calma, in solitudine.

Ho imparato che spesso gli inverni che l’amicizia attraversa altro non sono che tempi fecondi di germinazione, tempi in cui il seme della fiducia cerca una zolla di terra in cui dimorare; sono stagioni di sosta che, nonostante le apparenze, sanno diventare grembo prezioso per il domani.

Pensieri e Silenzi

di passaggio

Era un famoso rabbino polacco dell’Ottocento di nome Hofez Chaim. Un uomo venne da lontano a consultarlo e rimase stupito perché la casa del rabbino conteneva solo libri, un tavolo e una seggiola. «Dove sono i tuoi mobili?», gli chiese. E il rabbino gli replicò: «E i tuoi dove sono?». «Ma io sono qui solo di passaggio». «Anch’io», concluse il rabbino.

Diventare uomini significa anche saper onorare la dimensione di finitudine che ci connota, quel senso del limite che rende possibile le nostre vite. La consapevolezza, accolta non come una condanna, di essere di passaggio, di avere un numero finito di giorni da vivere, di possedere una gamma finita di possibilità, dona la capacità di “contare i propri giorni” e di vivere con intensità e profondità le ore che ci è concesso attraversare.

Solo chi riconosce di avere un numero limitato di pani nella propria cesta sarà capace di gustarli uno ad uno, come fosse l’ultimo; solo chi confessa la finitudine del proprio tempo sarà in grado di assaporare ogni singolo istante con una intensità sempre nuova.

Eppure “essere di passaggio” dice qualcosa in più della semplice constatazione della propria finitezza. È di passaggio chi sa di dover cambiare frequentemente casa nella ricerca di una abitazione definitiva. È di passaggio chi sa bene che la provvisorietà delle cose è un appello alla definitività della vita e che l’esserci “per ora” è solo un modo per sperimentare la nostalgia del “per sempre”.

Storia e Tempi

si va a scuola…

Si va a scuola per imparare, per conoscere cose nuove, per apprendere nuovi nozioni e nuovi concetti… è vero..  non va trascurato questo aspetto. C’è in giro molta ignoranza, molta incapacità di conoscere alcuni elementi basilari della nostra storia e della nostra cultura, un analfabetismo di ritorno che preoccupa e che alimenta una convivenza rozza, primitiva, spesso violenta. Qualcuno ha scritto che siamo come nani che camminano sulla spalle di giganti e imparare qualcosa da questi giganti certamente rende il nostro viaggio meno approssimativo, inconsapevole, e in fondo, meno confuso. Ho imparato, con l’età, a non trascurare questa dimensione “nozionistica” della conoscenza: per imparare ad usare criticamente un cacciavite, serve anzitutto possederlo e saperlo prendere in mano. Così come per esprimere la propria creatività artistica e pittorica occorre conoscere almeno come impugnare un pennello, come mescolare i colori, come stenderli sulla tela. Fuori di metafora: c’è un sapere necessario (anche a rischio di nozionismo) che è bene possedere e che rappresenta un importante prerequisito per ogni ulteriore conoscenza.

Si va a scuola per acquisire delle competenze, delle capacità, delle abilità: saper leggere un testo, comprendere un articolo di giornale, possedere delle nozioni basilari della scienze e della tecnica. Le discussioni attorno al vaccino hanno mostrato quanta ignoranza scientifica ci sia in circolazione e come un po’ di sapere scientifico ci permetterebbe di affrontare la vita un po’ più attrezzati. La conoscenza ha sempre una dimensione pratica, un’esigenza di applicazione di quanto appreso nelle cose concrete della vita. Un sapere che non diventi prassi, che non si traduca in azioni, gesti, movimenti, comportamenti ed atteggiamenti rischia di restare astratto, e, a ben vedere, irrilevante. In questo senso si va a scuola anche per trovare un lavoro, per maturare una professionalità, per acquisire competenze che permettano di apprendere un lavoro e così partecipare alla costruzione della società e del mondo.

Eppure imparare cose nuove e maturare delle competenze, per quanto obiettivi essenziali, mi pare non esprimano ancora il cuore del motivo per cui mandiamo i nostri figli a scuola. Forse si va a scuola non solo per conoscere cose ma per conoscere se stessi. Forse si va a scuola non solo per trovare un lavoro ma per ritrovare se stessi. È la parte più genuinamente umanistica del nostro sapere e, diciamocelo, quello in cui la scuola italiana ha qualche carta in più da giocare.

Si va a scuola per diventare pienamente uomini, per comprendere meglio se stessi, per essere in grado di interpretare la storia, gli eventi, i fatti. Si va a scuola per maturare uno spirito critico, per guadagnare quei piccoli o grandi mattoncini con cui costruire la propria esistenza. Si va a scuola per essere capaci di meraviglia quando si ammira un tramonto o per trovare le parole per raccontare il primo bacio che abbiamo ricevuto. Si va a scuola per dare un nome a quello che sentiamo, per trovare ragioni ai nostri pensieri, per capire meglio chi siamo e chi stiamo diventando.

Non si va a scuola per avere o per possedere. Si va a scuola per essere. Più sapienti, più veri, più umani.

Pensieri e Silenzi

il tempo della germinazione

Ci sono tempi in cui le parole scorrono naturali e fluide, come zampilli generosi della terra. Altri tempi invece paiono trattenere le parole, le quali escono faticose dalla bocca e dalla mano sul foglio bianco.

Ci sono tempi in cui la vita si mostra talmente munifica che pare semplice condividere con la parola tutta questa magnanimità. È come un ruscello che non puoi fermare o un vento gagliardo che non puoi trattenere. Ci sono poi altri tempi, tempi più miti e modesti, in cui senti un ribollimento interiore che fatica a raggiungere le labbra. Assomigliano un po’ a quei vulcani che sbottano sotto terra: comprendi che c’è del movimento, che dell’energia deve esplodere all’esterno, ma, ciononostante, essa non trova la via per sfogare la lava incandescente custodita nel cuore della terra.

Accade la stesse cosa anche alla nostra vita: acconto al tempo delle mietitura vi è quello della silenziosa germinazione, della macerazione nascosta e misteriosa. Entrambi i tempi appartengono, ciascuno a suo modo, al movimento generativa della natura; entrambi vivono del medesimo dinamismo e si nutrono della stessa linfa vitale.

Attraversi questi tempi silenziosi con un senso intenso di attesa: proprio come accade al vulcano, hai come il presentimento, che talvolta si fa certezza, che qualcosa sta per accadere, che il seme sta germinando, che la novità è dietro l’angolo. Il punto è che non sai quando, non sai dove, non sai in che forma si presenterà questo momento di passaggio. Sai solo che prima o poi arriverà e ti inquieta il solo pensiero di non saperlo riconoscere.

Scrive la Tamaro: “Quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne uno a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la tua stessa profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno che sei venuta al mondo. Senza farti distrarre da nulla, aspetta, aspetta ancora, stai ferma in silenzio e ascolta il tuo cuore.”

Ecco: il tempo del silenzio è il tempo della sosta fiduciosa ed esigente, della pausa forzata ma benedetta, dell’indugio paziente e faticoso.

Parole di carta

comunità virtuali

Credo che una cosa l’abbia insegnata questo terribile tempo di pandemia: che le community virtuali che abbiamo abitato sui social non bastano a soddisfare la nostra fame di relazione.

Forse ci eravamo illusi che bastasse avere tanti amici su Facebook o essere membro di affollati gruppi di WhatsApp per avere una vita ricca e piena di legami; o che fosse sufficiente possedere una rubrica piena di contatti per uscire dal quella bolla autistica che ci isola dal mondo. Ci era sembrato che bastasse una buona connessione internet per sentirsi “insieme” e che, in fondo, i mille collegamenti virtuali fossero una buona risposta al nostro desiderio di compagnia.

Più efficace di mille riflessioni filosofiche e sociologiche, il COVID ci ha insegnato che non è esattamente così: la tecnologia funziona bene come estensione e potenziamento dei nostri legami, ma non come loro surrogato. Attraverso i social si possono alimentare i rapporti a distanza, custodire amicizie, proseguire discussioni, ma tali contatti sono efficaci e funzionali solo nella misura in cui diventano amplificatori di connessioni già esistenti. Benché potenti ed intriganti, quanto avviene nella rete non può in alcun modo rimpiazzare la concretezza e la carnalità dei nostri affetti: ciascuno di noi sente un bisogno “fisico” di contatti, abbracci, tocchi e  sguardi che nessuna virtualità potrà in alcun modo pareggiare.

È così che il periodo post-COVID (speriamo sia tale) potrebbe rappresentare una rivincita della comunità: dopo aver ridimensionato le mille community virtuali, le nostre esistenze sentono la fame di comunità vere, concrete, in cui condividere pezzi significativi delle nostre vite e che siano luoghi in cui il camminare insieme (il tanto citato syn-odòs) divenga lo stile della vita e la sorgente di una fraternità fattiva e arricchente.

Eppure le mille comunità concrete delle nostre città paiono restare indifferenti a questo afflato comunitario, come se la fame di legami che la pandemia ha suscitato non riesca a trovare nelle nostre comunità una risposta soddisfacente. È singolare questa dinamica e credo meriterebbe riflessioni non improvvisate o autoconsolatorie. Questo snodo riguarda le varie forme di comunità che abitano il nostro territorio: le comunità ecclesiali come quelle politiche, le mille comunità legate al volontariato e quelle connesse ai tanti corpi intermedi che strutturano la nostra società. Come è possibile che la fame di relazionalità non trovi risposta in luoghi comunitari tradizionali e ormai ampiamente collaudati?

Azzardo una ipotesi: temo che le comunità così come le abbiamo conosciute finora siano risposte vecchie a domande nuove. Inutile mettere vino nuovo in otri vecchi: al vino nuovo servono otri nuovi.

Forse abbiamo ancora in mente comunità dalla forte matrice identitaria, in cui al singolo è chiesta una appartenenza “ideologica”, esclusiva e totalizzante. Pensiamo ancora a comunità in cui vive la rigida logica dentro-fuori, in cui la libertà del singolo è spesso mortificata dalla freddezza dell’istituzione ed in cui al calore dei legami si preferisce l’astrattezza anaffettiva dei principi. Sogniamo, in fondo,  un ritorno a comunità che difficilmente intercettano il desiderio di libertà e di autenticità (con tutte le contraddizioni, intendiamoci) che abita il cuore dell’uomo di oggi.

«Vivranno le comunità che sanno abitare sull’orlo del proprio precipizio. Una buona comunità (…) può solo essere comunità tragica, che va a dormire ogni sera non sapendo se domani si risveglierà ancora comunità, e ogni mattina ringrazia perché c’è ancora», scrive Luigino Bruni su Avvenire. Aggiungo che vivranno comunità che sapranno vivere di legami, di rapporti fraterni e caldi, di amicizie intense, di fraternità gratuite, di riconoscimenti reciproci, di solidarietà concrete e vitali. Vivranno forse quelle comunità che sapranno essere dei porti per i nuovi navigatori di oggi: capaci di accoglienze incondizionate, di aperture gratuite e di libertà sconfinate. Vivranno quelle comunità che sapranno accogliere senza chiedere conto e lasciar andare senza pretendere restituzioni.

Editoriale pubblicato su IlCittadino di oggi.

Storia e Tempi

Roberto, il tempo, l’amore

Ecco, se proprio dovessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe poter provare intensamente quelle straordinarie parole che Benigni ha rivolto alla compagna alla premiazione del Leone d’oro alla carriera, durante la cerimonia inaugurale della 78esima Mostra del Cinema di Venezia.

Dico “provare”, perché “dire” sarebbe davvero troppo: raggiungere la sua capacità espressiva, il trasporto e la convinzione che mette nelle parole è qualcosa di unico ed irraggiungibile

Ma accontenterei di sentire, provare sulla pelle quel movimento radicale e profondo che ti conduce a riconoscere nella persona amata il senso profondo dell’esistenza, l’orizzonte di significato della vita e l’apice della gioia

Che bello sarebbe possedere quella divina consapevolezza che l’amore sa donare una diversa misura del tempo e la capacità di attraversare i giorni con un passo radicalmente “altro”: “Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni. Io conosco solo una maniera per misurare il tempo: con te o senza di te.” Che bello sarebbe sperimentare la convinzione che si vive per l’altro, sia perché l’altro è esattamente ciò che ci tiene in vita, sia perché esso è la meta a cui tende la nostra vita.

Mi convinco sempre di più che amare non sia nulla di “naturale” o automatico. Non si ama solo per il fatto che si vive. Si ama con un atto umano, pienamente libero ed esigente. Esso è una conquista, un dono, una ascesi da compiersi giorno dopo giorno, atto dopo atto, passo dopo passo.

Tanta gente sta insieme, tanta gente fa sesso, tanta gente condivide la casa e fa figli insieme ma quanti davvero si amano? Quanti percepiscono questo radicale appartenersi, in nome del quale non sono più io, non sei più tu, ma siamo una carne sola? Quanti arrivano a scalare queste vette sublimi degli affetti, a respirare l’area rarefatta che si respira in quota e a provare quel senso di vertigine che genera lo stare così in alto?

Trovo che sia bello che ogni tanto qualcuno ci inviti ad alzare lo sguardo e a riconoscere la grandezza della nostra vocazione umana. Ci servono testimoni capaci di indicare una ulteriorità che si dispiega sopra le mediocrità della vita.

Non posso nemmeno dedicarti questo premio perché è tuo, ti appartiene. Ce lo possiamo dividere: io prendo la coda, il resto è tuo. Le ali, soprattutto, perché se qualcosa ha preso il volo è grazie a te.”

Grazie Roberto!