comunità virtuali

Credo che una cosa l’abbia insegnata questo terribile tempo di pandemia: che le community virtuali che abbiamo abitato sui social non bastano a soddisfare la nostra fame di relazione.

Forse ci eravamo illusi che bastasse avere tanti amici su Facebook o essere membro di affollati gruppi di WhatsApp per avere una vita ricca e piena di legami; o che fosse sufficiente possedere una rubrica piena di contatti per uscire dal quella bolla autistica che ci isola dal mondo. Ci era sembrato che bastasse una buona connessione internet per sentirsi “insieme” e che, in fondo, i mille collegamenti virtuali fossero una buona risposta al nostro desiderio di compagnia.

Più efficace di mille riflessioni filosofiche e sociologiche, il COVID ci ha insegnato che non è esattamente così: la tecnologia funziona bene come estensione e potenziamento dei nostri legami, ma non come loro surrogato. Attraverso i social si possono alimentare i rapporti a distanza, custodire amicizie, proseguire discussioni, ma tali contatti sono efficaci e funzionali solo nella misura in cui diventano amplificatori di connessioni già esistenti. Benché potenti ed intriganti, quanto avviene nella rete non può in alcun modo rimpiazzare la concretezza e la carnalità dei nostri affetti: ciascuno di noi sente un bisogno “fisico” di contatti, abbracci, tocchi e  sguardi che nessuna virtualità potrà in alcun modo pareggiare.

È così che il periodo post-COVID (speriamo sia tale) potrebbe rappresentare una rivincita della comunità: dopo aver ridimensionato le mille community virtuali, le nostre esistenze sentono la fame di comunità vere, concrete, in cui condividere pezzi significativi delle nostre vite e che siano luoghi in cui il camminare insieme (il tanto citato syn-odòs) divenga lo stile della vita e la sorgente di una fraternità fattiva e arricchente.

Eppure le mille comunità concrete delle nostre città paiono restare indifferenti a questo afflato comunitario, come se la fame di legami che la pandemia ha suscitato non riesca a trovare nelle nostre comunità una risposta soddisfacente. È singolare questa dinamica e credo meriterebbe riflessioni non improvvisate o autoconsolatorie. Questo snodo riguarda le varie forme di comunità che abitano il nostro territorio: le comunità ecclesiali come quelle politiche, le mille comunità legate al volontariato e quelle connesse ai tanti corpi intermedi che strutturano la nostra società. Come è possibile che la fame di relazionalità non trovi risposta in luoghi comunitari tradizionali e ormai ampiamente collaudati?

Azzardo una ipotesi: temo che le comunità così come le abbiamo conosciute finora siano risposte vecchie a domande nuove. Inutile mettere vino nuovo in otri vecchi: al vino nuovo servono otri nuovi.

Forse abbiamo ancora in mente comunità dalla forte matrice identitaria, in cui al singolo è chiesta una appartenenza “ideologica”, esclusiva e totalizzante. Pensiamo ancora a comunità in cui vive la rigida logica dentro-fuori, in cui la libertà del singolo è spesso mortificata dalla freddezza dell’istituzione ed in cui al calore dei legami si preferisce l’astrattezza anaffettiva dei principi. Sogniamo, in fondo,  un ritorno a comunità che difficilmente intercettano il desiderio di libertà e di autenticità (con tutte le contraddizioni, intendiamoci) che abita il cuore dell’uomo di oggi.

«Vivranno le comunità che sanno abitare sull’orlo del proprio precipizio. Una buona comunità (…) può solo essere comunità tragica, che va a dormire ogni sera non sapendo se domani si risveglierà ancora comunità, e ogni mattina ringrazia perché c’è ancora», scrive Luigino Bruni su Avvenire. Aggiungo che vivranno comunità che sapranno vivere di legami, di rapporti fraterni e caldi, di amicizie intense, di fraternità gratuite, di riconoscimenti reciproci, di solidarietà concrete e vitali. Vivranno forse quelle comunità che sapranno essere dei porti per i nuovi navigatori di oggi: capaci di accoglienze incondizionate, di aperture gratuite e di libertà sconfinate. Vivranno quelle comunità che sapranno accogliere senza chiedere conto e lasciar andare senza pretendere restituzioni.

Editoriale pubblicato su IlCittadino di oggi.

Un pensiero su “comunità virtuali

  1. Bell’articolo come sempre… ma un paio di considerazioni.
    Ho una amicizia solo virtuale che dura da oltre 20 anni, non ci siamo mai visti dal vivo… allora le chat erano innovative si scriveva solo… magari la sera quando la linea costava poco… ora ci sono social che permettono di vedersi e sentirsi… ma il rapporto e’ nato allora quando discutevamo (anche molto animatamente) di valori e principi, di ideali… e da qui la seconda considerazione… forse le “nuove” comunita’ mancano un po’ di questa condivisione viva di valori e ideali, si danno per scontati, non si mettono quasi mai sul tavolo per vivisezionarli e verificarli… o forse si sono cosi’ addormentati che non avendoli piu’ bene in mente, fanno perdere il vero significato della comunita’! Secondo me sono le difficolta’ che aiutano a rinsaldare valori, rapporti legami… ma oggi spesso si scansano le difficolta’, si fa un intervento (alias un post) e non si ascoltano le critiche, le posizioni diverse, senza il confronto, evitando le difficolta’ tutto diventa piu’ “liquido”.

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