Parole di carta

cinquecentomila firme…

Le cinquecentomila firme necessarie per chiedere l’indizione del referendum sono state raccolte con una velocità sorprendente, complice anche la possibilità di utilizzare la firma digitale. La rapidità della sottoscrizione dice molto di quanto il tema dell’eutanasia sia sentito dal popolo italiano. Diverse proposte di legge sono state depositate in parlamento, il quale però, nonostante chiare indicazioni della Corte Costituzionale, non è ancora stato capace di legiferare in materia.

Il referendum intende abrogare la norma che punisce un soggetto che concorre a dare la morte ad un persona terza consenziente, escludendo i casi di minor età, infermità mentale e di consenso estorto con violenza. In altri termini se una persona vuole darsi la morte (e non rientra nelle tre casistiche sopraindicate), chiunque l’assista nel suo gesto non è punibile a norma di legge.

Prima che si entri nella contesa elettorale, cosa assai probabile allo stato attuale delle cose, e prima che le rispettive fazioni inizino la loro (doverosa) contesa, mi piacerebbe si facesse lo sforzo di ascoltarsi per un attimo l’un l’altro, mostrando disponibilità a comprendere le motivazioni che muovono il fronte opposto. Lo strumento referendario si presta poco ad una dinamica di confronto e mediazione: la dialettica si/no stimola più le opposizioni che le convergenze. Eppure sono convinto che lo sforzo per capire le ragioni altrui sia un passaggio necessario non solo per non trasformare la campagna in una guerra integralista, ma anche perché da chi non la pensa come noi possiamo cogliere istanze utili, anche se non necessariamente condivisibili.

Semplificando molto le cose, credo che i promotori del referendum pongano la legittima istanza dell’autodeterminazione del soggetto. Il soggetto moderno rivendica il diritto di compiere scelte autonome sulla propria vita e si rende indisponibile ad accogliere vincoli e norme percepite come estranee e potenzialmente violente. L’esperienza della morte appartiene al soggetto e spetta a lui la decisione di come vivere ed attraversare questa esperienza radicalmente umana. Un punto qui mi pare essenziale: la centralità della coscienza. L’uomo moderno non è insensibile a verità etiche o religiose ma riconosce nella propria coscienza il luogo imprescindibile di ogni scelta morale. Detto diversamente: il bene morale non può essere imposto “esternamente” ma richiede l’assunzione libera e responsabile della coscienza.  

Sul fronte opposto coloro che contestano il referendum, in prima fila la Chiesa e parte del mondo cattolico, sottolineano un’istanza altrettanto vitale: il ragionamento sotteso alle argomentazioni a favore dell’eutanasia rischiano di enfatizzare una visione individualistica e libertaria del soggetto che lo priva della sua intrinseca dimensione relazionale. L’uomo non è un’isola nel mare della solitudine. Noi siamo le nostre relazioni; i nostri legami ci costituiscono e ci sostengono. La preoccupazione è che il referendum sia l’esito finale di una concezione nichilista, che rifiuta il legame sociale e la responsabilità verso i rapporti familiari e  comunitari. La rivendicazione dell’autonomia del soggetto, se non inserita in una rete relazionale, rischia di diventare arbitrio, pulsione egoistica ed autistica.  La vita e la morte ci appartengono, vero, ma non in senso privatistico bensì relazionale e comunitario.

A breve il tema dell’eutanasia entrerà nel vivo del dibattito: il mio auspicio personale è che ci si ponga in atteggiamento di ascolto reciproco, provando a trovare e dare rilevanza anche a ciò, che in questa riflessione ci unisce.

editoriale di LodivecchioMese, settembre 2021

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