Parole di carta

Vittorio, Facebook e noi

Pensavo di scrivere d’altro, in questo numero che esce in concomitanza con la sagra, ma la realtà, come spesso accade, ci induce a cambiare i nostri piani e modificare le nostre priorità. Un uomo della nostra comunità, Vittorio per non usare un termine troppo vago, si è tolto la vita, in modo talmente imprevisto da lasciare tutti sconvolti e basiti, incapaci di comprendere un gesto tanto estremo quanto dolorosissimo.

Il fatto, di per sé già tragico, ha avuto una risonanza mediatica particolare giacché il tutto è avvenuto in una dimensione che è una singolare fusione di reale e virtuale, uno strano (e tragico) cocktail di quanto avviene nella vita concreta e quello che avviene (altrettanto concretamente) nel mondo dei social. Non mi riferisco solo allo sciagurato dettaglio della diretta Facebook della morte, ma anche a quanto ha preso vita sui social prima e dopo il tragico gesto. È come se, mimando una versione locale di The Truman Show, il virtuale abbia preso il posto del reale, generando una “chimera” in cui non è più possibile riconoscere cosa appartenga ad una e cosa all’altra dimensione.

Il disagio esistenziale di Vittorio ha presto preso la via dei social come suo luogo “naturale” di espressione e di condivisione. Lì ha trovato ascolto, conforto ed empatia; lì ha trovato parole buone di consolazione ma anche, forse, parole di rabbia, di violenza e di disperazione. Chi si è preso cura di Vittorio nella vita reale (perché, credetemi, queste persone ci sono state)  ha dovuto convivere con una “realtà parallela” che lentamente ha preso il sopravvento, riducendo gli spazi concreti di intervento e di aiuto. Non voglio soffermarmi sulla scelta drammatica di trasmettere in diretta social la propria morte (cosa che dovrebbe a tutti noi far riflettere ed interrogare) ma la virtualità della vicenda non è terminata dopo il tragico gesto: i social hanno continuato ad essere il luogo in cui esprimere, insieme al dolore e alle condoglianze, anche il giudizio, la valutazione, le critiche e le accuse a tutti gli involontari protagonisti della vicenda.

Certo qui vale l’invito, sempre vero, a non giudicare, né di persona né sui social: quello che è accaduto appartiene al mistero della vita e credo nessuno di noi possieda la chiave per leggere e interpretare in pienezza quanto accaduto. Non giudicare non è solo un gesto di rispetto ma prima di tutto di verità, di ragionevolezza, di umiltà nel prevenire parole che sarebbero violente, eccessive, fuori luogo.  Nella tragica storia di Vittorio c’è qualcosa di più da riconoscere. Essa testimonia la drammatica “realtà” dei social: in beffa a chi li vuole ridurre a luoghi fantastici ed illusori, in essi scorrono le esistenze delle persone, i lori problemi, le loro esperienze, i loro pensieri e, nel caso di Vittorio, persino l’atto estremo del vivere. Il mondo del virtuale possiede una propria “realtà”, forse effimera, forse impalpabile, ma non per questo meno concreta ed effettiva.

Vi è una responsabilità che siamo chiamati a vivere sui social che nasce dal riconoscimento che quello che vi scriviamo, i commenti che lasciamo, le foto che postiamo, giungono alla vita delle persone che lì virtualmente incontriamo, come qualcosa di reale, di tangibile, di vivo. Che la vita e la morte di Vittorio ci donino, quanto meno, questa consapevolezza.

articolo pubblicato su Lodivecchio Mese di Ottobre.

Si riferisce ad un drammatico fatto di cronaca successo recentemente nella nostra comunità (QUI)

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