Parole di carta

adulti chi?

Passeggiavo l’altro giorno di fronte al centro anziani del mio paese e notavo la scritta sopra l’ingresso: “Centro diversamente giovani”. Il nome è decisamente intrigante e simpatico ma, a ben vedere, tradisce un tic piuttosto comune e diffuso nella nostra cultura, quello dell’enfatizzazione della giovinezza. C’è un desiderio quasi ossessivo di restare giovani, di non invecchiare, di mantenere quella freschezza e quell’entusiasmo che appartengono alla prima fase della vita, a tal punto che anche un centro destinato a qualcuno che giovane certo non è più, per risultare “attraente”, deve rivestirsi di un non so che di giovanile, di sbarazzino e di fresco. Come se diventare vecchi fosse qualcosa da dimenticare, da rimuovere dal nostro linguaggio, quasi fosse un elemento che turba e destabilizza.

Basta guardare la pubblicità per rendersi ben conto dei modelli che la nostra cultura propugna: i protagonisti sono persone felici, giovani, solari, attive e dinamiche. Qualora si tratti di prodotti destinati ad una fascia anziana, il modello proposto è comunque quello di una vecchiaia energica ed esuberante, con vispi anziani che giocano a tennis o si intrattengono al parco con i nipotini. Testimoniano questa tendenza anche i numeri del mercato della cosmesi, della chirurgia estetica o dell’intrattenimento per persone mature (palestre, viaggi, locali…).

Se esiste un’attesa di salvezza da parte dell’uomo di oggi, questa ha sicuramente un nome: essere e restare giovani. Fuori dalla giovinezza pare non sia possibile sperimentare una vita buona e felice.

Questo giovanilismo di ritorno, questa (talvolta patetica) ossessione a non invecchiare, credo abbia un evidente “effetto collaterale”: la scomparsa della generazione degli adulti. L’adultità, con tutto ciò che esso significa e comporta, non ha più diritto di dimora nel nostro mondo e viene espulsa come un elemento spurio ed incoerente con le logiche di fondo che regolano le società contemporanee. Scompaiono gli adulti e con essi la presenza di persone che compiono scelte definitive ed impegnative, persone che sanno vivere la fedeltà e la responsabilità come cifra essenziale della propria esistenza, persone capaci di progettare la propria vita, assegnandosi mete e obiettivi nobili e superiori. L’età adulta è quella in cui si matura il senso delle cose, una direzione nella vita, un sano dominio di sé e la capacità di fare i conti con la propria finitezza, fragilità e vulnerabilità. Tutto questo oggi manca (o magari solo difetta) e le nuove generazioni sono impossibilitate a misurarsi con adulti che sanno rendere ragione delle loro idee, pensieri e convincimenti. La generazione dei più giovani è costretta a confrontarsi con persone di decenni più anziane ma che condividono le medesime insicurezze emotive, le stesse peregrinazioni esistenziali, le stesse insofferenze ed insoddisfazioni. Alcuni la definiscono una nuova generazione Peter Pan, che fa della mancanza di un approdo definitivo nella vita la cifra simbolica del proprio stato. I moderni Peter Pan sono in perenne ricerca di gratificazioni e riconoscimenti, affamati di legami superficiali ed appaganti, predestinati a un nomadismo esistenziale senza sosta né meta.

Questo mondo senza adulti vive la drammatica assenza di una delle qualità essenziali dell’adultità: l’essere generativo. La crisi di natalità è solo l’epifenomeno di una crisi ben più radicale e profonda e che afferisce a quella sterilità affettiva e spirituale che ammorba la generazione dei neo-adulti. Non facciamo più figli perché prima di tutti abbiamo smarrito la nostra capacità generativa, che è assai di più della sola facoltà riproduttiva. Generare è aprire alla vita, è saper introdurre altri all’esistenza, con gratuità, libertà e passione. Generare è lasciare spazio, dare la vita, sostenere nel cammino, condividere le fatiche e le gioie, essere presente nelle difficoltà, celebrare i successi, lasciar andare e prendere congedo. I moderni Peter Pan sono gente sveglia, brillante, ricca di interessi e di hobbies, in possesso dell’ultimo smart phone e attiva sui social. Peccato che tutta questa energia venga spesa in un narcisistico ripiegamento su se stessi tanto triste quanto infecondo.

pubblicato su Il Cittadino del 23 Novembre 2021

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